Poco connesse e a bassa velocità: le #scuoledigitali sono ancora un miraggio

Animatori digitali, laboratori, strumenti, didattica: a che punto è davvero la svolta digitale della scuola italiana? Abbiamo chiesto i dati al Miur con un FOIA e li abbiamo verificati. Due mesi di lavoro. Ecco cosa abbiamo capito. La scuola digitale che (ancora) non c'è - di Riccardo Luna

Poco connesse e a bassa velocità: le #scuoledigitali sono ancora un miraggio
AGF

La fotografia dello stato della scuola digitale in Italia è purtroppo finora la foto di una serie di promesse non mantenute. Le sessanta ore di coding, promesse dall'ex ministro Stefania Giannini in tutte le scuole primarie, non ci sono ancora. La connessione in fibra ottica in tutte le scuole entro il 2018, promessa e poi rinviata al 2020, è ferma a poco più di una scuola su dieci. È stato mantenuto l'impegno di trasformare in ogni scuola un docente in animatore digitale, ma il piccolo fondo spese da mille euro l'anno per scuola, non è mai arrivato (pare che una annualità sia finalmente in pagamento in questi giorni); così come non c'è traccia del contributo per le spese di connettività che ciascun istituto avrebbe dovuto ricevere.

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L'ex ministro Giannini (facebook) 

Il Piano nazionale scuola digitale, varato in forma aggiornata nel 2015 in concomitanza con la legge 107/2015 "La buona scuola", era partito con premesse e promesse molto positive e un elenco di ben 35 azioni concrete corredate anche da una indicazione dei tempi e delle risorse per la messa in pratica. Ad agosto, l'AGI ha fatto richiesta di accesso civico al ministero dell'Istruzione (usando lo strumento del Foia) e ha chiesto tutti i dati per capire a che punto e' la digitalizzazione della scuola. Abbiamo chiesto sia i dati sulla connessione e le infrastrutture che quelli sull'attuazione dei percorsi di pensiero computazionale e di didattica digitale.

Abbiamo ricevuto una serie di tabelle e numeri che abbiamo discusso e ridiscusso con il Miur per darne una interpretazione corretta. I dati in nostro possesso sono unici perchè derivano da una rilevazione fatta nel corso dell'estate, tra metà luglio e fine agosto, dall'Osservatorio scuola digitale. L'indagine si basa su un questionario molto articolato sottoposto a tutti i dirigenti scolastici con la richiesta di fornire una serie di indicazioni sulle scuole che gestiscono. La rilevazione escludeva le scuole d'infanzia, le scuole ospedaliere e quelle carcerarie. Sono stati dunque coinvolti nella consultazione in totale 27.458 plessi, di cui 22.200 del I ciclo e 5.258 del II ciclo.

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 Laura Boldrini

Nonostante gli sforzi messi in campo negli ultimi due anni, la fotografia della digitalizzazione della scuola italiana è purtroppo l’immagine della lentezza con cui si è investito in innovazione e futuro nel nostro paese. Perché è proprio da qui, dalle scuole, che l’innovazione dovrebbe partire. E invece arranca ed è disomogenea con grandi differenze regionali. Al di là di progetti di grande richiamo, come quello presentato dalla presidente della Camera Laura Boldrini al New York Times e ampiamente discusso in questi giorni sulla diffusione di una scuola anti fake news con formazione prevista in 8000 scuole a partire dal 31 ottobre prossimo o gli oltre 2000 eventi realizzati nel corso della CodeWeek EU qualche giorno fa in tutto il paese, la realtà della scuola italiana appare ancora lontana da una integrazione efficace e utile delle tecnologie digitali nella didattica quotidiana. A partire dal problema numero uno, la connessione in banda larga di tutte le aule, un risultato ancora ben lontano dall’essere raggiunto se pensiamo che, dai dati Miur disponibili oggi su un terzo circa delle scuole italiane, la fibra arriva a poco più di una scuola su dieci. Al cancello. E che la stragrande maggioranza delle scuole sono connesse via ADSL. Ma anche questo dato dice poco se non aggiungiamo che solo il 10% viaggiano oltre i 30 megabit per secondo (mbps).

