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    <title>Agi</title>
    <link>https://www.agi.it</link>
    <description>Agi contents</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Sun, 11 Oct 2026 01:30:11 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Agi</dc:creator>
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    <item>
      <title>L'aria inquinata rende più difficile per api e falene trovare i fiori</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-11/aria-inquinata-api-fiori-39464715/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - &lt;strong&gt;Api, falene e altri insetti impollinatori&lt;/strong&gt;,&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;in presenza di aria inquinata, hanno grandi difficoltà nell'individuare i fiori con l'olfatto. Lo afferma una ricerca condotta dall'&lt;strong&gt;Università di Reading.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli scienziati hanno analizzato &lt;strong&gt;22 studi sperimentali&lt;/strong&gt; su come gli inquinanti atmosferici &lt;strong&gt;ozono&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;ossidi di azoto (NOx)&lt;/strong&gt; influenzano gli impollinatori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Entrambi gli inquinanti rendono più difficile per gli impollinatori trovare i fiori, degradando o alterando i profumi che questi emanano.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'impatto di ozono e ossidi di azoto&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La nuova ricerca, pubblicata sulla rivista &lt;em&gt;Frontiers in Ecology and the Environment&lt;/em&gt;, ha rilevato che l'aumento dell'ozono ha &lt;strong&gt;ridotto le prestazioni degli impollinatori&lt;/strong&gt; in media del &lt;strong&gt;42%&lt;/strong&gt;, mentre gli ossidi di azoto (NOx) le hanno ridotte del &lt;strong&gt;46%&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quando i due inquinanti erano presenti contemporaneamente, la riduzione media era del &lt;strong&gt;68%&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Solo pochi studi hanno testato entrambi gli inquinanti insieme e, in questi, il danno aggiuntivo derivante dalla loro combinazione era inferiore a quanto suggerito dalle medie.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ciò è dovuto al fatto che i due gas reagiscono tra loro nell'aria e si annullano parzialmente a vicenda.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il ruolo dei veicoli diesel&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I veicoli diesel sono responsabili della maggior parte delle emissioni di &lt;strong&gt;NOx&lt;/strong&gt; e possono rimanere in circolazione per oltre vent'anni dopo la vendita dell'ultimo esemplare nuovo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il divieto, posticipato dal 2030 al 2035, di immatricolazione di nuove auto a benzina e diesel nel &lt;strong&gt;Regno Unito&lt;/strong&gt; rischia di aggravare i danni agli impollinatori.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le previsioni per i prossimi decenni&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il dottor &lt;strong&gt;James Ryalls&lt;/strong&gt;, autore principale dello studio presso l'Università di Reading, ha dichiarato:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Si prevede che i livelli di ozono continueranno ad aumentare fino al 2050 circa, anche se le emissioni di NOx inizieranno a diminuire con l'abbandono dei combustibili fossili a livello globale."&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Questo creerà un periodo difficile per gli impollinatori nei prossimi due o tre decenni. Una volta che i combustibili più puliti saranno pienamente operativi, i livelli di ozono dovrebbero diminuire, dando agli impollinatori la possibilità di riprendersi."&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La necessità di ridurre le emissioni&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La velocità con cui avverrà la ripresa dipende dalle scelte che i governi faranno ora.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ridurre più rapidamente le emissioni di NOx, soprattutto quelle dei veicoli diesel, potrebbe accorciare il periodo difficile e accelerare la ripresa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Gran parte del cibo che coltiviamo dipende da impollinatori sani, quindi proteggerli dall'inquinamento non può aspettare fino al 2050".&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Sun, 11 Oct 2026 01:16:00 GMT</pubDate>
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      <title>Sentinel-3C invia le prime immagini della Terra: dall'Italia alla Groenlandia</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-10/sentinel-prime-immagini-terra-italia-39452856/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Dalla &lt;strong&gt;Pianura Padana&lt;/strong&gt; alle &lt;strong&gt;Alpi innevate&lt;/strong&gt;, dalle acque dell'&lt;strong&gt;Adriatico&lt;/strong&gt; ai ghiacci della &lt;strong&gt;Groenlandia&lt;/strong&gt;, fino alle isole dei &lt;strong&gt;Caraibi&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A sole due settimane dal lancio, il nuovo satellite europeo &lt;strong&gt;Copernicus Sentinel-3C&lt;/strong&gt; ha trasmesso le prime immagini della Terra e le prime misurazioni dell'altezza della superficie marina e delle calotte glaciali, confermando il corretto funzionamento di due dei suoi principali strumenti scientifici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo ha annunciato l'&lt;strong&gt;Agenzia Spaziale Europea (ESA)&lt;/strong&gt;, che ha diffuso una prima serie di osservazioni comprendente una fotografia dell'Italia acquisita il 30 settembre e misurazioni radar della Groenlandia raccolte tra il 30 settembre e il 4 ottobre.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I risultati rappresentano un passo importante verso l'entrata in servizio del satellite, destinato a rafforzare il monitoraggio dei cambiamenti climatici, dell'innalzamento del livello del mare, della siccità, degli incendi e dello stato di salute degli oceani.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La missione Sentinel-3C&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Sentinel-3C è il terzo satellite della famiglia &lt;strong&gt;Sentinel-3&lt;/strong&gt;, una delle principali missioni del programma europeo &lt;strong&gt;Copernicus&lt;/strong&gt; per l'osservazione della Terra. La sua funzione è garantire la continuità delle misurazioni ambientali raccolte dallo spazio, integrando le osservazioni dei satelliti già operativi. Il nuovo satellite dispone di strumenti progettati per misurare la temperatura e il colore della superficie marina, l'altezza degli oceani, lo spessore del ghiaccio marino e le caratteristiche della vegetazione e del territorio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I dati vengono utilizzati per studiare fenomeni come le ondate di calore marine, l'inquinamento, la siccità e gli incendi boschivi, ma anche per migliorare le previsioni meteorologiche e seguire l'evoluzione del clima.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'Italia vista dallo spazio&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La prima immagine diffusa dall'ESA, acquisita il 30 settembre dallo strumento per l'osservazione del colore degli oceani e delle terre emerse, mostra l'&lt;strong&gt;Italia&lt;/strong&gt; in colori naturali. L'inquadratura si estende dalla &lt;strong&gt;Germania meridionale&lt;/strong&gt; alla &lt;strong&gt;Sicilia&lt;/strong&gt; e al Mediterraneo meridionale, permettendo di distinguere le principali caratteristiche del territorio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La &lt;strong&gt;Pianura Padana&lt;/strong&gt; appare come un'ampia distesa di tonalità verdi e marroni, che riflettono la distribuzione delle coltivazioni e della vegetazione. A nord, le &lt;strong&gt;Alpi innevate&lt;/strong&gt; emergono con le loro cime luminose, mentre lungo la penisola le differenze cromatiche permettono di riconoscere le diverse coperture del suolo.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Adriatico e Tirreno sotto osservazione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Particolarmente evidenti sono anche le caratteristiche dei mari italiani. Nell'&lt;strong&gt;Adriatico&lt;/strong&gt;, lungo la costa orientale della penisola, si osservano variazioni di colore con acque più chiare in prossimità della riva. Secondo l'ESA, queste tonalità potrebbero essere associate ai sedimenti trasportati dai fiumi e depositati nelle zone costiere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sul versante occidentale, il &lt;strong&gt;Mar Tirreno&lt;/strong&gt; appare più scuro, con &lt;strong&gt;Sardegna&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Sicilia&lt;/strong&gt; chiaramente riconoscibili, mentre la &lt;strong&gt;Corsica&lt;/strong&gt; è in gran parte coperta dalle nuvole.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Dall'Artico ai Caraibi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La seconda immagine, acquisita sempre il 30 settembre, riguarda l'&lt;strong&gt;Arcipelago Artico Canadese&lt;/strong&gt;, a ovest della Groenlandia. Le osservazioni mostrano isole ricoperte di neve e ghiaccio, coste frastagliate, fiordi e affioramenti rocciosi. Nelle acque circostanti, dove il ghiaccio marino raggiunge il minimo stagionale, sono visibili frammenti di ghiaccio dispersi sulla superficie.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il monitoraggio dell'Artico rappresenta una delle applicazioni più importanti della missione. La regione si sta riscaldando molto più rapidamente della media globale e la progressiva riduzione dei ghiacci contribuisce ad amplificare il riscaldamento attraverso meccanismi di retroazione climatica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una terza immagine, acquisita il 29 settembre, mostra invece una parte dei &lt;strong&gt;Caraibi&lt;/strong&gt;, con &lt;strong&gt;Cuba&lt;/strong&gt; nella zona meridionale e le &lt;strong&gt;Bahamas&lt;/strong&gt; nella parte superiore. Le acque poco profonde intorno alle isole appaiono turchesi, in contrasto con il blu scuro delle zone oceaniche più profonde.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le prime misurazioni del livello del mare&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Oltre alle immagini, Sentinel-3C ha già effettuato le prime misurazioni radar dell'altezza della superficie marina.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'altimetro ad apertura sintetica ha raccolto dati nell'&lt;strong&gt;Oceano Atlantico&lt;/strong&gt; e nel &lt;strong&gt;Mediterraneo&lt;/strong&gt;, successivamente confrontati con le misurazioni del livello del mare elaborate dal &lt;strong&gt;Copernicus Marine Service&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il confronto ha mostrato una buona corrispondenza tra le nuove osservazioni e i dati di riferimento, fornendo una prima conferma del corretto funzionamento dello strumento.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Un contributo fondamentale allo studio del clima&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La precisione dell'altimetria satellitare è fondamentale per studiare l'innalzamento degli oceani. Secondo i dati richiamati dall'ESA, dal 1999 il livello medio globale del mare è aumentato a un ritmo medio di &lt;strong&gt;3,64 millimetri all'anno&lt;/strong&gt;, con un'accelerazione nel tempo. Una volta pienamente operativo, Sentinel-3C contribuirà a proseguire queste serie storiche, integrando le misurazioni delle missioni &lt;strong&gt;Copernicus Sentinel-6&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Jason&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'altimetro potrà inoltre misurare le variazioni di altezza dei laghi, dei fiumi, del ghiaccio marino e delle calotte glaciali, contribuendo al monitoraggio delle risorse idriche e dei cambiamenti nelle regioni polari.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I test sulla Groenlandia&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Le prime osservazioni della &lt;strong&gt;Groenlandia&lt;/strong&gt;, raccolte tra il 30 settembre e il 4 ottobre, hanno permesso di confrontare le misurazioni del satellite con un modello digitale di riferimento dell'elevazione della superficie glaciale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo l'ESA, le tracce altimetriche risultano coerenti con il modello, confermando le prestazioni iniziali dello strumento. Il controllo dell'altezza delle calotte glaciali della Groenlandia e dell'&lt;strong&gt;Antartide&lt;/strong&gt; è particolarmente importante per comprendere il contributo della perdita di ghiaccio all'innalzamento del livello del mare e migliorare le proiezioni climatiche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Queste prime misurazioni non rappresentano ancora una nuova stima della perdita di ghiaccio, ma costituiscono una verifica tecnica necessaria prima dell'avvio delle osservazioni sistematiche.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Verso l'entrata in servizio&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La fase di messa in servizio di &lt;strong&gt;Sentinel-3C&lt;/strong&gt; richiederà ancora circa cinque mesi. Durante questo periodo, gli strumenti verranno progressivamente verificati e calibrati per garantire l'affidabilità dei dati scientifici.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Sat, 10 Oct 2026 02:16:00 GMT</pubDate>
