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Antisemitismo in Europa, quel ‘vento revisionista’ diventato mainstream

Non solo continui episodi di violenza, ma anche una sottovalutazione del sentimento antisemita

:Alphacit NEWIM / CrowdSpark 
 Fiori davanti la casa di Mireille Knoll, l'anziana ebrea uccisa in un'aggressione antisemita

Mireille Knoll era ebrea, aveva 85 anni e un marito sopravvissuto ad Auschwitz. Quando ne aveva 10, nel 1942, riuscì a sfuggire alla retata del Velodromo d’Inverno, pagina oscura della Francia petainista alleata dei nazisti ed episodio rimosso dalla memoria collettiva nazionale che solo Jacques Chirac, molti decenni dopo, restituirà alla dignità repubblicana con una dolorosa ammissione di colpa.

Mireille Knoll è stata assassinata il 26 marzo, con 11 coltellate, prima che il suo corpo venisse bruciato nella sua casa di avenue Philippe Auguste, nell’XI arrondissement di Parigi. “Uccisa perché ebrea”, ha detto Emmanuel Macron dando voce alle paure della Francia e confermando le certezze degli inquirenti.

La tragica storia di Mireille Knoll non è un caso isolato e non riguarda solo il Paese che ospita la più grande comunità ebraica del mondo dopo Israele e Stati Uniti. L’onda lunga dell’odio antisemita, di matrice islamista come nel caso della anziana donna parigina, più ‘tradizionale’ altrove, sta crescendo in tutta Europa.

Il fenomeno non è affatto nuovo, poco più di un anno fa una ricerca realizzata dal britannico Institute for Jewish policy research dal titolo "Gli ebrei stanno lasciando l'Europa?' confermava la tendenza, in rapida crescita esponenziale da anni, del sentimento antisemita nel Vecchio continente. 

Ma gli episodi di cronaca degli ultimi giorni (una bambina tedesca a Berlino è stata picchiata perché ebrea, la sede dell’associazione di studenti ebrei della Sorbona è stata saccheggiata, le aggressioni a sinagoghe e singoli cittadini si ripetono ormai di frequente) sono solo segnali di un fenomeno più preoccpuante:  il fatto del tutto inedito è che l’ambiguità (o la sottovalutazione del sentimento antisemita più o meno riconosciuto come tale), ha conquistato il mainstream europeo, assumendo i contorni di un pericoloso revisionismo.

Il governo polacco, per ‘difendere’ la reputazione del Paese, in un ambiguo esercizio di contorsione storica molto tiepidamente criticato dalla Ue, ha approvato una legge che prevede la condanna al carcere per chiunque sostenga le responsabilità di Varsavia durante la Shoah. Il primo ministro Mateusz Morawiecki alla conferenza sulla sicurezza di Monaco ha parlato di “responsabilità degli ebrei” nell’orrrore dell’Olocausto e pochi giorni dopo ha omaggiato il memoriale dedicato alle vittime di una brigata alleata dei tedeschi durante la guerra, scatenando feroci polemiche.        

A metà febbraio il governo bulgaro guidato da Boyko Borissov, presidente di turno dell’Unione europea, ha autorizzato malgrado le proteste, il raduno dell’’Internazionale nera’, parata di gruppi neo-nazisti che celebra ogni anno l’anniversario della morte del leader nazista bulgaro Hristo Lukov, ministro della guerra di Sofia negli anni ’30 che promulgò le leggi razziali.  In Austria è forza di governo con sei ministri in carica, il partito di destra radicale Fpo, che malgrado le continue rassicurazioni del primo ministro popolare, Sebastian Kurz, continua a essere sospettato di simpatie antisemite.

In Ungheria Victor Orban ha sdoganato con atti di governo la versione secondo cui dietro ogni opposizione alle politiche della sua maggioranza nazional conservatrice ci sia il finanziere statunitense-magiaro George Soros, che starebbe finanziando un piano segreto e prestabilito per inondare l’Ungheria di migranti. Anche se l’origine ebraica di Soros non viene apertamente evocata, l’ambiguità degli attacchi di Orban appare a molti come una versione contemporanea della teoria sulla interferenza pluto(giudaico)massonica negli affari interni degli ‘stati sovrani’.

Ma il ritorno in Europa dello spettro che sembrava chiuso nello scantinato più oscuro della storia, non arriva solo da destra. In Gran Bretagna il Labour sta vivendo giorni traumatici per le accuse rivolte al leader Jeremy Corbyn, anche dall’ala moderata del partito, di flirtare in maniera ambigua con le componenti antisemite della sinistra inglese.

Accuse non nuove, ma che si sono trasformate in una manifestazione di piazza a Londra il 26 marzo, al grido di “for the many but not the jews”, parafrasi dello slogan corbinyano ‘for the many not for the fews’. E in Francia, durante la ‘marcia bianca’ organizzata a Parigi per commemorare la morte di Mireille Knoll sono stati contestati tanto la leader del Front National, Marine Le Pen, che il numero uno della sinistra radicale francese, Jean Luc Melenchon, anche lui accusato d’essere stato troppo morbido con le posizioni antisemite di parte della gauche.

L’antisemitismo europeo dunque, non sembra più relegato alle nostalgie folli di gruppuscoli semiclandestini, ma è diventato trasversale, apertamente oggetto di discorso pubblico, sottovalutato o perfino assecondato con i fatti (o con le omissioni) da alcuni uomini politici e di governo che non nascondono posizioni ambigue. Posizioni che per il momento restano minoritarie, ma che solo pochi anni fa non avrebbero avuto diritto di tribuna. E che potrebbero essere il primo soffio di un vento europeo che sta cambiando.

 

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