LEGGI QUI LA METODOLOGIA DELLA RICERCA

Gli animatori digitali

Al di fuori della rilevazione estiva, i dati dell’Osservatorio dicono che praticamente tutti gli istituti italiani hanno nominato un animatore digitale, come previsto dal Piano nazionale scuola digitale. Essendo prevista per legge, la nomina è stata fatta in ogni scuola indicando un insegnante dell’istituto come persona incaricata di svolgere il compito previsto, e cioè quello di facilitare, in accordo con il dirigente e il direttore amministrativo, la formazione interna dei docenti e le attività di coinvolgimento della comunità scolastica in progetti innovativi nonché di individuare soluzioni sia metodologiche che tecnologiche creative e sostenibili. Nel caso di istituti comprensivi l’animatore è uno per più scuole, come il dirigente. Ci sono dunque più di 8000 animatori digitali in tutto il paese. Il PNSD del 2015 prevedeva che ogni scuola ricevesse 1000 euro l’anno per sostenere l’impegno dell’animatore digitale. Dal Miur ci hanno però confermato che a oggi questi soldi non sono ancora giunti alle scuole e che la prima tranche, che doveva arrivare a marzo 2016, è stata appena mandata in pagamento. Finora quindi gli animatori digitali hanno operato, se e quando lo hanno fatto, senza alcuna risorsa aggiuntiva disponibile.

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A oggi, al di là delle nomine ufficiali non abbiamo dati su quale sia stato il reale impiego degli animatori digitali, e cioè cosa facciano e come agiscano nelle scuole. Sappiamo che questo ruolo, nella pratica, può variare molto: dal semplice mantenimento di un’aula computer, in assenza di un tecnico, a una vera e propria azione di facilitazione della didattica digitale con l’introduzione del coding o del lavoro su piattaforme collaborative in cloud dove le infrastrutture sono avanzate e il corpo docente è più ricettivo. Ci spiega Roberto Bondi, coordinatore del Servizio Marconi, l’unità operativa per lo sviluppo delle tecnologie innovative dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna, che in questa regione ad esempio è stata avviata fin dall’inizio del primo piano per la scuola digitale, nel 2009, una sperimentazione che ha portato figure intermedie nelle scuole, come quelle appunto del Servizio Marconi, favorendo la formazione di animatori interni e facilitando la costruzione di una comunità attiva diventata punto di riferimento e confronto tra le esperienze sul territorio. Ma l’esperienza dell’Emilia-Romagna, come vedremo, se non unica è senz’altro rara, e molte scuole in realtà sono rimaste ferme al via o hanno fatto davvero pochi passi avanti.

Dove arriva la Rete

La rete non arriva ancora in tutte le scuole. E quella veloce arriva solo in poche migliaia di plessi in tutta la penisola. Se ci atteniamo solo alle scuole che hanno risposto al questionario dell’Osservatorio, la fibra raggiunge in media il 13% dei plessi (alla porta della scuola). Sarebbero infatti 1134 le scuole che dichiarano di avere la fibra, di cui 889 del primo ciclo e 225 del secondo ciclo.

Guardando al dato per regione, però, le differenze sono enormi: in Emilia-Romagna sono raggiunti dalla fibra oltre il 35% dei plessi regionali rispondenti, oltre uno su tre. Questo è dovuto anche, come ci ha spiegato ancora Roberto Bondi, a un accordo fatto dalla Regione con le scuole, incluso nell’Agenda digitale regionale, per cui la struttura regionale adibita allo sviluppo della banda ultralarga, Lepida, sta portando la fibra gratuitamente in tutte le scuole del territorio. Lo stato di avanzamento della cablatura delle scuole emiliano-romagnole è visibile in tempo reale sul sito SchoolNet, dove al momento in cui scriviamo risultano raggiunte dalla fibra più di 800 scuole. Un dato decisamente superiore a quanto rilevato dal Miur.

A seguire, ma distaccate, ci sono la Toscana e la Lombardia, con il 17%, e poi Puglia, Lazio, Friuli Venezia Giulia e Veneto con il 12%. In fondo alla scala, Abruzzo e Sardegna, con percentuali appena sopra l’1% e il Molise, dove la fibra pare non essere mai giunta.

In media, la fibra sembra raggiungere, con l’eccezione del Friuli Venezia Giulia, più le scuole superiori che quelle del primo ciclo. In particolare, per l’Emilia-Romagna, la Toscana, la Lombardia, così come la Campania e la Basilicata, questo dato è particolarmente significativo con percentuali di scuole superiori dotate di fibra anche doppie rispetto alle primarie e alle medie.

La gran parte delle scuole è connessa via ADSL (il 74% tra i plessi di cui abbiamo informazione) ma a velocità molto diverse a seconda delle situazioni. C’è poi un 23% connesso via wireless. Per le scuole che si trovano in aree rurali o montane esistono anche alternative come la connessione via satellite o via ponte radio. Poche, per fortuna solo un centinaio, sono le scuole che dichiarano di essere connesse via modem a 56kbps. In qualche caso coesistono nello stesso plesso diverse tipologie di connessione, per cui una parte della scuola può essere collegata via ADSL e un’altra con una connessione wireless.
 


Non possiamo naturalmente escludere che tra le scuole che non hanno risposto ce ne siano altre connesse bene, con fibra o comunque con una connessione a banda larga. I dati relativi a tutte le scuole saranno forse disponibili con le prossime rilevazioni dell’Osservatorio nei mesi a venire.