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      <title>Perché i cani grandi invecchiano prima</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-08/cani-grandi-invecchiano-prima-39438112/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - I &lt;strong&gt;cani di taglia grande vivono generalmente meno&lt;/strong&gt; di quelli piccoli e una possibile spiegazione è nascosta nei cosiddetti &lt;strong&gt;“geni che saltano”, sequenze di Dna &lt;/strong&gt;capaci di spostarsi nel genoma e la cui regolazione si deteriora più rapidamente negli animali di maggiori dimensioni. A individuarne il possibile meccanismo molecolare è uno studio dell’Arizona State University, pubblicato su Science, che ha analizzato 864 cani del Dog Aging Project e oltre 3 milioni di siti di metilazione del Dna.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il risultato aiuta a spiegare un apparente paradosso sui cani&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Confrontando specie diverse, i mammiferi più grandi tendono spesso a vivere più a lungo: si passa dai pochi anni di alcuni piccoli roditori ai quasi due secoli raggiunti da alcune balene. All’interno della stessa specie può però accadere il contrario. Nei cani, in particolare, le razze più grandi crescono più rapidamente, hanno una vita mediamente più breve e sono &lt;strong&gt;maggiormente esposte a diverse malattie associate all’età.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Il cane offre un modello straordinario per comprendere l’invecchiamento perché mostra una variazione enorme della durata della vita all’interno di una singola specie”, spiega Noah Snyder-Mackler, dell’Arizona State University, autore senior dello studio. I ricercatori hanno studiato la metilazione del Dna, uno dei meccanismi epigenetici che contribuiscono a regolare l’attività dei geni senza modificarne la sequenza. Questi segnali chimici cambiano con l’età e possono essere influenzati anche da fattori ambientali.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Perdita di metilazione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;L’analisi ha mostrato che l’invecchiamento dei cani è accompagnato da una perdita diffusa di metilazione, particolarmente evidente nelle regioni occupate dagli elementi trasponibili, sequenze chiamate&lt;strong&gt; anche “jumping genes”&lt;/strong&gt; perché possono copiar-si e inserirsi in punti differenti del genoma. Una classe, denominata LINE1, è risultata particolarmente associata alle differenze nell’invecchiamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Normalmente la metilazione contribuisce a mantenere sotto controllo questi elementi. Quando viene perduta, la loro attività può aumentare ed è stata associata a instabilità genomica, tumori e altre patologie dell’età. Più del 40% delle regioni del genoma associate a LINE1 ha mostrato una perdita di metilazione con l’invecchiamento, la quota più elevata tra le classi di elementi trasponibili analizzate.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La velocità del fenomeno cambia però in funzione della taglia&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;In media, nelle razze canine giganti la metilazione delle regioni LINE1 diminuisce ogni&lt;strong&gt; anno di circa il 35% in più&lt;/strong&gt; rispetto alle razze piccole. “È uno dei segnali molecolari più chiari che abbiamo osservato in corrispondenza del noto compromesso tra dimensioni corporee e durata della vita nei cani”, afferma Blaise Mariner, coautore dello studio. Il risultato suggerisce che l’invecchiamento più rapido dei cani grandi possa dipendere almeno in parte da un minore controllo di questi elementi mobili.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Sono emerse anche differenze tra i sessi:&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Sul cromosoma X le sequenze LINE1 risultavano più metilate nei maschi che nelle femmine,&lt;/strong&gt; un risultato che secondo gli autori potrebbe indicare differenze nella regolazione epigenetica dell’invecchiamento. Lo studio non dimostra tuttavia che la perdita di controllo dei LINE1 sia la causa della minore longevità dei cani di grossa taglia. Resta da stabilire se l’attività degli elementi trasponibili provochi l’invecchiamento o sia invece una sua conseguenza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poiché i cani condividono con gli esseri umani ambiente, alimentazione, attività e assistenza sanitaria, i ricercatori ritengono che il modello possa offrire indicazioni anche sulla biologia dell’invecchiamento umano. “Il nostro lavoro suggerisce che gli elementi trasponibili possano essere una componente fondamentale del processo di invecchiamento nei mammiferi”, conclude Snyder-Mackler. Serviranno però ulteriori studi prima di stabilire se intervenire su questi meccanismi possa contribuire a prolungare la vita in buona salute nell’uomo.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Thu, 08 Oct 2026 23:10:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-10-08T23:10:00Z</dc:date>
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      <title>Jonathan ha quasi 200 anni, il Dna svela il segreto della sua longevità</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-08/jonathan-tartaruga-dna-39428405/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI -&lt;strong&gt; Jonathan&lt;/strong&gt;, la tartaruga gigante delle Seychelles considerata il più vecchio animale terrestre vivente al mondo, ha conservato per quasi due secoli una sorprendente stabilità dei meccanismi che regolano la riparazione del Dna, il metabolismo e altre funzioni cellulari legate all’invecchiamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’analisi del suo genoma ha inoltre individuato &lt;strong&gt;287 varianti genetiche peculiari&lt;/strong&gt; associate a processi come riparazione dei danni al Dna, controllo dell’infiammazione, regolazione dell’insulina e soppressione dei tumori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È quanto emerge dal primo studio che ha analizzato insieme &lt;strong&gt;genoma ed epigenoma&lt;/strong&gt; di questa eccezionale tartaruga, condotto da &lt;strong&gt;Benjamin Vaisvil&lt;/strong&gt; e colleghi e pubblicato su &lt;em&gt;Science Advances&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Chi è Jonathan e quanti anni ha&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Jonathan è una tartaruga gigante di Aldabra, &lt;em&gt;Aldabrachelys gigantea&lt;/em&gt;, che vive sull’isola di &lt;strong&gt;Sant’Elena&lt;/strong&gt;, territorio britannico d’oltremare nell’Atlantico meridionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La sua età è stimata sulla base delle informazioni storiche e non è quindi conosciuta con assoluta precisione: secondo i dati riportati dai ricercatori sarebbe nato intorno al &lt;strong&gt;1832&lt;/strong&gt; e avrebbe oggi circa &lt;strong&gt;194 anni&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È arrivato dalle Seychelles a Sant’Elena 144 anni fa, quando era già completamente sviluppato, come dono al governatore dell’isola. È quindi contemporaneo di &lt;strong&gt;Charles Darwin&lt;/strong&gt; e della &lt;strong&gt;regina Vittoria&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Come è stato analizzato il suo Dna&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Per cercare di capire come abbia raggiunto una longevità tanto estrema, i ricercatori hanno sequenziato il suo genoma e analizzato il &lt;strong&gt;metiloma&lt;/strong&gt;, cioè l’insieme delle modificazioni chimiche del Dna prodotte dalla metilazione, uno dei principali meccanismi epigenetici che regolano l’attività dei geni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il materiale genetico è stato raccolto attraverso campioni prelevati dall’interno della guancia: per convincere Jonathan ad aprire la bocca, gli scienziati lo hanno attirato con la promessa di cibo.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il confronto con altre tartarughe giganti&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I dati sono stati confrontati con quelli di altre quattro tartarughe giganti di Aldabra, da individui giovani fino ad adulti anziani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’analisi genetica ha identificato varianti associate a numerosi meccanismi già collegati all’invecchiamento e alla longevità, tra cui &lt;strong&gt;mantenimento dei telomeri, funzione mitocondriale, regolazione dell’insulina, riparazione del Dna e controllo del cancro&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La scoperta più importante: la stabilità dell’epigenoma&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Ma uno dei risultati più interessanti arriva dall’epigenoma.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con l’età, i modelli di metilazione del Dna tendono normalmente ad accumulare modificazioni casuali, un fenomeno definito &lt;strong&gt;“entropia della metilazione”&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In Jonathan questa entropia è risultata invece bassa in specifiche regioni regolatrici di geni coinvolti nella funzione dei mitocondri, nell’elaborazione dell’Rna e nella riparazione del genoma.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo i ricercatori, questa stabilità potrebbe permettere di mantenere nel tempo una regolazione particolarmente precisa di funzioni cellulari fondamentali.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le parole degli scienziati&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;“Abbiamo scoperto che i regolatori dei geni coinvolti nella produzione di energia e nella riparazione del Dna sono rimasti incredibilmente stabili in Jonathan per quasi due secoli”, spiega &lt;strong&gt;Justin Gerlach&lt;/strong&gt;, dell’Università di Cambridge.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Ci sono poche creature che potrebbero dirci di più sull’invecchiamento delle tartarughe giganti delle Galápagos e delle Seychelles”, aggiunge Gerlach.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Lavorare con una tartaruga gigante veramente anziana è un privilegio: si ha la sensazione che la tartaruga sia una collaboratrice, non il soggetto dello studio”.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Un caso eccezionale di longevità&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Jonathan rappresenta un caso estremo persino per una specie già nota per la longevità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo il materiale dello studio, la sua età supera di circa un secolo quella raggiunta dalla maggior parte delle tartarughe giganti di Aldabra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I risultati non identificano tuttavia un singolo &lt;strong&gt;“gene della longevità”&lt;/strong&gt;: indicano piuttosto una combinazione di varianti genetiche e di eccezionale conservazione dei sistemi epigenetici che regolano alcuni dei processi cellulari più importanti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Abbiamo già risolto in natura il puzzle dell’invecchiamento in modi straordinari e il genoma di Jonathan fornisce un modello di resilienza cellulare”, afferma &lt;strong&gt;Stephen Clark&lt;/strong&gt;, fondatore di Kallel e autore senior dello studio.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Cosa significa questa scoperta&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Gli autori ritengono che comprendere come organismi eccezionalmente longevi riescano a limitare il deterioramento molecolare possa offrire nuovi indizi sui meccanismi fondamentali dell’invecchiamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio descrive però le caratteristiche genetiche ed epigenetiche di Jonathan e il confronto con appena quattro altri esemplari: non dimostra quindi che le varianti individuate siano da sole responsabili della sua eccezionale longevità, né che gli stessi meccanismi possano essere trasferiti direttamente all’uomo.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 08 Oct 2026 02:16:00 GMT</pubDate>
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      <title>Il Nobel per la chimica a Kagan e Soai. Risolto un mistero vecchio più di un secolo. Cnr: ...</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-07/nobel-chimica-kagan-soai-39417288/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Il Premio &lt;strong&gt;Nobel per la Chimica&lt;/strong&gt; per il 2026 va a &lt;strong&gt;Henri Kagan e Kenso Soai &lt;/strong&gt;"per la scoperta di effetti non lineari e dell'autocatalisi nella sintesi organica asimmetrica".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Henri Kagan è nato nel 1930 a Boulogne-sur-Mer, in Francia. È professore emerito dell'Universitè Paris-Sud, ora nota come &lt;strong&gt;Universitè Paris-Saclay&lt;/strong&gt;. Kenso Soai è nato nel 1950 a Hiroshima, in Giappone. È professore emerito della Tokyo University of Science, in Giappone.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Risolto un mistero vecchio più di un secolo&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I due scienziati hanno mostrato come una &lt;strong&gt;reazione chimica possa selezionare &lt;/strong&gt;e amplificare una sola delle due forme speculari di una molecola, contribuendo a risolvere uno dei problemi fondamentali della chimica: spiegare come possa emergere spontaneamente &lt;strong&gt;l'omochiralità che caratterizza la vita.&lt;/strong&gt; Molte molecole, tra cui gli aminoacidi, possono infatti presentarsi in due versioni che hanno la stessa relazione esistente tra&lt;strong&gt; la mano destra e quella sinistra&lt;/strong&gt;: sono immagini speculari che non possono essere sovrapposte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La chimica degli organismi viventi è però "omochirale": nelle proteine delle cellule viene utilizzata soltanto una delle due forme degli aminoacidi. Per lungo tempo i chimici si sono &lt;strong&gt;interrogati su come una simile asimmetria potesse originarsi.&lt;/strong&gt; Le reazioni capaci di produrre le due forme speculari tendevano infatti a generarle in quantità uguali. Il problema ha anche conseguenze pratiche decisive, perché nella produzione di molecole destinate a interagire con gli organismi viventi, come i farmaci, le due forme speculari possono comportarsi diversamente.&lt;/p&gt;
&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;"Henri Kagan e Kenso Soai hanno fornito una soluzione a un mistero chimico vecchio di oltre un secolo: &lt;strong&gt;come l'omochiralità possa emergere spontaneamente",&lt;/strong&gt; afferma Heiner Linke, presidente del Comitato Nobel per la Chimica. "Le reazioni chimiche che hanno sviluppato sono spettacolari". Il primo passaggio decisivo arrivò nel 1986.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Kagan scoprì un nuovo modo di manipolare le reazioni chimiche che consentiva di ottenere un eccesso di una delle due immagini speculari maggiore di quanto fino ad allora ritenuto possibile. Era la dimostrazione che piccole differenze iniziali potevano produrre effetti molto più grandi nella composizione finale. Soai compì il passo successivo. Nel 1995 descrisse una reazione dotata del potenziale per diventare omochirale attraverso l'autocatalisi, un processo nel quale il prodotto della reazione contribuisce a favorire la propria ulteriore formazione. Nel 2003 riuscì infine a ottenere una reazione nella quale veniva prodotta soltanto una delle due possibili immagini speculari.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Un risultato mai raggiunto&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Secondo l'Accademia svedese, al di fuori della vita stessa nessuno aveva precedentemente raggiunto un simile risultato. Le scoperte di Kagan e Soai hanno così dimostrato attraverso la chimica come un'asimmetria possa nascere e amplificarsi fino a far prevalere una sola configurazione molecolare. Un principio che ha permesso di comprendere meglio l'origine dell'omochiralità e che ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo delle reazioni asimmetriche utilizzate per progettare e produrre molecole farmaceutiche.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Cnr: scoperte decisive per farmaci e materiali&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Le scoperte di Henri Kagan e Kenso Soai possono avere applicazioni decisive nella produzione di farmaci e nuovi materiali. Lo afferma Lidia Armelao, direttrice del Dipartimento di Scienze chimiche e tecnologie dei materiali del Consiglio Nazionale delle Ricerche, commentando l'assegnazione del Nobel ai due scienziati "per la scoperta degli effetti non lineari e dell'autocatalisi nella sintesi organica asimmetrica".&amp;nbsp;"Molte molecole esistono in due forme speculari, come le nostre due mani, chiamate enantiomeri. Questa proprietà è nota come chiralita'", spiega Armelao.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Kagan e Soai, prosegue, "hanno dimostrato come l'omochiralità possa emergere e amplificarsi spontaneamente all'interno di una reazione chimica". Il contributo dei due premiati ha permesso di comprendere come una piccola preferenza iniziale per una delle due forme speculari possa essere amplificata attraverso una reazione. "Henri Kagan ha scoperto un nuovo modo di influenzare l'esito delle reazioni, che permette di ottenere un eccesso di una delle due forme maggiore di quanto si ritenesse possibile - sottolinea la direttrice del Cnr - Kenso Soai ha progettato una reazione autocatalitica in cui si forma soltanto una delle due forme speculari, un risultato senza precedenti al di fuori dei sistemi viventi e fondamentale per comprendere l'origine della chiralità". La possibilità di controllare quale delle due versioni di una molecola venga prodotta ha conseguenze che vanno oltre la ricerca di base.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;Secondo la scienziata, il valore delle ricerche premiate sta quindi sia nell'aver contribuito a spiegare un principio fondamentale della chimica sia nell'aver fornito nuovi strumenti per controllare le reazioni. "Con il loro lavoro pionieristico, Kagan e Soai hanno trasformato la sintesi organica asimmetrica, mostrando come le reazioni possano essere guidate verso la formazione di una specifica forma molecolare - conclude - le loro scoperte offrono strumenti per progettare reazioni sempre più selettive e aprono la strada a nuove applicazioni nella chimica farmaceutica, nella scienza dei materiali e in molti altri settori".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Wed, 07 Oct 2026 13:16:14 GMT</pubDate>
