Chi è Willie Peyote, uomo pensante e rapper di alto rango

Manuale per genitori indi(e)pendenti/5 La denuncia di Willie è costruttiva, è fraterna. Ci tiene che la sua musica abbia uno scopo, ci tiene che il suo essere artista, anche evidentemente tormentato in certi frangenti, sia d’aiuto a chi ascolta, che la sua arte possa rappresentare un ragionamento utile a tutti, non solo a spremere i problemi della nostra vita come fertilizzante sul suo conto in banca

Chi è Willie Peyote, uomo pensante e rapper di alto rango

Il capitolo di questa settimana avrà tutt’altro sapore, almeno per chi scrive. Questo perché fino a qui ci siamo sempre occupati di nuovi artisti che potevano più o meno piacerci, convincerci più che altro, che poi è il problema principale, di possedere una tale caratura da poter essere considerati, appunto, artisti. Molti, abbiamo visto (e sentito) no. Non perché ci divertiamo a fare gli snob, non perché siamo troppo rigidi rispetto alla Trap, questo genere (moda?) musicale che campa più di immagini di copertina, stories su Instagram e likes su Facebook, che di sostanza, e nemmeno perché ci divertiamo a darci di gomito tra adulti (è la prima volta in vita mia che mi autoinserisco nella categoria e già mi è venuta voglia di andare nottetempo a suonare ai citofoni dei palazzi per poi scappare) schernendo il nuovo che avanza; ma solo perché è bene, ne sono fortemente convinto, tenere le orecchie aperte e le dita strette attorno a quella margheritina che ci salva dalla caduta in un burrone culturale che permetterebbe, a quel punto, di far passare tutto, ma proprio tutto, per buono. Per musica. E questo, nonostante intimamente sia convinto sarà il nostro inevitabile futuro, non me lo perdonerei mai; io, di certo, non mi renderò complice di questa decadenza.

Ma fortunatamente questa settimana non si porrà il problema, fortunatamente questa settimana il sole illumina con lo stesso calore le teste dei più giovani come di tutti quei vecchi (e sì, sto parlando di voi, ma non di me, che stanotte sarò lo stronzo che suonerà ai vostri citofoni) che avranno la decenza di fidarsi del sottoscritto e andare a scoprire, attraverso la sua musica, che fieramente, finalmente, possiamo chiamare musica, il mondo di Willie Peyote.

Per cui, come ogni settimana, allacciate le cinture, aprite le orecchie (davvero), riponete tutte le definizioni sulle quali avete basato la vostra pseudocultura da potenziali bombaroli di nuovo tra le pagine di un Garzanti sgarrupato; negli anni ’80 la vostra vita la sognavate come una partita a Monopoli, oggi come una a Risiko, ridestatevi un attimo, tornate alla realtà con della buona musica, che questa settimana i compitini vi risulteranno certamente più piacevoli. Che tanto non andrete mai oltre uno scopone al bar, brillocci di Malvasia e, regolarmente, accoppiati al compagno più sfigato. Questa è la vita. Accettatelo e cominciamo.

Intendiamoci, il rap non mi ha mai preso granché, ebbi un’infatuazione adolescenziale per Cosi com’è degli Articolo 31 (1996… dannazione!) che durò poco o niente e non fu nemmeno l’infatuazione più stupida della mia vita. Poi scoprii che la mia ribellione faceva decisamente più rima con il buon vecchio Rock e improvvisamente tutti i rapper italiani mi apparivano come una cloaca di idioti che facevano il verso ai cugini americani, sempre molto più bravi, fighi, incacchiati, muscolosi e, cosa non secondaria considerata la natura del genere in questione, “negri” di loro. Vorrei tanto potervi dire che negli anni la mia posizione si è ammorbidita, ma in realtà ogni volta che vedevo qualcuno “rappare” in Italia pensavo “Ma cosa c’avrai mai da atteggiarti in quel modo, manco fossi uscito dal cast di 8 Mile?!”.