Delle oltre 8000 scuole che hanno risposto al questionario in modo affermativo su questo punto, e cioè che sono connesse in uno o più modi, abbiamo anche la distribuzione geografica che ci permette così di fare un’analisi per regione e una mappa della distribuzione sul territorio, come vediamo qui di seguito.
 


Questa mappa rappresenta tutte le scuole che hanno risposto al questionario dell’Osservatorio in merito alla tipologia di connessione alla rete Internet presente nella scuola, dalla fibra ottica all’ADSL, al wifi, modem a 56kbps, ponte radio o satellite. Cliccando su ogni scuola è possibile vedere le informazioni specifiche di quella scuola. In alcune scuole sono compresenti più modalità di connessione. Il lettore può anche selezionare o deselezionare i livelli che si vedono nel menù di sinistra, per rendere più leggibile la mappa.

Dire ADSL non significa nulla, lo sappiamo, perché quello che conta è la velocità della banda a disposizione. Purtroppo il dato geografico in questo caso non l’abbiamo e non possiamo dunque capire se ci siano differenze tra regioni, città, zone rurali e aree urbane. Ma, come vediamo anche dal grafico sottostante, sappiamo che il 60% delle scuole che ha risposto (quindi circa 5300) ha accesso a una velocità di banda al di sotto dei 10Mbps. E solo il 9%, quindi meno di una su dieci (per un totale di 890 scuole circa), è raggiunta da una banda ultralarga tra i 30Mbps e i 100Mbps. Insomma, tra fibra e ADSL ad alta velocità viaggiano veloce in rete solo poco più del 20% delle scuole rispondenti, una su cinque. Un dato sconfortante se pensiamo che ormai il 40% delle case, aziende e altre attività sul territorio italiano sono raggiunte dalla banda a 30Mbps. Difficile immaginare una scuola ad alto impiego di tecnologia digitale in classe (più classi che fanno lezione contemporaneamente…) con queste velocità di trasferimento dati.
 


E infine c’è il tema della spesa per la connessione, che varia anche a seconda degli accordi tra scuole ed enti locali. Ma la situazione rimane molto disomogenea. Abbiamo già citato il caso emiliano. Dalle agende digitali regionali sappiamo che altre regioni hanno messo come priorità la cablatura delle scuole. Ma ci sono anche scuole, come vediamo dal grafico sottostante, che pagano fino a 10mila euro l’anno di canone per la connessione. La gran parte, tre scuole su quattro, paga fino a 3000 euro l’anno, una spesa comunque importante per il bilancio delle scuole che sappiamo essere sempre molto fragile. Non è infrequente il caso, segnalatoci da diversi insegnanti, della fibra o della linea ADSL che arriva al cancello della scuola ma non in classe perché poi non ci sono i soldi per stipulare un contratto e fare l’ultimo passaggio. Il PNSD 2015 ha cercato di richiamare l’attenzione alla necessità, a livello locale, di stabilire dei partenariati con gli enti locali per abbattere i costi a carico delle scuole. E l’azione 3 del Piano prevede proprio lo stanziamento di 10 milioni di euro a partire dal marzo 2016 “specificamente dedicato al canone per la connessione a Internet”. Una cifra che si dovrebbe tradurre in circa 1200 euro a scuola. Ma anche in questo caso, come per i contributi agli animatori digitali, queste risorse alle scuole non sono mai arrivate e, secondo quanto sostengono al Miur, dovrebbero essere state messe in pagamento solo in questi giorni.
 

La didattica

Al di là delle tipologie di connessione che possono servire anche usi amministrativi, un dato cruciale è quello delle scuole che hanno una connessione dedicata alla didattica digitale. Su questo punto al questionario dell’Osservatorio hanno risposto 8088 scuole del I ciclo e 891 del II ciclo, per un totale di 8549 scuole, meno del 30% del totale delle oltre 27mila scuole interpellate.

La risposta a questa domanda è molto positiva: oltre il 95% di quelle del I ciclo (7692 scuole) e il 96% di quelle del II (857 scuole) dicono di avere una connettività dedicata alla didattica digitale. Quasi tutte insomma. Non sappiamo però nulla delle rimanenti 19mila scuole. E senz’altro non pensiamo sia corretto immaginare che tutte le scuole che non hanno risposto abbiano una connettività di questo livello.

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Anche qui il dato regionale di risposta varia molto: hanno partecipato alla rilevazione quasi la metà delle scuole dell’Emilia-Romagna, seguita da Marche, Piemonte, Toscana e Lombardia. In fondo troviamo Friuli Venezia Giulia, Lazio e Molise. I tassi di risposta positiva invece, e cioè la presenza di una connettività per la didattica, si discostano poco e vanno dal 92-93% di Calabria, Campania e Sicilia al 100% del Molise. Ma ovviamente qui si conferma l’ipotesi che quando c’è un basso numero di risposte chi risponde lo faccia perché ha una risposta positiva.  