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      <title>Ecco perché le '"cellule zombie" si accumulano con l'età</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-07/cellule-zombie-malattie-eta-39407071/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Con l'avanzare dell'età, il nostro corpo accumula "&lt;strong&gt;cellule zombie&lt;/strong&gt;", ovvero cellule viventi che hanno smesso di dividersi o di funzionare normalmente, ma che persistono nei tessuti, contribuendo all'&lt;strong&gt;infiammazione cronica&lt;/strong&gt; e alle malattie legate all'età. Un nuovo studio condotto da ricercatori dell'Albert Einstein College of Medicine e pubblicato su Nature Aging aiuta a spiegare perchè queste cellule, formalmente note come cellule senescenti, diventano sempre più difficili da eliminare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La ricerca indica anche una potenziale strategia per aiutare il corpo a liberarsi di queste cellule. In esperimenti condotti sui topi, i ricercatori hanno scoperto che la diminuzione dell'attività in un processo di riciclo cellulare chiamato autofagia mediata da chaperoni (CMA) compromette sia le cellule zombie sia le cellule immunitarie responsabili della loro rimozione.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'effetto sulla fibrosi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il ripristino di questo processo di riciclo ha ridotto l'accumulo di cellule senescenti e attenuato la gravità della&lt;strong&gt; fibrosi polmonare&lt;/strong&gt;, una malattia strettamente correlata alla senescenza. "Negli animali anziani, i cambiamenti legati all'età sia nelle cellule senescenti che nelle cellule immunitarie responsabili della loro rimozione consentono a queste cellule zombie di accumularsi e di svolgere un ruolo nella malattia", ha affermato la responsabile dello studio Ana Maria Cuervo, MD, Ph.D. , illustre professoressa di biologia dello sviluppo e molecolare e di medicina, titolare della cattedra Robert e Renee Belfer per lo studio delle malattie neurodegenerative e co-direttrice dell'Istituto di Gerontologia dell'Einstein. "Ripristinando il riciclo cellulare, potremmo essere in grado di aiutare le difese dell'organismo a eliminare queste cellule in modo più efficace".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel nuovo studio, Cuervo e il suo team hanno indagato se il declino della CMA contribuisca all'&lt;strong&gt;accumulo di cellule senescent&lt;/strong&gt;i che, con l'avanzare dell'età, possono compromettere la funzionalità dei tessuti sani. La maggior parte degli esperimenti è stata condotta sui topi, mentre le analisi del tessuto polmonare umano hanno fornito prove che i risultati potrebbero essere rilevanti anche per le persone. Le cellule zombie a volte possono essere utili.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Durante la guarigione delle ferite, ad esempio, alcune cellule danneggiate entrano in uno stato di senescenza in cui rilasciano sostanze che reclutano altre cellule per aiutare la riparazione dei tessuti. Normalmente, queste cellule zombie vengono presto eliminate dai macrofagi, cellule immunitarie essenziali che combattono le infezioni, rimuovono le cellule morte e regolano l'infiammazione e la riparazione dei tessuti.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il ruolo della CMA nella guarigione delle ferite&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Per studiare il ruolo della CMA nella &lt;strong&gt;guarigione delle ferite&lt;/strong&gt;, i ricercatori hanno utilizzato topi i cui macrofagi erano stati geneticamente modificati per essere privi di CMA. Rispetto ai topi di controllo, questi topi accumulavano un maggior numero di cellule "zombie" nei siti delle ferite e le loro ferite guarivano più lentamente. I risultati indicano che la CMA nei macrofagi è importante per eliminare le cellule senescenti che possono interferire con la riparazione dei tessuti. Gli scienziati possono creare cellule zombie in laboratorio esponendo le cellule del corpo a farmaci che ne impediscono la divisione.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La zombificazione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Quando i ricercatori hanno &lt;strong&gt;"zombificato" i fibroblasti&lt;/strong&gt;, cellule presenti nel tessuto connettivo, di topi giovani e anziani, hanno riscontrato differenze sorprendenti nell'attività della CMA. Le cellule dei topi giovani hanno aumentato la loro attività CMA con l'avanzare della senescenza. Al contrario, le cellule dei topi anziani non sono riuscite ad aumentare la loro già bassa attività CMA. Questo fallimento ha avuto importanti conseguenze: alcune proteine all'interno delle cellule senescenti non venivano degradate correttamente tramite CMA. Di conseguenza, queste cellule secernono sostanze tossiche non digerite che rendono le cellule sane vicine più propense a trasformarsi in cellule "zombie" e interferiscono con la capacità dei macrofagi di riconoscerle ed eliminarle.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che l'attività CMA nei macrofagi degli animali anziani era inferiore a quella degli animali giovani, riducendo la loro capacità di fagocitare ed eliminare le cellule senescenti. Da quando gli scienziati hanno scoperto che le cellule zombie contribuiscono al processo di invecchiamento, i ricercatori hanno sviluppato i cosiddetti farmaci senolitici per eliminarle. Tuttavia, i nuovi risultati suggeriscono che testare questi farmaci su cellule prelevate da animali giovani e rese senescenti in laboratorio potrebbe non riprodurre completamente il loro funzionamento negli organismi più anziani. I risultati indicano un approccio alternativo: utilizzare un composto che attivi la CMA per ridurre gli effetti dannosi delle secrezioni delle cellule zombie e ripristini la capacità dei macrofagi di riconoscere e fagocitare le cellule zombie.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Wed, 07 Oct 2026 03:04:00 GMT</pubDate>
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      <title>Così il fumo di sigaretta spiana la strada al cancro al polmone</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-07/fumo-cancro-polmone-39407701/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - L'esposizione cronica al&lt;strong&gt; fumo di sigaretta&lt;/strong&gt; può preparare le cellule del polmone allo sviluppo del &lt;strong&gt;tumore&lt;/strong&gt; ancora prima che intervengano le mutazioni genetiche tipicamente associate al cancro. Il fumo induce infatti uno stato epigenetico che permette alle cellule di eludere la risposta immunitaria e riduce i segnali che normalmente portano alla loro morte. E' quanto emerge da uno studio condotto da Na Wang, Stephen B. Baylin, Michelle Vaz e colleghi della Johns Hopkins University School of Medicine, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). Il fumo di sigaretta provoca un'infiammazione cronica dei tessuti polmonari ed è uno dei principali fattori di rischio per il cancro del polmone.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tuttavia, spiegano gli autori, le alterazioni di geni come KRAS e TP53, frequentemente osservate nei tumori polmonari, non sono da sole sufficienti a innescare il &lt;strong&gt;cancro nelle normali cellule del polmone&lt;/strong&gt;. I ricercatori hanno quindi cercato di ricostruire ciò che accade prima della formazione del tumore e di capire in che modo una prolungata esposizione al fumo modifichi il terreno cellulare sul quale possono successivamente agire le mutazioni oncogeniche. Per farlo, il gruppo ha utilizzato modelli di organoidi polmonari, esponendoli in modo cronico a condensato di fumo di sigaretta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'esperimento ha mostrato che la risposta all'infiammazione non si limita a produrre un danno immediato. Nelle cellule si instaurano modificazioni epigenetiche, cioè cambiamenti nella regolazione dell'attività dei geni che non comportano necessariamente alterazioni della sequenza del DNA. Queste modificazioni portano alla comparsa di uno stato capace di sfuggire maggiormente alla sorveglianza immunitaria, caratterizzato dalla riduzione dell'attività delle vie infiammatorie e dei segnali che inducono la morte cellulare. Un passaggio particolarmente importante riguarda le cellule staminali. Sotto l'effetto dell'&lt;strong&gt;esposizione cronica al fumo&lt;/strong&gt;, differenti popolazioni di cellule staminali evolvono attraverso percorsi distinti verso &lt;strong&gt;stati premaligni&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Come reagiscono le cellule&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Questi stati non sono equivalenti: quando successivamente compaiono specifiche alterazioni genetiche associate al cancro, le cellule reagiscono in maniera diversa. I ricercatori hanno in particolare studiato gli effetti della mutazione KrasG12V e della perdita di Tp53. Nei modelli sperimentali, la risposta a queste alterazioni dipendeva dallo stato molecolare che le cellule avevano acquisito in precedenza in seguito all'esposizione al fumo.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il carcinoma polmonare non a piccole cellule&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Le diverse combinazioni hanno portato allo sviluppo di differenti sottotipi di &lt;strong&gt;carcinoma polmonare non a piccole cellule&lt;/strong&gt;. Il risultato suggerisce quindi che l'identità di un tumore non dipenda esclusivamente dalla mutazione che lo provoca. A contribuire alla sua formazione sarebbe anche la condizione molecolare ed epigenetica della cellula nella quale quella mutazione compare. Il fumo cronico potrebbe, in altre parole, modificare progressivamente le cellule creando differenti &lt;strong&gt;terreni premaligni &lt;/strong&gt;sui quali le successive alterazioni genetiche possono produrre tumori diversi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo gli autori, comprendere insieme le conseguenze genetiche ed epigenetiche dell'esposizione al fumo potrebbe aiutare a ricostruire meglio le prime fasi della carcinogenesi polmonare. L'identificazione degli stati cellulari che precedono la comparsa del tumore potrebbe inoltre contribuire allo sviluppo di strumenti più precisi per prevedere il rischio individuale e migliorare la diagnosi precoce del cancro del polmone.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Wed, 07 Oct 2026 02:36:00 GMT</pubDate>
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      <title>Con gli ultrasuoni migliora il tunnel carpale</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-07/ultrasuoni-tunnel-carpale-39406849/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - L'&lt;strong&gt;idrodissezione&lt;/strong&gt;, una tecnica innovativa minimamente invasiva basata sugli &lt;strong&gt;ultrasuoni&lt;/strong&gt;, offre sollievo duraturo senza necessità di ricorrere ai farmaci steroidei per i pazienti che soffrono della sindrome del &lt;strong&gt;tunnel carpale&lt;/strong&gt;. Lo suggerisce uno studio, pubblicato sulla rivista Radiology, condotto dagli scienziati dell'University College of Medical Sciences e del Guru Teg Bahadur Hospital di Delhi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il team, guidato da Anupama Tandon e Anindita Bose, ha reclutato 63 partecipanti con tunnel carpale refrattari alle cure convenzionali, dividendoli in tre gruppi: &lt;strong&gt;idrodissezione ecoguidata con sola soluzione salina, idrodissezione con soluzione salina e corticosteroide&lt;/strong&gt;, oppure iniezione classica di solo corticosteroide. I soggetti sono stati monitorati per 24 settimane tramite ecografia.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I risultati&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I risultati hanno mostrato che l'approccio ha ridotto l'area del nervo mediano del 43-45 per cento rispetto al trattamento tradizionale. Allo stesso tempo, i benefici della pratica continuavano a migliorare fino a sei mesi, a differenza delle iniezioni di steroidi che offrono solo un sollievo temporaneo ed espongono a rischi locali come l'indebolimento dei tendini.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Il nostro lavoro - afferma Tandon - suggerisce che l'idrodissezione ecoguidata con soluzione salina rappresenta un trattamento sicuro e minimamente invasivo, che può fornire un miglioramento clinico e morfologico duraturo nei pazienti con sindrome del tunnel carpale refrattaria, e può persino alleviare o differire la necessità di un intervento chirurgico".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nei prossimi approfondimenti, concludono gli autori, sarà necessario avviare studi multicentrici su campioni più ampi e hanno già avviato una ricerca per confrontare l'efficacia a lungo termine di diverse sostanze iniettabili nell'idrodissezione, valutando ad esempio il destrosio rispetto alla soluzione salina.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Wed, 07 Oct 2026 01:29:00 GMT</pubDate>
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      <title>Che cos'è l'optogenetica, la tecnica che comanda i neuroni con la luce</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-05/che-cose-optogenetica-nobel-39390079/</link>
      <description>AGI - Il &lt;a href="https://www.agi.it/estero/news/2026-10-05/nobel-medicina-2026-vincitori-39389545/"&gt;Nobel per la Fisiologia o la Medicina 2026 è stato assegnato a Peter Hegemann, Georg Nagel e Karl Deisseroth&amp;nbsp;&lt;/a&gt;&lt;b&gt;per l'optogenetica, la tecnica che permette di controllare con la luce l'attività di specifiche cellule nervose e di studiare nel cervello vivente i circuiti alla base di memoria, emozioni e comportamenti.&lt;/b&gt; La scoperta ha aperto, secondo il Comitato Nobel, una nuova era nelle neuroscienze. 
