Le ragioni della misteriosa ascesa della Dark Polo Gang

Manuale per genitori indi(e)pendenti/6 I romani sono tra le formazioni trap di maggior successo in Italia. Un successo che ha ben poco a che fare con la musica, che, a guardar bene, non è nemmeno il loro mestiere

dark polo gang

Ben ritrovati con la rubrica che tenta la disperata impresa di rendere più diplomatico il rapporto che avete coi vostri figli quando parlate di musica. È un duro mestiere, dicevano, ma qualcuno deve pur farlo. Allacciate le cinture, come al solito, ma un po' più strette perché il viaggio che intraprendiamo questa settimana ci porta davvero lontano, su un mondo parallelo, dove tutto ciò che credevamo sensato finisce di esserlo, almeno per noi comuni terrestri. Parliamo della Dark Polo Gang anticipando da subito che tenteremo, spiegandola, raccontandola, provandoci perlomeno, a non realizzare la solita operazione di critica musicale.

Non perché ci piaccia o meno, ma proprio perché il fattore musicale, il rispetto stesso che è doveroso verso chiunque ascolti qualunque cosa, devierebbe dalla discussione su una band, che riscuote molto successo, cui, non talento ma proprio intento musicale, cade decisamente in secondo piano rispetto alla loro essenza, che poco o niente ha a che vedere con la musica. Ma partiamo dall’inizio.

Breve storia della Dark Polo Gang

La Dark Polo Gang si forma a Roma, nel segno della Trap, nel 2014. È formata da Arturo Bruni detto Dark Side (figlio di Francesco Bruni, regista e sceneggiatore), Nicolò Rapisarda in arte Tony Effe, Dylan Thomas Cerulli detto Dark Pyrex o Principe Pyrex e Umberto Violo, Dark Wayne o Wayne Santana; l’incontro con Sick Luke, figlio del rapper Duke Montana e producer di successo, gli apre la strada verso il professionismo. Da qui in poi parte una storia che da un certo punto di vista potrebbe essere come quella di tanti altri colleghi trapper, ma c’è qualcosa in questi quattro ragazzi, amici di infanzia, che li differenzia, e non poco, da SferaEbbasta​&co.

Intanto la provenienza, non sono ragazzi di borgata, non hanno alle spalle storie difficili, ma vengono dal centro di Roma, tra Rione Monti, Trastevere e Campo de’ Fiori, cosa che li renderà facili prede dell’antipatia da parte di chi pretende che per fare un certo tipo di musica devi per forza essere il più disgraziato possibile.

E poi iniziano a costruire un rapporto con il pubblico attraverso una narrazione del tutto originale. A partire dalla geniale configurazione, anche e soprattutto stilistica, di quella che altro non è che una boyband 2.0 che conserva lo stesso scheletro di tutte le altre boyband (da I Ragazzi Italiani ai Take That), però trasportata in epoca trap, con quei tempi, quei tatuaggi, quella ricerca spasmodica di “famosità” che li fa sentire arrivati quando spopolano su Youtube. E spopolano parecchio, ogni loro singolo video è accompagnato da un numero a sei zeri. Regolarmente.

TimVision decide anche di girare una serie a loro dedicata, per riprendere e divulgare quale sia la vita di chi utilizza semplicemente la musica e la facilità di produrla tramite un paio di programmi al computer, per “farcela”. Farcela ad essere seguito sui social come una star, come un influencer; farcela a far vedere quanto sei diventato più ricco e “cool” degli altri. Ed è una docu-serie interessantissima, come tutte le docu-serie che parlano di una realtà parallela, di un modo di stare al mondo totalmente diverso dal tuo, diverso nella stessa identica misura in cui è diverso quello di una tribù della foresta amazzonica.

Le accuse del mondo del rap

Ragazzi che per la loro diversità subiscono moltissimi “dissing”, che per chi non mastichi il gergo hip hop sono attacchi, liti a distanza spesso tramite loro pezzi, botta e risposta senza pietà all’interno di una comunità più snob di un qualunque Rotary Club di provincia. Gli dicono che il rap è autobiografia e non cinema, gli danno dei fighetti, li accusano di non venire dalla strada, di non saper cantare, di non saper scrivere, di non saper nemmeno andare a tempo.

Accuse fondate? Può darsi. Anzi, quasi certamente si. I ragazzi comunque fanno spallucce e dichiarano apertamente di sbattersene di qualsiasi critica. Questo non solo per mero machissimo orgoglio maschile ma anche perché è inutile andare a criticare qualcuno per il suo modo di fare musica quando lui sta facendo tutt’altro. Come se andassimo a criticare Cristiano Ronaldo per il suo rovescio a tennis; non ha senso, fa un altro mestiere.

La DPG non fa musica, la DPG è formata da quattro furbastri che utilizzano la musica, se così possiamo chiamarla e abbiamo le nostre riserve come ampiamente espresso nei capitoli precedenti di questa rubrica, per giocare con la soci(al)età, per accumulare consenso, di qualsiasi tipo, per una sete inappagabile di notorietà e denaro. Non è un processo, intendiamoci, non sono colpevoli di nulla, e non è nostra intenzione andare a sindacare se e quanto esista un certo talento, non è interesse loro dimostrare alcunché e non è interesse nostro capirlo; ma l’intento, come già detto, devia la sua rotta artistica. Non è che non possono fare musica di buon livello, è che proprio non gliene frega palesemente nulla.