Avere una connessione nominalmente dedicata alla didattica inoltre dice poco della effettiva disponibilità di aule digitali attrezzate e ancor più della rete interna alle scuole e quindi del cablaggio in modalità LAN o WLAN (quindi via cavo o wifi) di tutte le aule e gli spazi didattici della scuola stessa. Secondo quanto leggiamo nel PNSD del 2015, oltre 1500 istituti italiani (degli 8300 totali) avrebbero già un cablaggio interno e quindi la disponibilità diffusa di connessione nelle proprie scuole. Altri investimenti sarebbero stati messi a disposizione, con una serie di bandi, per migliorare i punti di accesso alla rete nei vari plessi. A oggi, però, abbiamo solo i dati della rilevazione estiva che sono espressi per numero di aule per ciascun plesso. E cioè, i dirigenti hanno indicato per i vari plessi che gestiscono quante sono le aule connesse a Internet e quante quelle cablate e quindi capaci di accedere a una rete interna alla scuola. Abbiamo messo in mappa le scuole che dichiarano di avere aule cablate, aule connesse o altri ambienti attrezzati per la connessione. Tra le scuole campionate, quasi tutte dichiarano di avere tra il 60 e l’80% delle aule connesse in rete e tra il 40 e il 60% delle aule cablate. Senza grandi differenze regionali, tranne il dato del Molise che rimane significativamente più basso (42% di aule connesse e 23% di aule cablate).
 

Questa mappa rappresenta tutte le scuole che hanno risposto al questionario dell’Osservatorio in merito alla disponibilità di una connettività dedicata alla didattica e alla presenza di aule connesse a Internet e di aule cablate in una rete locale oppure anche alla presenza di altri spazi come laboratori, biblioteche o altre stanze. Cliccando su ogni scuola è possibile vedere le informazioni specifiche di quella scuola. Il lettore può anche selezionare o deselezionare i livelli che si vedono nel menù di sinistra, per rendere più leggibile la mappa.

In generale, è forse più utile guardare al dato che ci dice se la scuola è in grado di svolgere didattica digitale, anche in modalità BYOD e cioè usando gli strumenti personali dei ragazzi (smartphone o tablet) o meno. Pure in questo caso la base dati fornita dal Miur, e relativa alle risposte date all’Osservatorio, è variabile: sono 6495 le scuole che hanno risposto affermando di avere aule per la didattica digitale anche in questa modalità BYOD. Le percentuali di risposta però in questo caso sono ancora più basse rispetto alle domande precedenti e quindi rischiano di essere davvero poco significative. Rispondono una scuola su tre solo solo in Emilia-Romagna e nelle Marche e in tutte le altre regioni il tasso di risposta è attorno al 20% delle scuole presenti sul territorio. Rispondono meno delle altre le scuole del Lazio (18%), Basilicata e Calabria (15-16%) e Molise (11%).  

I laboratori

I dati sui laboratori, connessi e attrezzati sono un po’ più confortanti. Il dato in questo caso è effettivamente riferito agli istituti e non alle scuole. E ci sono 4600 istituti (quindi circa uno su due del totale di 8300) che dichiarano di avere almeno un laboratorio connesso. Tra gli istituti che hanno risposto, 2800 circa sono istituti del I ciclo scolastico. Ci sono dunque, in tutto il paese, solo 200 licei scientifici, 90 classici, 595 generici istituti superiori e qualche decina tra tecnici e professionali che hanno risposto dichiarando di avere almeno un laboratorio connesso. Insomma, le scuole superiori, quelle che più dovrebbero fornire agli studenti competenze in linea con quelle della realtà del mondo adulto, professionale o dello studio universitario, sono quelle che sembrano più carenti di strutture o meno interessate a far sapere quale sia la propria situazione. In termini di distribuzione regionale, si va dal 56% dell’Emilia-Romagna seguita a stretto giro dalla Puglia e dalla Basilicata, a un gruppo nutrito di regioni che sta sopra il 40% fino al 39% di Toscana, Lazio e Molise e al 27% della Sardegna.