&lt;p&gt;All'origine della tecnica c'è una piccola alga unicellulare, &lt;b&gt;Chlamydomonas&lt;/b&gt;. Peter Hegemann cercava di comprendere come fosse capace di orientarsi e nuotare verso una fonte luminosa. All'inizio degli anni Duemila, insieme a Georg Nagel, individuo' una proteina dalle proprietà particolari, la &lt;b&gt;channelrhodopsin&lt;/b&gt;, presente sulla superficie della cellula. Quando viene colpita dalla luce blu, la proteina apre un canale attraverso la membrana cellulare consentendo il passaggio di ioni carichi e generando cosi' un impulso elettrico. Hegemann e Nagel dimostrarono inoltre che la channelrhodopsin poteva rendere sensibili alla luce anche altri tipi di cellule nelle quali veniva introduced.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il passaggio decisivo verso le neuroscienze arrivo' con &lt;b&gt;Karl Deisseroth&lt;/b&gt;, che introdusse il gene della channelrhodopsin nelle cellule nervose di ratto. Illuminandole con luce blu riusci' ad attivare un segnale nervoso. Il risultato venne pubblicato nel 2005 e, due anni più tardi, Deisseroth riusci' a utilizzare questo "interruttore" controllato dalla luce anche nel cervello di topi vivi. Da questi esperimenti è nata l'optogenetica.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Come funziona l'optogenetica&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La tecnica consente di &lt;b&gt;attivare o controllare popolazioni selezionate di neuroni con grande precisione&lt;/b&gt; e quindi di verificare il loro ruolo nei circuiti cerebrali. Prima del suo sviluppo, gli strumenti disponibili permettevano di associare determinate aree del cervello a funzioni specifiche, ma rendevano molto più difficile dimostrare direttamente i rapporti causali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;"L'optogenetica offre opportunità di mappare il cervello in un modo che un tempo potevamo soltanto sognare"&lt;/b&gt;, afferma Per Svenningsson, presidente del Comitato Nobel per la Fisiologia o la Medicina.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'impiego dell'optogenetica si è rapidamente diffuso nei laboratori di tutto il mondo. I ricercatori hanno potuto &lt;b&gt;identificare circuiti neuronali coinvolti in specifici ricordi, emozioni e comportamenti&lt;/b&gt; e studiare meccanismi rilevanti per diverse malattie neurologiche e psichiatriche. Le applicazioni stanno raggiungendo anche la ricerca clinica. &lt;b&gt;L'optogenetica viene sperimentata, tra l'altro, nel tentativo di restituire capacità visive a persone con deficit della vista.&lt;/b&gt; Il principio nato dallo studio di come un'alga cerca la luce è diventato cosi' uno degli strumenti più potenti per cercare di comprendere come funziona il cervello.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Mon, 05 Oct 2026 10:13:31 GMT</pubDate>
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      <title>Così soldi e relazioni ci tormentano anche nei sogni</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-03/soldi-relazioni-stress-sogni-39368713/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Le preoccupazioni economiche e i problemi nelle relazioni personali non ci abbandonano neppure quando dormiamo. Anzi, condizionano il nostro riposo. Un nuovo studio suggerisce che livelli più elevati di stress durante la vita quotidiana sono associati a emozioni più negative nei sogni, con un legame particolarmente forte per le difficoltà finanziarie e le tensioni con partner, familiari e amici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La ricerca, pubblicata sulla rivista&lt;strong&gt; &lt;em&gt;Dreaming&lt;/em&gt; dell'American Psychological Association, &lt;/strong&gt;è stata condotta da Jonas Mathes della SRH University Heidelberg insieme a Eileen Hizal-Keul e Nadia Sosnowsky-Waschek. Gli studiosi hanno analizzato il rapporto tra stress vissuto durante il giorno, strategie utilizzate per affrontarlo e contenuto emotivo dei sogni.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Due settimane di sogni e incubi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Allo studio hanno partecipato 65 persone tra i 17 e i 61 anni, in maggioranza donne e studenti. Prima dell'esperimento i volontari hanno compilato un questionario sulle principali fonti di stress nella loro vita, indicando tra l'altro &lt;strong&gt;problemi economici, pressioni legate al lavoro o allo studio, salute e difficoltà nelle relazioni personali.&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;Per le due settimane successive hanno tenuto un diario online dei sogni. Ogni mattina dovevano indicare se ricordavano ciò che avevano sognato e valutare l'intensità delle emozioni provate durante il sonno, tra cui paura, tristezza, rabbia, disgusto, disprezzo, gioia e sorpresa. In totale sono stati raccolti 276 sogni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel 39% dei racconti sono comparse emozioni negative come paura, tristezza, rabbia, disgusto o disprezzo. Circa l'11% dei sogni è stato invece classificato dagli stessi partecipanti come un incubo. Tra le emozioni registrate più frequentemente figuravano comunque anche sorpresa e gioia.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Soldi e relazioni pesano anche di notte&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Mettendo a confronto i questionari iniziali con i diari, i ricercatori hanno osservato che le persone che riportavano livelli maggiori di stress nella vita quotidiana tendevano anche a sperimentare emozioni negative più intense nei sogni. Tra le diverse fonti di preoccupazione, quelle maggiormente associate ai sogni negativi riguardavano soprattutto i rapporti con famiglia, amici e partner e i problemi finanziari, compresi i debiti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I risultati sono coerenti con la cosiddetta &lt;strong&gt;“ipotesi della continuità”&lt;/strong&gt;, secondo la quale esperienze, emozioni e preoccupazioni della vita da svegli tendono in parte a riemergere durante il sonno. Non significa necessariamente che nei sogni vengano riprodotte le stesse situazioni vissute durante il giorno, ma che il loro contenuto emotivo possa lasciare una traccia.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Come affrontiamo lo stress non sembra cambiare i sogni&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori hanno analizzato anche il ruolo delle strategie utilizzate per gestire lo stress. L'ipotesi era che comportamenti considerati adattivi, come cercare il sostegno degli altri o concentrarsi su pensieri positivi, potessero ridurre le emozioni negative nei sogni, mentre strategie meno salutari potessero accentuarle. &lt;strong&gt;I dati, però, non hanno mostrato un effetto statisticamente significativo.&lt;/strong&gt; Chi ricorreva più spesso al sostegno sociale o al pensiero positivo non riportava necessariamente sogni meno negativi. Allo stesso modo, nel campione analizzato, l'uso di alcol o sigarette come risposta allo stress non era associato a un aumento significativo delle emozioni negative durante il sonno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio presenta comunque diversi limiti. Il campione è relativamente piccolo e composto soprattutto da giovani e studenti, mentre i sogni sono stati ricostruiti sulla base dei ricordi dei partecipanti al risveglio. Anche la valutazione delle strategie meno adattive era limitata essenzialmente al consumo di alcol e sigarette, senza includere altri comportamenti come isolamento sociale o eccessi alimentari. I risultati quindi non dimostrano che lo stress economico o relazionale provochi direttamente brutti sogni, ma mostrano una relazione tra il disagio sperimentato durante la veglia e il tono emotivo della vita onirica. Gli autori indicano la necessità di studi più ampi e più lunghi, anche su persone sottoposte a livelli elevati di stress o che soffrono frequentemente di incubi.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
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      <pubDate>Sat, 03 Oct 2026 10:48:57 GMT</pubDate>
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      <title>Gli animali potrebbero essere comparsi 200 milioni di anni prima del previsto</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-03/origine-animali-studio-39359318/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Le origini degli animali potrebbero risalire a circa &lt;strong&gt;200 milioni di anni prima&lt;/strong&gt; rispetto a quanto suggeriscono i più antichi fossili chiaramente riconoscibili. A rafforzare questa ipotesi è uno studio pubblicato su &lt;em&gt;Science Advances&lt;/em&gt; e condotto da ricercatori dell'&lt;strong&gt;Università di Oxford&lt;/strong&gt;, che sposta l'attenzione fino a un periodo compreso tra &lt;strong&gt;800 e 700 milioni di anni fa&lt;/strong&gt;, nel Neoproterozoico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il gruppo, guidato da &lt;strong&gt;Ross Anderson e Orin Lole Durbin&lt;/strong&gt;, ha studiato la &lt;strong&gt;Kheseen Biota&lt;/strong&gt;, un deposito fossile della Mongolia che si è rivelato più giovane di oltre 40 milioni di anni rispetto alla Weng'an Biota cinese, risalente a circa 590 milioni di anni fa e a lungo utilizzata come uno dei principali riferimenti per ricostruire le prime fasi dell'evoluzione animale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori hanno esaminato oltre &lt;strong&gt;140 campioni&lt;/strong&gt; attraverso la microscopia elettronica. I risultati suggeriscono che l'assenza di fossili animali riconoscibili nei depositi più antichi non possa essere considerata, da sola, una prova che gli animali non esistessero ancora.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'orologio molecolare sposta indietro le origini degli animali&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Per ricostruire meglio la linea temporale dell'evoluzione, gli studiosi hanno preso in considerazione anche depositi ancora più antichi, datati tra circa &lt;strong&gt;850 e 730 milioni di anni fa&lt;/strong&gt;, utilizzandoli come nuovi punti di riferimento insieme ai dati genetici delle specie viventi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Attraverso il cosiddetto &lt;strong&gt;orologio molecolare&lt;/strong&gt;, una tecnica che sfrutta le differenze genetiche accumulate tra le specie per stimare quando vissero i loro antenati comuni, i ricercatori hanno ottenuto indicazioni compatibili con una comparsa degli animali tra 800 e 700 milioni di anni fa.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il divario tra fossili e dati genetici&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il risultato interviene su un problema che accompagna da tempo gli studi sull'origine della vita animale. Le ricostruzioni basate sull'orologio molecolare hanno spesso collocato la comparsa degli animali intorno a &lt;strong&gt;800 milioni di anni fa&lt;/strong&gt;, mentre il record fossile chiaramente riconoscibile arriva soltanto a circa &lt;strong&gt;574 milioni di anni fa&lt;/strong&gt;. Una discrepanza che ha alimentato il dibattito su quanto l'assenza di fossili dipenda dalla reale assenza degli organismi e quanto, invece, dalle difficoltà nel conservarne le tracce.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Il lavoro non consente di affermare con certezza che 800 milioni di anni fa esistesse la vita animale", precisa Lole Durbin, ma mette insieme una serie di indizi che, secondo gli autori, potrebbe spingere a riconsiderare l'attuale ricostruzione delle prime fasi dell'evoluzione animale.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Perché i primi animali potrebbero non aver lasciato fossili&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Una possibile spiegazione della scarsità di fossili è legata proprio all'aspetto dei primi animali. Gli organismi ancestrali potrebbero essere stati &lt;strong&gt;molto piccoli e privi di strutture dure&lt;/strong&gt;, come gusci, scheletri o ossa, caratteristiche che avrebbero reso estremamente difficile la loro fossilizzazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli autori sottolineano comunque che la nuova ricostruzione dovrà essere verificata attraverso lo studio di altri depositi fossili provenienti da ambienti e regioni differenti. L'obiettivo è integrare &lt;strong&gt;fossili corporei, tracce dell'attività degli organismi e biomarcatori chimici&lt;/strong&gt; per restringere ulteriormente la finestra temporale in cui comparvero i primi animali sulla Terra.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Sat, 03 Oct 2026 00:20:00 GMT</pubDate>