Notorietà e denaro

Potremmo star delle ore a confrontarci tra di noi su cosa sia morale e cosa no in questa scelta, ma la realtà non si smuoverebbe comunque di un millimetro da quello che è. D’altra parte notorietà e denaro sono i due desideri che qualsiasi italiano medio, da “Grande Fratello” e “Uomini e donne” in poi, chiederebbe ad un genio della lampada. La salute ormai è un optional tutto sommato secondario. Quindi andiamoci piano con i moralismi dai contorni sempliciotti.

Non è un caso infatti se le visualizzazioni su Youtube non si traducano in altrettanti ascolti su Spotify (dove comunque non vanno malissimo, ma molto peggio rispetto a quasi tutti gli altri colleghi del genere). Perché su una piattaforma dove si ascolta senza guardare, loro perdono senso di esistere. Senza il loro look, senza i loro tatuaggi, senza osservarli fumare canne in ogni benedettissimo fotogramma, senza il loro interloquire grottesco, valgono meno di niente. Capite perché qualsiasi commento risulterebbe un enorme spreco di tempo? Il loro successo, enorme, li ha consacrati davvero al livello di star irraggiungibili, entità impalpabili, presenti nella vita dei nostri figli solo attraverso un link su Youtube.

Star che giocano (non possono crederci davvero) a definirsi “I nuovi Beatles”; e tu cosa fai? Gli rispondi? Sarebbe come andare da un matto con uno scolapasta in testa a spiegargli che no, non è Napoleone. Vi proporrei poi di andare a chiedere ai vostri figli il motivo di tanto clamore appresso a quattro ragazzetti colpiti e affondati, come è successo in un imperdibile servizio delle Iene, da una simpatica nonnina cui hanno affidato per gioco un’intervista alla band; ma sarebbe inutile. Sarebbe come se fossero venuti a chiederci anni fa il motivo per cui ci è piaciuto così tanto Guerre Stellari; perché sono stellari, no?

Come se interrogassimo ogni bambino all’entrata dello zoo sul motivo di tanta felicità. Ovvio. Lo abbiamo messo al mondo in mezzo al cemento e innaffiato con l’olio di palma, ci sta che senta una sana e naturale curiosità per gli animali esotici. Semplicemente ci affascina tutto ciò che è diverso da noi. Allora, perché no?, azzardiamo anche a dire che seguire la Dark Polo Gang potrebbe stimolare la curiosità quasi scientifica dei nostri ragazzi. Azzardiamo a dire che sia quasi educativo.

Pensiamo che esattamente come guardano un film sugli alieni che li pone immediatamente aldiquà dello schermo evidenziando all’istante la differenza tra loro che sono persone comuni che guardano la tv nel salotto di casa e gli alieni che sono alieni, seguire le avventure della DPG segna una linea di confine evidente e sociologicamente invalicabile tra i nostri figli (che magari poi nel momento in cui vogliono ascoltare musica mettono su Gemitaiz o Willie Peyote) e questi quattro extraterrestri con i quali possono avere in comune giusto il comune di residenza, ma che poi, come anche loro amano definirsi, restano semplicemente alieni che vivono in un altro pianeta e parlano un’altra lingua.

Il successo di una lingua che piace ai più giovani

Una lingua che ha contribuito non poco a consacrarne il successo tra i più giovani, una lingua che non è slang classico e non è certamente nemmeno italiano, ma è un ibrido tutto loro. Un continuo inserimento sbiascicante di “Bitch” all’interno di qualsiasi discorso, evidente citazione di quel magnifico capolavoro per la tv che è “Breaking Bad” (si spera), che loro comunque spesso addolciscono in un più innocuo “Bibi”; tutto ciò che li riguarda è molto “swag” ovvero possiede uno stile indiscutibilmente rientrante nei loro canoni; e poi ancora “Flex”, “Scomodo”, “Ghiaccio” e “British”, che da il titolo anche al loro ultimo lavoro.

E infine non possiamo non citare il neologismo che ha definitivamente posizionato la Dark Polo Gang tra le stelle di un universo a noi sconosciuto e che atterra qualche volta tra noi piccoli esseri umani per rilasciarci perle come “Bufu”, rientrata grazie alla loro irritante insistenza nell’utilizzo, persino tra le illustri pagine della Treccani, cui a questo punto affidiamo, dissociandoci orgogliosamente dalla scelta dello storico e prestigioso volume, la spiegazione del termine: Sigla dell’espressione gergale angloamericana By Us Fuck U (‘per quanto ci riguarda, vaffanculo’), insulto adoperato nei testi di canzoni rap come risposta ad attacchi verbali mossi dall’interno dello stesso ambiente musicale.

La parola Bufu è stata coniata dal gruppo romano di rappers Dark Polo Gang (DPG), formazione composta dagli interpreti Tony Effe, Dark-Side, Pyrex e Dark Wayne. Bufu è l'acronimo di "By Us Fuck You", in cui la parola you è sostituita all'abbrevazione U, tipica dello slang americano. In italiano significa Da parte nostra vai a quel paese, ovviamente espresso in modo più colorito. Quest'espressione nasce come contro-offesa ai cosiddetti haters, letteralmente coloro che odiano (una sorta di nemici).

Non giudicate i vostri figli dunque quando li beccherete in rete a guardare video della Dark Polo Gang, sennò dovreste rimproverarli ogniqualvolta li troviate a guardare un documentario sui cavallucci marini o sui koala australiani o sul sistema scolastico svedese. Insomma, normale che ci sia curiosità e interesse per il diverso, non c’è mica nulla di male, non si sono mica (ancora) lasciati andare al più becero “leghismo” come voi. 



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