Personal computer, tablet e smartphone

In assenza di strutture e soprattutto di strumenti per la didattica digitale a scuola, molti insegnanti già da anni hanno avviato percorsi di didattica digitale basati sull’utilizzo degli strumenti propri dei ragazzi. Sul BYOD, bring your own device, persistono nella scuola italiana forti resistenze soprattutto da parte degli insegnanti. Spesso con la ragione delle disparità economiche e sociali tra i ragazzi e quindi tra gli strumenti disponibili. In realtà, dalle sperimentazioni fatte in tante scuole, risulta ormai chiaro che il cellulare è in mano sostanzialmente a qualunque studente, al di là del livello economico-sociale di appartenenza. E l’uso di piattaforme cloud dedicate alla didattica sia quelle in open source (del tipo wikispaces, per intenderci, o anche le assai diffuse Moodle e ATutor) che quelle messe a disposizione a titolo gratuito per le scuole da alcune aziende tecnologiche in protocolli di accordo con il Miur o con le regioni, azzera l’importanza dello strumento che serve quindi solo per accedere alla piattaforma, su cui poi tutti lavorano con le stesse potenzialità. Il vero problema è la competenza digitale del docente, che deve avere, questo sì, una grande autorevolezza per convogliare l’attenzione e le energie degli studenti sul lavoro in classe ed evitare, al contrario, la distrazione e l’uso inappropriato della rete da parte dei ragazzi durante le ore di scuola.

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Il dato assai interessante, anche qui per istituto, se guardiamo alla distribuzione regionale di quelli che hanno attivato un percorso di sperimentazione didattica con il BYOD usando i telefoni e i tablet dei ragazzi è il primato delle regioni del Sud (nell’ordine Basilicata, Puglia, Calabria, Campania, Molise), dove circa un istituto su 3 farebbe didattica in questo modo. Una possibile spiegazione, naturalmente, è l’assenza di forti investimenti nelle strumentazioni digitali che obbligano dunque i docenti innovativi a percorrere altre vie, più sostenibili e immediate. Ancora pochi sono invece gli spazi attrezzati a scuola per questo genere di didattica dove serve comunque una infrastruttura che consenta ai ragazzi di collegare i propri strumenti a una rete wifi per lavorare: solo 1-2 istituti su dieci hanno almeno una biblioteca attrezzata per fare lezione in questa modalità. Sarebbe importante, come fa notare Roberto Bondi in Emilia-Romagna, potenziare questi spazi anche per eliminare qualunque possibile differenza tra i ragazzi, per esempio mettendo a disposizione gli strumenti della scuola per chi non avesse attrezzature proprie o comunque una buona connessione in rete per evitare di utilizzare le connessioni dati degli studenti.

IL CODING (o pensiero computazionale)

Un altro aspetto importante che va oltre la disponibilità di attrezzature è la diffusione dei percorsi di sviluppo del pensiero computazionale, cioè un insegnamento della logica che è anche alla base della programmazione in codice. Prime nelle attività associate al pensiero computazionale sono le scuole del Sud: Abruzzo e Puglia, con il 42-44% degli istituti attivi su questo fronte. Al terzo posto c’è l’Emilia-Romagna, con il 40%, quasi un istituto su due. Poi si torna a Sud con la Campania (35%) e la Basilicata (34%). In fondo alla scala Lazio, Piemonte, Friuli e Sardegna, con un istituto su 4 o addirittura su 5 che dichiara di fare attività di questo tipo.
 

Questa mappa rappresenta tutti gli istituti, tra quelli che hanno risposto al questionario, che hanno attivato percorsi di didattica di pensiero computazionale e/o percorsi che fanno uso dei dispositivi propri dei ragazzi (modalità BYODO - bring your own device). Gli istituti sono rappresentati con colori diversi a seconda della tipologia (Istituto del primo o secondo ciclo, e tipo di scuola). Cliccando su ogni istituto è possibile vedere le informazioni specifiche di quell’istituto. Il lettore può anche selezionare o deselezionare i livelli che si vedono nel menù di sinistra, per rendere più leggibile la mappa.

I dati a nostra disposizione dicono però solo quanti istituti hanno attivato dei percorsi senza dirci che cosa facciano concretamente, per quanto tempo, se questi percorsi siano parte integrata della didattica della scuola o siano attività extra. In alcune scuole si sono fatti progetti anche molto avanzati, dalla programmazione fino addirittura all’integrazione con esperimenti di robotica. Ma in tutte le altre? Anche in questo caso, le premesse erano ben altre. A fine 2016 in una tre giorni dedicata alla scuola digitale l’ex Ministro Giannini annunciava lo stanziamento di 100 milioni di euro per il rafforzamento delle competenze digitali degli studenti e sosteneva che "Ogni studente imparerà a programmare: dal prossimo anno tutte le scuole primarie avranno la possibilità di fare 60 ore all'anno di coding. Un passo necessario per avere tra 10 anni una popolazione di giovani italiani perfettamente alfabetizzati in quello che si chiama il nuovo pensiero critico.” A oggi però non abbiamo traccia dell’inserimento nei piani di formazione di queste 60 ore di informatica, come ben sanno molti di quelli che hanno inserito i propri figli nelle primarie o nelle scuole medie in queste scorse settimane.