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      <title>Il Premio 'Alessandro Volta 2025' a Jean Dalibard</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-02/premio-volta-dalibard-39356884/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Il&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Premio Alessandro Volta 2025&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;è stato consegnato a &lt;strong&gt;Jean Dalibard &lt;/strong&gt;nell'ambito di una cerimonia tenutasi oggi&amp;nbsp;nella &lt;strong&gt;Sala Bianca del Teatro Sociale di Como&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il celebre fisico francese, docente al &lt;strong&gt;Collège de France&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Medaglia d'Oro CNRS&lt;/strong&gt;, è stato premiato per i suoi contributi pionieristici nel raffreddamento laser e nella fisica quantistica: una ricerca straordinaria che ha permesso di "rallentare" gli atomi portandoli a temperature vicine allo zero assoluto, aprendo la strada ai simulatori e alle tecnologie quantistiche del futuro.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le applicazioni della ricerca sugli atomi ultrafreddi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I risultati del lavoro di &lt;strong&gt;Dalibard&lt;/strong&gt; trovano oggi applicazione concreta nello sviluppo del &lt;strong&gt;calcolo quantistico&lt;/strong&gt; per la progettazione di nuovi materiali e farmaci; negli orologi atomici di nuova generazione, essenziali per le reti di telecomunicazione e la navigazione satellitare ultra-precisa; e nella sensoristica quantistica applicata alla diagnostica medica e al monitoraggio geofisico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A testimoniare il prestigio internazionale del riconoscimento, le laudationes ufficiali sono state pronunciate da due &lt;strong&gt;Premi Nobel per la Fisica&lt;/strong&gt;: &lt;strong&gt;Alain Aspect&lt;/strong&gt; (2022) e &lt;strong&gt;William D. Phillips&lt;/strong&gt; (1997).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il ruolo dell'EPS e di Acinque&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Istituito dalla &lt;strong&gt;Società Europea di Fisica (EPS)&lt;/strong&gt; in partnership con &lt;strong&gt;Acinque&lt;/strong&gt;, multiutility del settore energia impegnata nell'innovazione e nello sviluppo sostenibile a beneficio dei territori in cui opera, il Premio Volta celebra il valore della ricerca di base nel nome dello scienziato comasco la cui invenzione della pila ha cambiato la storia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Il Premio Alessandro Volta è un riconoscimento che parla del forte legame tra Como, la scienza e l'innovazione", dichiara &lt;strong&gt;Alessio Butti&lt;/strong&gt;, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all'Innovazione tecnologica e Transizione digitale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Per me è particolarmente significativo che la città continui a valorizzare la memoria di Volta, trasformando la sua straordinaria eredità scientifica in uno stimolo a guardare al futuro", aggiunge.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le motivazioni del premio&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La giuria ha insignito &lt;strong&gt;Dalibard&lt;/strong&gt; per le sue scoperte sulle interazioni luce-materia e sui gas ultrafreddi. "Il premio a Jean Dalibard sottolinea i suoi sforzi per comprendere insiemi di atomi a temperature estremamente basse", commenta &lt;strong&gt;José María De Teresa&lt;/strong&gt;, presidente della EPS.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Senza il sostegno alla ricerca pionieristica sarebbe impossibile, decenni dopo, sviluppare tecnologie dirompenti. L'Europa deve favorire l'innovazione riducendo burocrazia e regolamentazione, e incoraggiando i giovani fisici a seguire il proprio istinto per sfidare la conoscenza attuale", aggiunge.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le parole di Jean Dalibard&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"Ho provato &lt;strong&gt;un grande senso di orgoglio&lt;/strong&gt; quando ho appreso che sarei stato il primo vincitore di questo nuovo Premio - commenta &lt;strong&gt;Dalibard &lt;/strong&gt;-. Al di là del prestigioso riconoscimento del lavoro del mio team, sono particolarmente emozionato perché questo premio proviene da una società scientifica che opera a livello europeo. Le società scientifiche - continua - sono i principali custodi della verità scientifica, basata su fatti comprovati da esperimenti rigidi e protetti da pressioni economiche e politiche.&amp;nbsp;Sono convinto che l'Europa, nel suo complesso, svolgerà un ruolo sempre più rilevante nel panorama scientifico globale. Certo, esiste una grande diversità di risorse per la ricerca tra i vari paesi europei. Ma ognuno di essi vanta una ricca storia scientifica, sostenuta da accademici di talento, nonchè una tradizione di cooperazione con i paesi vicini".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Parlando delle applicazioni delle sue ricerche sugli atomi ultrafreddi, Dalibard sottolinea le possibilità dei simulatori quantistici che su questi atomi si basano: "Vedo due problemi che sono quasi alla portata di questi simulatori. Il primo riguarda &lt;strong&gt;la superconduttività&lt;/strong&gt;, ovvero la capacità di certi materiali a temperature molto basse di condurre elettricità senza alcuna resistenza e quindi senza alcuna dissipazione di energia. Alcuni aspetti della superconduttività rimangono poco compresi e la simulazione di questi materiali utilizzando atomi freddi si dimostra molto promettente. Un altro esempio riguarda il cosiddetto &lt;strong&gt;effetto Hall quantistico,&lt;/strong&gt; che si verifica quando un materiale viene posto in un forte campo magnetico. Anche in questo caso, si verificano alcuni fenomeni che non sono ancora del tutto compresi e riprodurli utilizzando gas atomici ultrafreddi potrebbe certamente portare a progressi significativi".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per il fisico francese, nella lotta alle informazioni false "una società scientifica può fare davvero la differenza. Riunisce le competenze di molti scienziati e può contribuire a fornire al pubblico informazioni chiare e ben fondate, basate sulle migliori conoscenze disponibili in un dato momento".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'omaggio dei Premi Nobel Aspect e Phillips&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Dal canto suo, il Premio Nobel &lt;strong&gt;William D. Phillips&lt;/strong&gt; evidenzia l'impatto rivoluzionario del lavoro di Dalibard nel trasformare un campo di ricerca specialistico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Dalibard ha elaborato una nuova teoria che ha reso possibile creare una nuova generazione di orologi atomici che oggi mantengono il tempo per il mondo intero", dichiara il Nobel.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Gli interferometri atomici e gli orologi ad alta frequenza ottica hanno il potenziale di garantire la navigazione anche quando il segnale satellitare è oscurato o non disponibile. Sono certo che gli atomi freddi troveranno un posto di primo piano sia nelle applicazioni commerciali che in quelle strategiche", aggiunge.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sulla stessa linea, il Premio Nobel &lt;strong&gt;Alain Aspect&lt;/strong&gt; pone l'accento sulle prospettive concrete che nascono dalla ricerca di base e sui simulatori quantistici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Credo che con i simulatori quantistici basati su atomi freddi si otterranno risultati straordinari per la società, a partire dalla progettazione di nuovi farmaci e materiali complessi", evidenzia Aspect.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"La fisica fondamentale continua a dimostrare come la comprensione profonda della natura sia il presupposto indispensabile per ogni futura rivoluzione tecnologica", aggiunge.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Ricerca, industria e innovazione&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Proprio questa straordinaria capacità della ricerca teorica di trasformarsi in infrastruttura tecnologica rappresenta il punto di contatto fondamentale con il mondo dell'industria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"La maggior parte di noi non può immaginare quali applicazioni nasceranno domani dalla ricerca fondamentale di oggi", sottolinea &lt;strong&gt;Stefano Cetti&lt;/strong&gt;, amministratore delegato di Acinque.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Il valore della ricerca non si misura solo nei riscontri immediati, ma nella capacità di aprire nuove opportunità. Il Premio Volta celebra la convinzione che esplorare l'ignoto sia uno dei più importanti investimenti che una società possa compiere", aggiunge.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Il supporto al premio - conclude &lt;strong&gt;Matteo Barbera&lt;/strong&gt;, presidente di &lt;strong&gt;Acinque&lt;/strong&gt; - nasce all'insegna del nostro profondo radicamento territoriale e del debito ideale nei confronti di un gigante della scienza. E' un premio che aveva già una sua storia ma che è stato dimenticato per alcuni periodi. Abbiamo voluto fortemente riportarlo in vita perchè è un premio di una caratura scientifica straordinaria e lo dimostra il vincitore che è sicuramente uno degli scienziati più importanti al mondo".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Acinque - spiega Barbera - è una&lt;strong&gt; multiutility energetica&lt;/strong&gt; che nasce dalla fusione di municipalizzate del Nord della Lombardia e si occupa di un ampio spettro di servizi essenziali. Con la fisica ci lega il tema energetico, ci lega a Volta pioniere dell'energia elettrica. Ma anche il nostro impegno per il territorio, per il sostegno alle comunità, compresa quella scientifica, ci rimanda al significato profondo di questa iniziativa. Rafforzare la ricerca si coniuga perfettamente con la nostra mission privata-pubblica.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Aspect: «L'Europa ancora in corsa nelle tecnologie quantistiche»&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"Ritengo che l'Europa sia ancora in corsa nella fisica quantistica e nelle tecnologie quantistiche", ha affermato&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Aspect.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;Commentando la corsa tra i principali Paesi e aree politiche del mondo per quanto riguarda le tecnologie basate sulla meccanica quantistica, il Premio Nobel si è detto fiducioso sulla posizione dell'Europa nella sfida con Cina e Russia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'Europa può ancora dire la sua, ha spiegato, "grazie a diversi programmi europei come il progetto di punta sulla fisica quantistica e i relativi finanziamenti. Inoltre, tutti i Paesi europei hanno istituito programmi nazionali a sostegno della ricerca quantistica".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le sfide tra intelligenza artificiale e affidabilità scientifica&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Una corsa che, tenendo anche presente il mondo dell'&lt;strong&gt;Intelligenza Artificiale&lt;/strong&gt; cui è legata, pone nuove sfide anche alla comunità scientifica, chiamata a confrontarsi con un'enormità di informazioni che non sempre si sa come validare. "Credo che dobbiamo affidarci a esperti di cui ci si possa fidare", afferma Aspect.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Ad esempio, quando qualcuno annuncia che l'intelligenza artificiale ha risolto un problema di lunga data in matematica, aspetto che i miei colleghi matematici verifichino la dimostrazione prima di accettare il risultato. In fisica sperimentale, mi sembra che per ora non sia cambiato nulla. Dobbiamo ancora basarci a priori sulla fiducia che riponiamo nei colleghi che pubblicano un risultato, e sappiamo che prima o poi un altro laboratorio ripeterà l'esperimento e solo se confermerà il risultato lo accetteremo pienamente".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Attenzione alle false promesse del "quantistico"&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Un vaglio di affidabilità che va esteso anche ai prodotti derivati dalla fisica quantistica che possono diventare addirittura occasione di truffa, ad esempio in campo medico. "Bisogna stare molto attenti a ciò che viene chiamato 'quantistico' - spiega Aspect - in molti casi &lt;strong&gt;si tratta di truffe &lt;/strong&gt;soprattutto nel mondo della medicina dove si presentano prodotti, li si qualifica come 'quantistici' e si sostiene che possano curare tutto".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il tema del riarmo europeo&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Ma quella dell'affidabilità non è la sola sfida esistenziale che coinvolge la scienza. Anche il riarmo europeo porta con sé dilemmi etici che si pongono a ciascun scienziato. Per Aspect la linea da seguire è chiara: "Credo che nel mondo attuale esistano minacce reali, anche in Europa, dove un Paese europeo ha attaccato un altro Paese europeo. Pertanto non ci resta altra scelta che seguire il motto che ho imparato tanto tempo fa durante le mie lezioni di latino: 'Si vis pacem, para bellum'".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 02 Oct 2026 12:03:49 GMT</pubDate>
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      <title>Tumori, in Italia 87mila nuove diagnosi urologiche all'anno</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-02/tumori-prostata-numeri-39346666/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - In Italia sono stimate ogni anno 87mila nuove diagnosi di &lt;strong&gt;tumore della prostata&lt;/strong&gt;, della vescica, del rene e del testicolo. Sono malattie molto eterogenee che richiedono diagnosi appropriate e soprattutto percorsi di cura personalizzati. La frequenza dell'incidenza risente anche dell'invecchiamento della popolazione e, per alcune neoplasie, di fattori di rischio modificabili come il fumo. Sono alcuni dei temi del XXXVI congresso nazionale della &lt;strong&gt;SIUrO&lt;/strong&gt; (Società Italiana di Uro-Oncologia). Fino a sabato 3 ottobre oltre 250 specialisti, di diverse branche della medicina, sono riuniti a Torino per fare il punto sulle ultime novità scientifiche sui &lt;strong&gt;tumori genitourinari&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Al tema della prevenzione è dedicata una delle sessioni del meeting. "I progressi delle cure hanno migliorato le prospettive di molti pazienti, ma gli esiti dipendono dal tipo di cancro e dallo stadio alla diagnosi - afferma Rolando Maria D'Angelillo, presidente SIUrO -. Occorre investire nella prevenzione primaria e promuovere percorsi di diagnosi precoce appropriati, quando ne esistono le condizioni. A differenza dei tumori della mammella, della cervice uterina e del colon-retto, per quello della prostata non esiste, infatti, un programma nazionale di &lt;strong&gt;screening&lt;/strong&gt; organizzato. È una neoplasia molto diffusa che fa registrare oltre 40mila diagnosi ogni anno. Sono in corso alcune esperienze pilota regionali basate sulla valutazione del rischio. Il &lt;strong&gt;test del Psa&lt;/strong&gt; - continua - può essere considerato dopo un colloquio informato con il medico sui possibili benefici e danni. Se il risultato richiede approfondimenti, può essere indicata una risonanza magnetica multiparametrica prima di decidere se effettuare una biopsia".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il solo Psa potrebbe non bastare&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Per Giovanni Pappagallo, vicepresidente di SIUrO, "Un programma di screening basato sul solo Psa, rivolto indiscriminatamente alla popolazione maschile, non sarebbe appropriato. Il bilancio tra benefici e danni risulterebbe sfavorevole, soprattutto per il rischio di &lt;strong&gt;sovradiagnosi&lt;/strong&gt; e di conseguente sovratrattamento, con costi rilevanti per il sistema sanitario. Il tumore della prostata è tra le neoplasie più frequentemente diagnosticate negli uomini. La sfida è quindi individuare precocemente le forme clinicamente significative negli uomini effettivamente a maggior rischio, per esempio per familiarità o per alcune mutazioni genetiche ereditarie come quelle del gene &lt;strong&gt;BRCA2&lt;/strong&gt;".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Come SIUrO riteniamo che il ricorso al test del Psa non debba essere indiscriminato ma inquadrato in linee di indirizzo condivise con la medicina generale - sottolinea D'Angelillo -. Vanno previsti criteri espliciti per l'avvio, la prosecuzione e la sospensione di questo esame in base all'età, alle comorbidità, al rischio individuale e alle preferenze della persona".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Sessualità e qualità della vita&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Sempre al congresso di Torino un'altra sessione viene dedicata al tema della &lt;strong&gt;sessualità&lt;/strong&gt; nei pazienti trattati per tumore urologico. "Oggi con l'avvento di terapie sempre più mirate e trattamenti di combinazione per molti pazienti si può parlare di lungo-sopravvivenza se non, addirittura, di guarigione - assicura Alberto Lapini, coordinatore SIUrO Academy -. Ecco che allora acquista sempre più importanza la qualità della vita. Un aspetto fondamentale in questo ambito è la sessualità. Il problema, anche se più sentito nel sesso maschile, in realtà interessa anche la donna, ma cosa più importante è sempre un problema di coppia. La chirurgia oggi deve tener conto anche di questo e dove possibile attuare procedure atte a garantire la preservazione della funzione sessuale. In tal senso operano la &lt;strong&gt;chirurgia robotica&lt;/strong&gt; per il carcinoma prostatico e le tecniche chirurgiche meno demolitive (sexual-preserving techniques) utilizzabili in casi selezionati di carcinoma vescicale in ambo i sessi".&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Fri, 02 Oct 2026 01:36:00 GMT</pubDate>
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      <title>La voce può rivelare l'età biologica del cervello</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-01/voce-eta-cervello-39325256/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Il modo in cui una persona parla può fornire informazioni non soltanto sulla sua età anagrafica, ma anche sull'&lt;strong&gt;invecchiamento del cervello&lt;/strong&gt;, sulle condizioni cognitive e su alcuni indicatori biologici associati all'età.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È quanto emerge da uno studio internazionale&lt;strong&gt; condotto su 2.928 persone&lt;/strong&gt; di lingua spagnola in Argentina, Cile, Colombia, Messico e Perù, pubblicato sulla rivista Science Advances.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Lo 'speech and gap'&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori, coordinati da Agustin Ibanez del Trinity College Dublin, hanno sviluppato un sistema di intelligenza artificiale capace di stimare l'età attraverso centinaia di caratteristiche acustiche e linguistiche del parlato. La differenza tra l'età reale e quella stimata dal modello, denominata &lt;strong&gt;'speech age gap'&lt;/strong&gt;, è risultata associata a diversi indicatori indipendenti di invecchiamento biologico, salute cerebrale, capacità cognitive e demenza. Il metodo ha inoltre mostrato relazioni con le condizioni sociali accumulate nel corso della vita, suggerendo che la voce possa riflettere contemporaneamente aspetti biologici, neurologici e ambientali dell'invecchiamento. Il risultato apre una prospettiva per lo sviluppo di strumenti di monitoraggio non invasivi, potenzialmente utilizzabili anche a distanza e con costi inferiori rispetto a esami strumentali e molecolari.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli autori precisano tuttavia che il sistema non costituisce ancora un &lt;strong&gt;test diagnostico per la demenza&lt;/strong&gt; e che lo studio, prevalentemente trasversale, non permette di stabilire se una voce apparentemente più anziana possa prevedere il successivo sviluppo di un deterioramento cognitivo. La ricerca parte dall'ipotesi che il linguaggio parlato contenga informazioni distribuite in numerose caratteristiche, alcune legate alla produzione fisica della voce e altre al modo in cui vengono organizzati ed espressi i contenuti. Per questo i ricercatori non hanno cercato un singolo segnale dell'invecchiamento, ma hanno combinato centinaia di parametri attraverso algoritmi di apprendimento automatico. &lt;strong&gt;Tra le caratteristiche analizzate&lt;/strong&gt; figurano la velocità del parlato, le pause, l'altezza della voce, il contenuto emotivo, il vocabolario, la precisione semantica e la quantità e l'organizzazione della produzione verbale. Il modello utilizza queste informazioni per stimare l'età cronologica di una persona e calcolare lo scarto rispetto alla sua età effettiva. Se il sistema attribuisce al parlato un'età superiore a quella anagrafica, il risultato indica un profilo vocale e linguistico apparentemente più anziano. Lo studio ha esaminato se questo scarto fosse associato anche ad altre misure dell'invecchiamento, raccolte indipendentemente dall'analisi della voce. Il campione comprendeva adulti senza compromissione cognitiva e persone con deterioramento cognitivo lieve, malattia di Alzheimer e differenti forme di demenza frontotemporale.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Gli orologi epigenetici indipendenti&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La presenza di gruppi clinici diversi ha permesso di confrontare i profili del parlato con misure biologiche, neurologiche e cognitive. I ricercatori hanno rilevato che le persone con un'età del parlato superiore a quella attesa presentavano anche segnali di invecchiamento accelerato in diversi sistemi biologici e clinici. Una delle associazioni riguarda l'età cerebrale, stimata attraverso tecniche di neuroimaging strutturale e funzionale. Lo scarto tra età anagrafica ed età stimata dalla voce risultava collegato agli indicatori ricavati dalle immagini del cervello, suggerendo che il parlato possa riflettere almeno in parte processi osservabili anche attraverso strumenti diagnostici molto differenti. Il gruppo ha inoltre confrontato l'età del parlato con &lt;strong&gt;tre orologi epigenetici indipendenti&lt;/strong&gt; basati sulla metilazione del Dna. Questi strumenti stimano l'età biologica attraverso modificazioni chimiche del Dna associate all'invecchiamento. Anche in questo caso è emersa una relazione tra accelerazione dell'età del parlato e indicatori epigenetici. Il risultato non significa che la voce misuri direttamente la metilazione del Dna o che possa sostituire le analisi molecolari. Indica piuttosto che caratteristiche del parlato e marcatori biologici differenti possono condividere informazioni relative ai processi di invecchiamento.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il legame tra voce e test cognitivi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Un ulteriore insieme di risultati riguarda le capacità cognitive. Uno scarto maggiore dell'età del parlato è risultato associato a prestazioni inferiori nelle misure della cognizione globale, delle funzioni esecutive, delle capacità funzionali e di diverse forme di memoria. Le relazioni non erano limitate alle prove linguistiche. L'età stimata attraverso la voce risultava associata anche ai &lt;strong&gt;risultati di test cognitivi non basati sul linguaggio&lt;/strong&gt;, un elemento che rafforza l'ipotesi secondo cui il sistema intercetti informazioni più ampie rispetto alla sola capacità di parlare. Il modello è stato inoltre utilizzato per confrontare i partecipanti senza compromissione cognitiva con quelli affetti da demenza. I primi presentavano gli scarti più contenuti tra età reale ed età del parlato, mentre nei gruppi con Alzheimer e differenti forme di demenza frontotemporale sono stati osservati scarti progressivamente maggiori. La misura complessiva ottenuta combinando le caratteristiche acustiche e linguistiche ha distinto i gruppi clinici meglio dei singoli parametri considerati separatamente. Il risultato evidenzia il valore dell'analisi integrata, nella quale il sistema di apprendimento automatico utilizza contemporaneamente informazioni sulla voce e sul contenuto del discorso. Nelle persone con malattia di Alzheimer, l'età del parlato è risultata associata anche a livelli più elevati di p-tau217 nel plasma, un biomarcatore ematico della patologia di Alzheimer. La stessa misura era collegata al funzionamento cognitivo e clinico. L'associazione con p-tau217 rappresenta un ulteriore collegamento tra un comportamento quotidiano, come parlare, e una misura biologica ottenuta attraverso un esame del sangue. Non dimostra però che il sistema possa identificare autonomamente la malattia o sostituire gli accertamenti clinici. "La nostra voce sembra contenere molte più informazioni sull'invecchiamento di quanto avessimo riconosciuto in precedenza", ha dichiarato Ibanez, professore di Salute cerebrale al Global Brain Health Institute e alla School of Medicine del Trinity College Dublin e autore senior dello studio. "Riflette sia il passare del tempo cronologico sia segnali provenienti dalla cognizione, dal cervello, dalla biologia dell'organismo e perfino dall'ambiente sociale accumulato nel corso della vita", ha aggiunto. La dimensione sociale costituisce uno degli aspetti distintivi della ricerca.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'eposoma sociale&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Gli autori hanno esaminato il rapporto tra l'età del parlato e quello che definiscono &lt;strong&gt;esposoma sociale&lt;/strong&gt;, ossia l'insieme delle condizioni ed esperienze che caratterizzano l'ambiente di vita di una persona. Tra i fattori considerati figurano l'istruzione, le condizioni economiche, l'insicurezza alimentare, l'accesso all'assistenza sanitaria e le esperienze vissute nelle prime fasi della vita. Sia tra i partecipanti senza compromissione cognitiva sia tra quelli con Alzheimer e altre forme di demenza, un invecchiamento più accelerato del parlato è risultato associato a un esposoma sociale più sfavorevole. Il risultato suggerisce che le differenze nel modo di parlare possano riflettere anche condizioni accumulate nel tempo, e non soltanto processi neurologici o biologici. La ricerca non stabilisce tuttavia un rapporto causale tra i singoli fattori sociali e le caratteristiche della voce. Lo studio è stato condotto in cinque Paesi dell'America Latina, una regione storicamente sotto rappresentata nella ricerca sulla demenza. Questa scelta ha consentito di sviluppare e valutare il sistema in una popolazione di lingua spagnola distribuita in contesti nazionali differenti. Gli autori sottolineano che la possibilità di ricavare informazioni sull'invecchiamento da registrazioni vocali potrebbe assumere particolare rilievo nei Paesi e nelle comunità dove l'accesso alla risonanza magnetica, agli esami molecolari e alle valutazioni specialistiche è limitato. Una registrazione del parlato può infatti essere raccolta a distanza, ripetuta nel tempo e ottenuta senza procedure invasive. Queste caratteristiche rendono il metodo potenzialmente adatto a sistemi di monitoraggio più accessibili, purché ne vengano prima dimostrate l'affidabilità e l'utilità clinica.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I limiti della ricerca&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"Questo solleva la possibilità che strumenti semplici e accessibili come gli orologi del parlato, eventualmente combinati con biomarcatori, possano un giorno integrare misure dell'invecchiamento molto più costose", ha osservato Ibanez. La ricerca presenta però limiti importanti. Essendo prevalentemente trasversale, ha confrontato le caratteristiche del parlato e gli indicatori clinici e biologici dei partecipanti senza seguirne sistematicamente l'evoluzione futura. Non può quindi stabilire se una persona con un'età del parlato superiore a quella anagrafica svilupperà successivamente un deterioramento cognitivo o una demenza. Prima di un impiego clinico saranno necessari studi longitudinali, validazioni in altre lingue e culture e verifiche effettuate in situazioni di conversazione più naturali. Sarà inoltre necessario chiarire quanto le stime rimangano affidabili in condizioni differenti di registrazione e in popolazioni diverse da quelle analizzate. Il gruppo considera il metodo uno strumento di ricerca promettente, non un sistema già pronto per formulare diagnosi individuali. Secondo Ibanez, il risultato più ampio riguarda &lt;strong&gt;la convergenza di informazioni&lt;/strong&gt; normalmente ottenute attraverso procedure molto diverse. Età cronologica, invecchiamento cerebrale, marcatori epigenetici, capacità cognitive, patologia associata all'Alzheimer e condizioni sociali mostrano tutti, almeno in parte, relazioni con il modo in cui una persona parla. "Se confermato attraverso studi longitudinali e in popolazioni differenti, il parlato potrebbe diventare uno degli strumenti più facilmente utilizzabili su larga scala per monitorare l'invecchiamento sano e accelerato", ha concluso il ricercatore. La prospettiva è trasformare una funzione quotidiana, la comunicazione verbale, in una fonte aggiuntiva di informazioni sullo stato biologico e cognitivo dell'organismo. Per ora, lo studio dimostra che l'analisi integrata della voce e del linguaggio può rilevare associazioni con molteplici dimensioni dell'invecchiamento, ma non che sia già possibile prevedere o diagnosticare la demenza attraverso una registrazione vocale.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Thu, 01 Oct 2026 02:18:00 GMT</pubDate>