Il registro elettronico

Introdotto nel 2012, il registro elettronico del docente è stata una delle misure che tanto hanno fatto discutere la classe degli insegnanti. Era infatti previsto che il docente compilasse il proprio registro personale e il registro di classe contestualmente, durante l’attività scolastica. Ma in assenza di una buona connessione di rete e di strumenti dedicati per la compilazione, PC o tablet che fossero, molte scuole sono arrivate molto lunghe nell’adeguarsi o non si sono adeguate affatto. E infatti i dati forniti dal Miur ad AGI dicono che solo poco più di 4000 istituti italiani, quindi uno su due, ha attivato il registro elettronico del docente. Al primo posto c’è l’Emilia-Romagna, con il 57% degli istituti attrezzati e avviati all’uso del registro elettronico, seguita dalla Puglia, Liguria, Basilicata e Campania. Al penultimo posto il Lazio e all’ultimo la Sardegna.

Il registro elettronico è un documento pubblico e rientra nel pacchetto di strumenti con cui la scuola comunica verso l’esterno, in particolare verso le famiglie degli studenti. Anche in questo caso vediamo che convivono tendenze molto diverse, nonostante precise indicazioni ministeriali dal 2012 in poi vadano nella direzione di una ‘dematerializzazione’ delle comunicazioni anche e soprattutto per ragioni di costi. Accanto al dato massiccio dell’uso dei siti web di istituto, che la stragrande maggioranza delle scuole italiane ormai ha predisposto per le comunicazioni ufficiali, c’è ancora un significativo dato del 61% degli istituti che comunica con strumenti cartacei. Interessante notare che un 18%, quindi quasi 1 istituto su cinque, dichiara di utilizzare i social media per le comunicazioni. Purtroppo non abbiamo informazioni su come questi canali vengono predisposti e usati concretamente.

Gli studenti

L’ultimo dato tra quelli ricevuti da AGI, che esula dalla rilevazione fatta con i dirigenti, riguarda non tanto la scuola ma gli studenti. Ed è quello relativo all’utilizzo della carta dello studente “IoStudio”. Questa carta nominativa viene distribuita da anni agli studenti delle scuole superiori e permette, una volta attivata, di avere una serie di agevolazioni economiche, sostanzialmente sconti e offerte particolari, in oltre 15mila negozi o presso strutture culturali, sportive, tecnologiche. Un’iniziativa che dovrebbe incentivare gli studenti a sfruttare tutte le opportunità formative offerte dal territorio in cui vivono. Dal 2013 è integrata con il servizio PostePay che la trasforma, di fatto e solo per gli studenti che lo desiderano, in una carta prepagata. I dati consegnati ad AGI dal Miur dicono che ogni anno vengono distribuite 550mila carte agli studenti del I anno di scuola superiore. Le carte vanno attivate online sul portale IoStudio prima di poter essere utilizzate. Al contrario forse di quanto ci aspetteremmo, dati gli immediati vantaggi economici associati alla carta, su 2 milioni e 700mila carte attualmente in circolazione (gli studenti delle scuole superiori sono 2 milioni e 600mila circa) solo un milione di carte è stato attivato. Il 70% degli studenti che ha attivato la carta ha anche attivato il servizio PostePay. Insomma, quasi 1 su 3. E gli altri? Non vanno a teatro, non fanno sport, non comprano strumenti tecnologici o libri? Non usano la carta perché non interessati o perché non hanno ben capito a cosa serve? Quanto viene effettivamente valorizzata questa iniziativa dalle scuole al momento della distribuzione e quanto utilizzata dalle scuole stesse nel momento in cui propongono attività a pagamento alla classe? Un dato confortante è il trend di attivazione, che è cresciuto nel corso degli anni. Nel 2012/13 solo uno studente su 4 aveva attivato la carta mentre l’ultimo dato disponibile, quello dell’anno 2015/16, arriva al 48,5%, quindi a uno studente su due. Non esistono dati per capire quanto le carte una volta attivate siano poi utilizzate dai ragazzi, e dato che le convenzioni variano da città a città non è possibile nemmeno capire quali siano i settori su cui i ragazzi spendono di più grazie alla carta.

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Valeria Fedeli 

Conclusioni

I dati Miur tracciano una foto ancora molto sfocata della scuola digitale in Italia. Quella di una scuola che si sta avviando, lentamente, a un cambiamento che sta nel solco della digitalizzazione, lenta, di tutto il paese. Quella di una scuola che non è certamente la punta trainante dell’innovazione né il laboratorio di sperimentazione avanzata del cambiamento che vorremmo invece avere.