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      <title>Vaccini a Rna a temperatura ambiente, la formula del Mit</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-10-01/vaccini-rna-studio-resistenza-39323044/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Una nuova formulazione delle &lt;strong&gt;nanoparticelle lipidiche&lt;/strong&gt; che trasportano i &lt;strong&gt;vaccini a Rna messaggero&lt;/strong&gt; ha consentito di conservarli fino a un anno a temperatura ambiente e per due mesi a 37 gradi Celsius, mantenendo nei topi una risposta immunitaria paragonabile a quella ottenuta con una formulazione simile al vaccino anti-Covid di Moderna. Il risultato è stato raggiunto da un gruppo del &lt;strong&gt;Massachusetts Institute of Technology&lt;/strong&gt; (Mit), coordinato da Ana Jaklenec e Robert Langer, con il supporto di un algoritmo di &lt;strong&gt;intelligenza artificiale&lt;/strong&gt;. Lo studio, pubblicato su 'Nature Biotechnology', indica una possibile strada per ridurre la dipendenza dalla &lt;strong&gt;catena del freddo&lt;/strong&gt; e facilitare la distribuzione dei vaccini a Rna nelle aree prive di adeguate infrastrutture di refrigerazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I vaccini a Rna utilizzano nanoparticelle lipidiche (Lnp) per proteggere il materiale genetico dalla degradazione e favorirne l'ingresso nelle cellule. Le formulazioni attuali richiedono però temperature di conservazione comprese tra meno 20 e meno 80 gradi Celsius, una condizione che ne complica il trasporto e la distribuzione. Per aumentarne la stabilità, i ricercatori hanno cercato una combinazione di &lt;strong&gt;eccipienti&lt;/strong&gt;, sostanze come zuccheri, sali e polimeri, da aggiungere alle nanoparticelle. L'obiettivo era stabilizzare formulazioni lipidiche simili a quelle già utilizzate nei vaccini anti-Covid autorizzati, senza modificarne la struttura di base.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Un algoritmo per scegliere gli eccipienti&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il gruppo, che comprende ricercatori del Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory (Csail) del Mit, ha sviluppato un algoritmo di &lt;strong&gt;apprendimento automatico&lt;/strong&gt; capace di individuare combinazioni promettenti anche a partire da piccoli insiemi di dati sperimentali. Sono stati inizialmente esaminati quasi 50 eccipienti approvati dalla Food and Drug Administration statunitense, valutandone la capacità di proteggere l'Rna all'interno delle nanoparticelle. Per misurare la stabilità, gli scienziati hanno utilizzato un Rna messaggero che codifica per la luciferasi di lucciola, una proteina che produce bioluminescenza. La quantità di luce emessa dalle cellule ha permesso di valutare quanto efficacemente ciascuna formulazione preservasse la funzionalità dell'Rna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Selezionati i cinque eccipienti più promettenti, l'algoritmo ha previsto le proporzioni da utilizzare per stabilizzare nanoparticelle simili a quelle del vaccino Moderna. I ricercatori hanno testato due formulazioni alla volta, inserendo i risultati nel sistema per ottenere nuove previsioni. Dopo alcuni cicli hanno individuato una combinazione da sottoporre agli esperimenti sugli animali. "La vera bellezza di questo algoritmo è che possiamo utilizzarlo con piccoli insiemi di dati", spiega Jaklenec, ricercatrice del Koch Institute for Integrative Cancer Research del Mit. Secondo gli autori, il metodo ha consentito di completare in poche settimane una ricerca che, attraverso il solo esame sperimentale delle combinazioni, avrebbe richiesto tempi molto più lunghi.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I test sui topi e i cerotti a microaghi&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Per verificare la resistenza al calore, il gruppo ha inserito nelle nuove nanoparticelle Rna messaggero codificante per antigeni del virus &lt;strong&gt;Sars-Cov-2&lt;/strong&gt; e ha disidratato la formulazione mediante essiccazione sotto vuoto. I preparati sono stati quindi conservati a 37 gradi per due mesi oppure a temperatura ambiente per un anno. Somministrati ai topi dopo questi periodi di conservazione, i vaccini hanno generato risposte immunitarie equivalenti a quelle osservate negli animali vaccinati con nanoparticelle simili alla formulazione originale di Moderna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I ricercatori hanno inoltre impiegato il materiale per realizzare &lt;strong&gt;cerotti con microaghi&lt;/strong&gt; solidi contenenti un antigene di Sars-Cov-2: anche in questo caso, la risposta immunitaria è risultata simile a quella dei vaccini a Rna iniettabili. La strategia è stata applicata anche a nanoparticelle lipidiche simili a quelle utilizzate nel vaccino Pfizer, impiegando gli stessi eccipienti ma in proporzioni differenti. Secondo gli autori, una volta sviluppata una formulazione termoresistente per uno specifico tipo di nanoparticella, questa potrebbe essere adattata al trasporto di diversi Rna messaggeri.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Risultati dei vaccini ancora da verificare nell'uomo&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"Il nostro approccio amplia le applicazioni non soltanto dei vaccini a Rna messaggero, ma anche delle terapie e delle piattaforme avanzate di somministrazione dei farmaci", osserva Jinbi Tian, primo autore dello studio insieme a Khanh Tran. I risultati sono stati ottenuti in laboratorio e in modelli animali: non dimostrano ancora che i vaccini così formulati possano essere conservati e utilizzati nell'uomo alle stesse condizioni. La ricerca, finanziata in parte dalla &lt;strong&gt;Gates Foundation&lt;/strong&gt;, apre tuttavia una prospettiva per lo sviluppo di vaccini e terapie a Rna più facilmente distribuibili e compatibili con sistemi di somministrazione alternativi, come i cerotti a microaghi.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 01 Oct 2026 00:13:00 GMT</pubDate>
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      <title>Entro il 2070 dimezzata anche l'acqua dei ghiacciai</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-09-30/ghiacciai-acqua-riduzione-dati-39322968/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Non solo neve: entro il 2070 anche la &lt;strong&gt;risorsa idrica&lt;/strong&gt; immagazzinata nei &lt;strong&gt;ghiacciai italiani&lt;/strong&gt; è destinata a un netto calo. In &lt;strong&gt;Valle d'Aosta&lt;/strong&gt; gli scenari elaborati dal progetto &lt;strong&gt;IT-WATER&lt;/strong&gt; indicano un dimezzamento della risorsa glaciale persino nello scenario compatibile con l'&lt;strong&gt;Accordo di Parigi&lt;/strong&gt;, con risultati analoghi o ancora più marcati nelle altre regioni glacializzate del Nord. È quanto emerge dai primi risultati di IT-WATER, coordinato da &lt;strong&gt;Fondazione CIMA&lt;/strong&gt; con Agenzia ItaliaMeteo e Fadeout Software e presentato al Festival dell'Acqua di Utilitalia. Il dato completa il quadro sulla neve, che secondo le simulazioni potrebbe diminuire fino al 50% e oltre sotto i 2.000 metri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le estati del 2022 e del 2026 hanno già fatto registrare &lt;strong&gt;fusioni glaciali&lt;/strong&gt; da tre a quattro volte superiori a quelle di un anno medio. Con la progressiva riduzione delle riserve di neve e ghiaccio, condizioni di &lt;strong&gt;scarsità idrica&lt;/strong&gt; come quelle osservate nel Nord Italia nel 2022, 2023 e 2026 potrebbero diventare sempre più frequenti e intense, con effetti che comprendono risalita del cuneo salino, carenza di acqua per l'irrigazione, restrizioni per la popolazione e tensioni nell'allocazione della risorsa tra usi ecosistemici, civili, agricoli e industriali.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Come funziona IT-WATER sul cambiamento climatico&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;IT-WATER integra scenari climatici ad alta risoluzione, modelli fisici del ciclo dell'acqua e calcolo ad alte prestazioni. I modelli S3M, dedicato a neve e ghiacciai, e Continuum, per le componenti idrologiche, consentono di stimare quanta acqua sarà accumulata come neve, la sua fusione, l'evoluzione dei ghiacciai, l'evapotraspirazione, l'umidità dei suoli e le portate dei principali fiumi italiani. Le elaborazioni arriveranno a una risoluzione compresa tra 200 e 500 metri e potranno essere analizzate a scala regionale e per i principali bacini idrografici. Il progetto produrrà inoltre un &lt;strong&gt;dataset delle risorse idriche&lt;/strong&gt; italiane per il periodo 1980-2070, la cui pubblicazione è prevista all'inizio del 2027.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'importanza dell'acqua&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"La sfida non è soltanto sapere come cambierà il clima, ma capire che cosa quel cambiamento significherà per l'acqua che avremo realmente a disposizione - spiega &lt;strong&gt;Luca Ferraris&lt;/strong&gt;, presidente di Fondazione CIMA -. Con IT-WATER portiamo gli scenari climatici futuri dentro il ciclo dell'acqua provando ad unire i puntini e permettere a chi la gestisce di pianificare, adattarsi e prendere decisioni".&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Wed, 30 Sep 2026 23:59:00 GMT</pubDate>
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      <title>L'innalzamento dei mari sta spalancando le porte alle specie aliene</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-09-30/innalzamento-mare-aumento-specie-aliene-39307108/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Oltre i due terzi delle coste che verranno &lt;strong&gt;sommerse&lt;/strong&gt; dall'innalzamento dei mari entro la fine del secolo potrebbero essere colonizzati da ben &lt;strong&gt;122 specie marine aliene&lt;/strong&gt;, come il granchio cinese e l'ostrica del Pacifico.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'innalzamento del mare e l'aumento delle specie aliene&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Questo, in estrema sintesi, è quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista&lt;strong&gt; 'Nature Ecology &amp;amp; Evolution&lt;/strong&gt;', condotto dagli scienziati della Chinese Academy of Sciences e della Beijing Normal University.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il team, guidato da Qiang Lin e Xuan Liu, ha utilizzato modelli computazionali avanzati per prevedere la distribuzione futura di 122 specie marine non native già insediate. Gli scienziati hanno analizzato gli effetti del cambiamento climatico secondo uno scenario di emissioni moderate (SSP2-4.5), che prevede un innalzamento del livello del mare di 20 cm entro il 2050 e di 56 cm entro il 2100.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Un&amp;nbsp;habitat perfetto per gli invasori&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I modelli rivelano che tra &lt;strong&gt;290 &lt;/strong&gt;e &lt;strong&gt;470 mila chilometri quadrati&lt;/strong&gt; di zone costiere di nuova inondazione, una superficie vasta quanto l'intera Italia o la Svezia, diventeranno habitat idonei per questi organismi invasori, specialmente in prossimita' degli estuari. Il lavoro, commentano gli studiosi, evidenzia rischi enormi per la biodiversità e le economie costiere in regioni chiave come il Mare del Nord, gli Stati Uniti orientali e l'Australia settentrionale.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Occhi puntati sulle acque&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;I risultati, sottolineano i ricercatori, rivelano una via finora trascurata per le invasioni biologiche e sottolineano&lt;strong&gt; l'urgente necessità &lt;/strong&gt;di incorporare l'innalzamento del livello del mare nelle valutazioni del rischio di invasione. Il lavoro, precisano gli esperti, indica che lo sviluppo di strategie di monitoraggio precoce e gestione tempestiva sarà vitale per proteggere la&lt;strong&gt; biodiversità marina &lt;/strong&gt;e la&lt;strong&gt; produttività della pesca.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Restano tuttavia alcune incertezze, concludono gli autori, su quanto velocemente queste specie riusciranno a colonizzare i territori di nuova sommersione.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Wed, 30 Sep 2026 02:08:00 GMT</pubDate>
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    <item>
      <title>Il gioco? È contagioso nei bambini come nei gorilla</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-09-29/gioco-contagioso-bambini-e-gorilla-39285895/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Il gioco &lt;strong&gt;è contagioso &lt;/strong&gt;nei bambini, negli scimpanzé, nei bonobo e nei gorilla: quando un individuo comincia a giocare, aumenta la probabilità che anche chi gli sta vicino &lt;strong&gt;inizi a farlo.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il gioco, un fattore trasversale&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;A documentarlo è uno studio condotto da Ivan Norscia, Edoardo Collarini e Giada Cordoni del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi &lt;strong&gt;dell'Università di Torino, &lt;/strong&gt;pubblicato sulla rivista Philosophical Transactions of the Royal Society B.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La ricerca descrive per la prima volta il contagio del gioco nei bonobo e nei gorilla e mostra che il fenomeno è&lt;strong&gt; più frequente &lt;/strong&gt;nei gruppi in cui prevalgono le&lt;strong&gt; interazioni amichevoli &lt;/strong&gt;rispetto a quelle aggressive. Tra febbraio 2022 e febbraio 2025 i ricercatori hanno raccolto oltre &lt;strong&gt;1.100 ore di osservazione&lt;/strong&gt; su 107 individui distribuiti in otto gruppi, due per ciascuna specie. Per gli esseri umani, lo studio ha coinvolto 28 bambini tra i 13 e i 36 mesi dell'asilo nido Armando Melis di Torino. Scimpanze', bonobo e gorilla sono stati osservati in diverse strutture zoologiche europee.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Non solo una coincidenza&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La ricerca è stata esclusivamente osservazionale, senza interferire con le interazioni spontanee tra gli individui. Per verificare se il gioco potesse effettivamente propagarsi da un individuo all'altro, il gruppo ha analizzato il comportamento di chi si trovava nelle vicinanze di un episodio di gioco&lt;strong&gt; senza essere già coinvolto.&lt;/strong&gt; I ricercatori hanno registrato se, nei minuti successivi, questi individui iniziassero un nuovo gioco, da soli o con altri, oppure si unissero a quello in corso. Le risposte sono state confrontate con quelle osservate negli stessi individui in condizion&lt;strong&gt;i comparabili&lt;/strong&gt;, ma in assenza di un precedente episodio di gioco. In tutte e quattro le specie, la probabilità di iniziare a giocare è risultata significativamente maggiore dopo l'avvio di un episodio di gioco da parte di un altro individuo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il risultato indica che la diffusione del comportamento non dipende soltanto dalla coincidenza tra attività svolte nello stesso momento.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Un fenomeno dalle&amp;nbsp;radici evolutive profonde&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Anche l'età e la distanza hanno avuto un ruolo: gli individui &lt;strong&gt;più giovan&lt;/strong&gt;i erano maggiormente propensi a rispondere al gioco altrui, così come quelli fisicamente più vicini a chi aveva iniziato a giocare. Il fenomeno è stato inoltre osservato con maggiore frequenza nei gruppi con un rapporto&lt;strong&gt; più alto tra maschi e femmine.&lt;/strong&gt; Non sono invece emersi effetti significativi della numerosità del gruppo, della durata dell'episodio iniziale o del fatto che il primo individuo giocasse da solo oppure con altri. Anche un episodio di gioco solitario, dunque, poteva innescare una risposta negli individui vicini.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Secondo gli autori, la presenza del fenomeno nelle quattro specie suggerisce che il contagio del gioco possa avere radici evolutive profonde, potenzialmente risalenti all'ultimo&lt;strong&gt; antenato comune&lt;/strong&gt; di esseri umani, scimpanzé, bonobo e gorilla. La ricerca offre così nuovi elementi per comprendere come si diffondano i comportamenti collettivi e quale ruolo possano avere le relazioni sociali nel favorire interazioni non aggressive.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Un'attività multifunzionale&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;"Il comportamento collettivo è un fenomeno diffuso tra gli esseri umani, capace di trascinare le masse in molti ambiti della vita politica, sociale, religiosa, sportiva e musicale", spiega Norscia. "Indagarne le basi biologiche e le profonde radici evolutive può aiutarci a comprenderne meglio &lt;strong&gt;le dinamiche&lt;/strong&gt; e a gestirne &lt;strong&gt;le manifestazioni&lt;/strong&gt;". "Il gioco, in particolare, è un modello comportamentale ideale perché è multifunzionale", aggiunge Cordoni, "emerge fin dalle prime fasi dello sviluppo e promuove la creazione e il mantenimento dei legami sociali, attraverso interazioni di reciprocità".&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio rientra in un progetto finanziato dalla Fondazione CRT e cofinanziato dall'Università di Torino attraverso fondi di ricerca locale del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi. L'elaborazione dei dati è stata sostenuta anche dal progetto PRIN 2022 "Non-verbal markers of emotional intersubjectivity: a comparative approach to empathy", finanziato dal Ministero dell'Università e della Ricerca.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <category>Komposer</category>
      <pubDate>Tue, 29 Sep 2026 10:49:36 GMT</pubDate>
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      <title>Clima, caldo estremo registrato in 11mila città: inondazioni e incendi tra i rischi</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-09-29/clima-caldo-estremo-11mila-citt-39287853/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - I segnali del &lt;strong&gt;cambiamento climatico&lt;/strong&gt; legati alle temperature estreme sono già distinguibili dalla normale variabilità storica in tutte le oltre &lt;strong&gt;11.000 città&lt;/strong&gt; analizzate da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Urban Climate, al quale ha partecipato l'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac). Per gli indicatori relativi alle giornate e alle &lt;strong&gt;notti molto calde&lt;/strong&gt;, il 100% dei centri urbani ha superato questa soglia prima del 2025. I segnali legati a &lt;strong&gt;stress termico, siccità e condizioni meteorologiche favorevoli&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;agli incendi&lt;/strong&gt; sono emersi nel 77-90% delle città, mentre quelli relativi alle &lt;strong&gt;precipitazioni estreme&lt;/strong&gt; risultano più tardivi e differenziati.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;I diversi rischi climatici urbani&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il gruppo di ricerca ha utilizzato&lt;strong&gt; simulazioni climatiche regionali ad alta risoluzione &lt;/strong&gt;per studiare l'evoluzione di diversi rischi climatici urbani e individuare il cosiddetto &lt;strong&gt;Time of Emergence&lt;/strong&gt;, cioè il momento in cui il segnale del cambiamento climatico diventa sufficientemente forte da distinguersi dalla variabilità naturale del clima. "I risultati mostrano una sequenza chiara: i segnali legati all'aumento delle temperature emergono per primi, mentre quelli legati alle precipitazioni sono più tardivi ed eterogenei", spiega Rita Nogherotto del Cnr-Isac, prima autrice dello studio. Per le &lt;strong&gt;precipitazioni estreme&lt;/strong&gt;, il segnale è emerso nel 20% delle città prima del 2025. Nella maggior parte dei casi, secondo le simulazioni, diventa distinguibile dalla variabilità storica tra il 2025 e il 2050.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La ricerca mostra quindi che i diversi rischi climatici non si manifestano con gli stessi tempi né con la stessa intensità nei centri urbani. Un altro risultato riguarda la &lt;strong&gt;differenza tra le medie climatiche regionali e le condizioni delle singole città&lt;/strong&gt;. Per gli estremi di temperatura, oltre la meta' dei centri analizzati presenta &lt;strong&gt;cambiamenti più intensi &lt;/strong&gt;della media regionale. "I risultati evidenziano quindi la necessità di integrare le proiezioni regionali con informazioni climatiche specifiche alla scala urbana, utili alla pianificazione dell'adattamento", osserva Nogherotto.&amp;nbsp;Per gli estremi di temperatura, l'anticipazione dell'emergere del segnale in ambiente urbano è generalmente inferiore a due anni. La riduzione delle emissioni, invece, può posticiparne l'emergere di oltre 5-10 anni, secondo i risultati dello studio.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'esposizione delle città alle inondazioni&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La ricerca ha esaminato anche &lt;strong&gt;l'esposizione alle inondazioni &lt;/strong&gt;in circa mille città costiere piccole e intermedie, confrontandole con 167 centri urbani con più di un milione di abitanti. In uno scenario di alte emissioni e in assenza di protezioni costiere, le città minori presentano quote più elevate di superficie urbana potenzialmente allagata. "I valori raggiungono il &lt;strong&gt;19% in Asia, il 14% in Africa e il 10% in Europa e in America centrale e meridionale&lt;/strong&gt;. Nelle grandi città l'esposizione relativa risulta generalmente inferiore", riferisce Nogherotto. Le protezioni costiere riducono sensibilmente queste percentuali e attenuano le disuguaglianze associate alla capacita' economica. In assenza di protezioni, &lt;strong&gt;le città economicamente meno forti risultano più esposte&lt;/strong&gt;, soprattutto in Africa e in America centrale e meridionale. Con adeguati livelli di protezione, questa relazione si riduce sensibilmente o scompare in alcune regioni. Secondo i ricercatori, i risultati indicano l'importanza di affiancare alle proiezioni climatiche regionali informazioni specifiche per le singole città, integrando la riduzione delle emissioni e le misure di adattamento nella pianificazione urbana.&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Tue, 29 Sep 2026 02:24:00 GMT</pubDate>
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      <title>Viaggio negli abissi del Mar Ionio: terminata la campagna scientifica tra Corfù e Cefalonia</title>
      <link>https://www.agi.it/scienza/news/2026-09-28/esplorazione-abissi-mar-ionio-39284216/</link>
      <description>&lt;p&gt;AGI - Si è conclusa nel Mar Ionio la campagna oceanografica internazionale &lt;strong&gt;DEEP-IMPACT&lt;/strong&gt;, coordinata dall'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), dedicata allo studio degli ecosistemi profondi nell'area compresa tra &lt;strong&gt;Corfù e Cefalonia,&lt;/strong&gt; una regione ancora poco esplorata del Mediterraneo.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;La spedizione negli abissi del Mediterraneo&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;A bordo della nave da ricerca Aegaeo, un gruppo multidisciplinare ha raccolto&lt;strong&gt; campioni biologici &lt;/strong&gt;e&lt;strong&gt; dati oceanografici&lt;/strong&gt; attraverso robot sottomarini e strumenti autonomi, con l'obiettivo di comprendere la circolazione delle acque profonde e il loro possibile ruolo nel trasporto di microplastiche e altri contaminanti verso gli ambienti abissali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Alla missione hanno partecipato ricercatori dell'OGS, della Scottish Association for Marine Science (SAMS), delle Università di Catania e del Salento, del National Institute of Biology di Lubiana e dell'Hellenic Centre for Marine Research. La campagna ha permesso di osservare direttamente&lt;strong&gt; fondali e habitat profondi &lt;/strong&gt;attraverso un veicolo sottomarino a comando remoto, o ROV, e di effettuare campionamenti delle comunità bentoniche e raccolte di DNA ambientale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Il progetto DEEP-IMPACT nasce dall'evidenza che le acque dense formate nel Nord Adriatico possono raggiungere, dopo un lungo percorso lungo il margine adriatico italiano, i sistemi di canyon del Mar Ionio", spiega Riccardo Martellucci, responsabile scientifico del progetto e ricercatore della Sezione di Oceanografia dell'OGS. "Il nostro obiettivo è capire come le acque dense interagiscono con i canyon e con gli ecosistemi profondi e se contribuiscono al trasporto verso gli ambienti abissali di microplastiche e altri contaminanti".&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Le analisi sui&amp;nbsp;canyon sottomarini&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Le osservazioni hanno consentito di individuare e caratterizzare una struttura di canyon sottomarino associata alla &lt;strong&gt;propagazione delle acque dense.&lt;/strong&gt; Le misure effettuate con una sonda CTD hanno rilevato, in prossimità del fondale, acque più ossigenate e con caratteristiche di temperatura e salinità coerenti con la presenza della massa d'acqua oggetto dello studio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ulteriori indicazioni provengono dai campioni raccolti con un box corer e dalle immagini del ROV, che mostrano &lt;strong&gt;fondali &lt;/strong&gt;poveri di sedimento fine e ricchi di resti di &lt;strong&gt;molluschi pteropodi&lt;/strong&gt;. Secondo Martellucci, queste prime osservazioni suggeriscono che il canyon possa rappresentare una via preferenziale per la propagazione delle acque dense verso le profondità del Mediterraneo. L'ipotesi sarà verificata attraverso le successive analisi dei dati e dei campioni raccolti.&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;L'impiego di una nuova trappola sperimentale&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Durante la spedizione è stata inoltre utilizzata una trappola sperimentale per catturare &lt;strong&gt;pesci di profondità,&lt;/strong&gt; che saranno analizzati per studiare la presenza e l'accumulo di contaminanti. Parallelamente, il gruppo dei glider dell'OGS ha effettuato osservazioni con un glider sottomarino e un profilatore autonomo sperimentale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;"Durante questa campagna siamo riusciti a osservare direttamente questi ambienti profondi, esplorando aree ancora poco conosciute e integrando ROV, glider, campionamenti biologici, DNA ambientale e piattaforme autonome", sottolinea Martellucci. Il ricercatore evidenzia il contributo delle diverse competenze scientifiche dell'OGS, che ha permesso di adattare le attività anche alle &lt;strong&gt;difficili condizioni meteorologich&lt;/strong&gt;e incontrate durante la missione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;DEEP-IMPACT è coordinato dall'OGS e coinvolge il CNR-Istituto di Scienze Polari, le Università del Salento, di Catania e di Barcellona, CoNISMa, SAMS e il National Institute of Biology di Lubiana. Il progetto è realizzato nell'ambito di AQUARIUS, infrastruttura europea che mette a disposizione navi da ricerca, veicoli subacquei, piattaforme autonome e altri servizi avanzati attraverso bandi competitivi per l'accesso alla ricerca marina. Le attività contribuiscono agli obiettivi della missione europea Restore our Ocean and Waters by 2030. La campagna è stata documentata anche attraverso riprese video e fotografiche, che saranno utilizzate per realizzare un documentario dedicato al progetto e all'esplorazione degli ambienti profondi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <category>Scienza</category>
      <pubDate>Tue, 29 Sep 2026 01:56:00 GMT</pubDate>
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