Esistono esperienze che hanno innescato il turbo, come quella dell’Emilia-Romagna e altre regioni molto vivaci in alcuni campi, come la Puglia e la Campania, che soprattutto per quei percorsi che dimostrano un certo spirito di iniziativa da parte degli insegnanti, come l’uso degli dispositivi personali dei ragazzi nei percorsi BYOD o l’insegnamento del pensiero computazionale, hanno evidentemente saputo utilizzare i fondi che si sono resi disponibili in questi anni, come quelli stanziati dai bandi del Programma operativo nazionale del Miur stesso, i cosiddetti PON, o quelli del Fondo europeo per lo sviluppo regionale (FESR) e altre risorse anche provenienti dal mondo privato o delle fondazioni locali, per portare avanti progetti innovativi. Rimangono nel mezzo altre regioni del Nord frequentemente percepite come innovative, come la Lombardia e il Piemonte, che presentano situazioni molto disomogenee sul territorio e probabilmente significative differenze tra le grandi città come Milano e Torino e le città più piccole o le zone rurali e di montagna e quindi si attestano su posizioni intermedie un po’ in tutti i dati presi in considerazione. E infine ci sono regioni che per tutti i parametri misurati arrivano ultime, come il Lazio (una delle regioni con il più basso tasso di risposte al questionario), la Sardegna e il Molise. Ma ancora una volta, i dati relativi alle risposte date non sono omogeneamente distribuiti sul territorio e quindi si tratta di considerazioni che facciamo in presenza di un campione non rappresentativo.

In generale, nonostante le tante, tantissime esperienze positive che non hanno nulla da invidiare al resto d’Europa come la già citata ultima edizione di CodeWeek EU, la scuola italiana rimane una delle ultime come competenza digitale e sembra piuttosto inerziale nel promuovere questi cambiamenti. Le polemiche sollevate dalla proposta del Ministero dell’Istruzione di introdurre e valorizzare l’uso dello smartphone a scuola (AGI ha avviato una discussione con diversi post a commento, tra cui questo e questo e questo), commentata su moltissime bacheche di insegnanti in modo piuttosto sdegnato come ‘per nulla innovativa’ o addirittura dannosa per lo sviluppo culturale ne sono un segno.

Tanto però è anche il lavoro da fare per misurare questi cambiamenti, per rilevarne la portata scuola per scuola, territorio per territorio. La rilevazione attuale dell’Osservatorio è chiaramente ancora molto parziale. Il Miur garantisce che questo è un primo passo che dovrebbe essere seguito da una rilevazione molto più approfondita e articolata fatta rivolgendosi anche direttamente ai docenti. Perché sono gli insegnanti che nelle classi e nelle scuole utilizzano gli strumenti e possono cambiare il modo di fare didattica. E sono loro, più dei dirigenti che hanno un’idea mediata, che possono raccontarci davvero se e come sta cambiando la scuola dei nostri figli. Quei dati, quando saranno disponibili, probabilmente nel corso del 2018, permetteranno anche ai ragazzi e ai genitori di capire meglio cosa offrono le diverse scuole e di fare delle scelte mirate e più informate, non solo sulla base dello stradario o del passaparola.

Come abbiamo fatto l'inchiesta

In Italia ci sono circa 42mila scuole o plessi (degli edifici ci siamo occupati qui) organizzate in un sistema di non facile comprensione: poco meno di 8300 istituti divisi tra I e II ciclo. Nel primo caso parliamo di istituti comprensivi, che includono almeno tre scuole da quelle d’infanzia alle medie, e spesso molte di più, sotto la gestione di un unico dirigente. Il secondo ciclo corrisponde agli istituti superiori. In questo caso solitamente c’è un dirigente per ogni scuola ma in seguito a una serie di accorpamenti fatti negli ultimi anni, esistono anche istituti dove più scuole sono gestite da un unico dirigente. Gli istituti comprensivi (noti come IC) riuniscono tutto il percorso della scuola dell’obbligo e sono circa 5500 mentre quelli superiori 2700.

Ad agosto AGI ha fatto richiesta di accesso civico al Ministero dell’Istruzione utilizzando la neonata legge italiana sul Freedom of information act, il FOIA, la legge che permette ai cittadini di richiedere dati e informazioni raccolti dagli enti pubblici quando non sono già pubblicate e disponibili. Abbiamo chiesto tutti i dati che servono a capire quante scuole sono connesse in rete, come sono connesse, quali strutture offrono e dunque a raccontare in dettaglio come avanza, se avanza, la digitalizzazione del mondo scolastico italiano. Le tabelle ricevute sono state analizzate con un supporto statistico e i nostri risultati sono stati ridiscussi con il Miur più volte, chiedendo e ottenendo integrazioni e chiarimenti utili a dare un’informazione il più possibile completa.

I dati in nostro possesso sono unici. Perché derivano da una rilevazione fatta nel corso dell’estate, tra metà luglio e fine agosto, dall’Osservatorio scuola digitale, riformato con la legge 105/2017, quella chiamata “La buona scuola” voluta dal governo Renzi. La stessa legge che ha anche rilanciato il Piano nazionale scuola digitale (PNSD) avviato in prima battuta nel 2009 soprattutto per la diffusione delle LIM, le lavagne interattive, nelle scuole italiane. La nuova versione del piano includeva una serie di azioni precise e di finanziamenti con anche le date di attuazione. Il problema è capire se e come sono state attuate.

L’indagine si basa su un questionario molto articolato sottoposto a tutti i dirigenti scolastici con la richiesta di fornire una serie di indicazioni sulle scuole (o più correttamente sui plessi perché ci possono essere più scuole in uno stesso plesso) e sugli istituti che gestiscono. La rilevazione escludeva le scuole d’infanzia, le scuole ospedaliere e quelle carcerarie. Sono stati dunque coinvolti nella consultazione in totale 27458 plessi, di cui 22200 del I ciclo e 5258 del II ciclo.

Purtroppo la risposta è stata bassa e in media, tra il I e il II ciclo, si hanno risposte relative solo a circa una scuola su tre, cioè da 8088 scuole del I ciclo e 891 del II ciclo. In totale, il numero di dirigenti che ha risposto è 4700. C’è una discreta differenza tra regione e regione, con l’Emilia-Romagna in testa con oltre il 44% dei propri plessi rispondenti, seguita dalla regione Marche con il 41%. Agli ultimi posti nella graduatoria, il Lazio, con il 25% delle scuole che hanno risposto e il Molise con solo il 20%. I tassi di risposta per regione anche a seconda del ciclo scolastico, sono riassunti nel grafico sottostante.

In tutte le regioni, è evidente la maggiore partecipazione e percentuale di risposta dei plessi del I ciclo rispetto a quelli delle scuole superiori.

Le ragioni di questo risultato sono diverse a detta del Miur. I dirigenti erano in un periodo di agitazione sindacale in attesa di rinnovo di contratto e in protesta per l’eccesso di mansioni e responsabilità cui sono soggetti. Anche il periodo, tra la chiusura degli esami di maturità e le ferie di agosto, non era probabilmente quello più indicato per ottenere una risposta, in particolare da parte degli istituti superiori, già congestionati da altre scadenze. Inoltre, per ogni domanda i dirigenti potevano rispondere, facoltativamente, sia solo per l’istituto che per i vari plessi, cioè le singole scuole, che dirigono. Così la base dei dati, il denominatore con cui confrontare le risposte ottenute, può variare a seconda della domanda.

Tutto ciò fa sì che quello raccolto dal Miur e fornito ad AGI non sia dunque un campione statistico rappresentativo della situazione generale di tutte le scuole. Il Miur sta elaborando i dati per farne un focus e per avviare una nuova rilevazione, più approfondita, da fare nei prossimi mesi. Tuttavia i dati in nostro possesso sono utili a trarre almeno delle indicazioni della digitalizzazione della scuola italiana.

Dove possibile abbiamo lavorato per riuscire a fornire anche il dato geografico e a mettere in una mappa gli istituti che hanno risposto alla rilevazione fornendo le informazioni più complete possibili. Va da sé che non possiamo immaginare come e cosa avrebbero risposto le scuole, o gli istituti, che non hanno partecipato alla rilevazione. Possiamo solo assumere, ma è appunto una ipotesi, che i dirigenti di scuole più avanzate dal punto di vista digitale siano stati più propensi a fornire informazioni. È anche possibile che i dirigenti più arrabbiati o in maggiore difficoltà abbiano partecipato proprio per rendere esplicite le situazioni più sfavorite. Dunque, è possibile che i dati che presentiamo qui siano una sottostima della realtà effettiva di tutte le scuole italiane. Ma si tratta, appunto, di assunzioni.

Fino al 2015 le rilevazioni fatte dall’Osservatorio vertevano solo sulla strumentazione, cioè sulle connessioni in rete e le attrezzature tecnologiche e multimediali in dotazione a ciascuna scuola: quante LIM (le lavagne interattive) quanti computer, laboratori connessi e così via. Quest’anno, ci ha spiegato la dirigente del Miur Alessandra Augusto, si è cercato di andare più a fondo con domande che provavano a capire quanta strada si è fatta nel rendere le scuole ambienti sempre più connessi. Rimane il fatto che si tratta di informazioni prive del dato fondamentale: anche se gli ambienti sono attrezzati e ci sono le strutture non abbiamo alcuna descrizione degli usi reali e delle applicazioni sperimentate. Per esempio sappiamo se ci sono spazi attrezzati per l’insegnamento chiamato BYOD (bring your own device, basato sull’utilizzo degli strumenti digitali dei ragazzi, in particolare degli smartphone) ma non se vengano davvero usati, come, per fare cosa, da quanti docenti e via dicendo.

 

 



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