Tutto questo è durato tanti anni, più o meno fino a marzo, quando un amico proprietario di un club della mia città, non proprio famoso per i suoi gusti facili, mi scrive “Minchia del Willie Peyote! Ha spaccato tutto!”. Francesismi a parte, l’analisi, per quanto estremamente sicula, è molto più tecnica di quanto possiate immaginare, per cui decido di andarlo a sentire al Monk di Roma ’sto rapper dal cognome psichedelico. Se dovessi descrivervi il momento dopo pochi minuti dall’inizio del concerto vi rimanderei immediatamente all’illuminazione divina ricevuta da Jake Blues durante la messa presieduta dal reverendo James Brown in The Blues Brothers. Rappavo. Non potevo crederci. Non potevo farne a meno. Proprio io. C’è chi viene illuminato sulla via di Damasco e chi nei pressi della Tiburtina. A ognuno il suo.

Chi è Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote

Dinanzi a me, intanto, un coetaneo dell’85 di nome Guglielmo Bruno da Torino. In scena, oltre al solito dj, strumenti musicali, una vera band, il sound pieno, completo, vagamente funky, orchestrato da musicisti bravissimi. Da musicisti. Punto. Il ragazzo (che da come si muove e si diverte, sono sicuro, ancora suona ai citofoni dei palazzi la notte per poi scappare), rispetto al genere che fa, ci appare quasi nudo, spogliato com’è di tutti quegli orpelli da rapper macho, duro e puro. Anzi, il ragazzo indossa una giacca, le movenze non ci fanno viaggiare con la mente all’America di 50 Cents ma a quella, quasi, di Fred Astaire, con l’aspetto vagamente similare a quello di un Danilo Toninelli con lo sguardo più sveglio e simpatico.

Guglielmo inizia la sua carriera come bassista punk e quando si appassiona al rap, che dato il timbro gli si addice più del classico cantato, riesce ad elaborare una sinergia che nella storia della musica italiana scorgiamo solo nel Caparezza più maturo. La musica, insomma, quella fatta con gli strumenti (ricordate?) e non con un computer, che incontra i contenuti e la metrica travolgente del rap. E che rap, ragazzi. E che contenuti, ragazzi. Non mi perdonerò mai di non essere stato più attento a quella ospitata da Fabio Fazio in tempi non sospetti quando fece infuriare il direttore Maurizio Belpietro cantando la magnifica Io non sono razzista ma… un brano di denuncia verso l’ipocrisia (poi finita al governo) della lotta all’immigrazione. Episodio del quale il nostro Guglielmo parla ancora con sacrosanta fierezza.

Questo si trova nei testi di Willie Peyote, l’impegno politico, ma anche la società come ne’ I Cani (Nella vostra trasgressione c'è un sacco di conformismo/ In tutto quel disagio c'è un sacco di narcisismo/ E senza offesa ma vestirsi male e avere un pessimo rapporto col cazzo mia cara non c'entra niente col femminismo); l’amore sì, ma in una concezione decisamente più adulta rispetto ai colleghi del genere, come in Ottima scusa (Cosa hai visto una coppia?/ Io ho visto due persone sole / La gente starebbe un po’ meglio / Capisse che cazzo vuole da sto cazzo d’amore); il carattere degli italiani, spesso, preso per i fondelli senza pietà come in Metti che domani (E metti che domani scoppia la guerra mondiale/ Ma noi siamo italiani e puntiamo a pareggiare/ Metti che domani vinciamo il campionato/ Scendiamo tutti in piazza come in un colpo di stato). Questo, vogliamo dirlo? (Ok, lo dico) derivante forse da una cultura di base un pizzico più strutturata, infatti per la prima volta da quando abbiamo inaugurato questo simpatico appuntamento pubblico, parliamo di un ragazzo laureato in Scienze Politiche e non di chi si trova per le mani un mucchio di visualizzazioni su YouTube e decide di fermarsi lì.

E i concerti sono una festa bellissima, coordinati da un artista che denuncia si, tutto ciò che gli pare, ma con estremo acume, con estrema intelligenza, anche quando ci tiene a mettere il piede sull’acceleratore e ricordarci che è pur sempre un concerto rap. E allora decide di farci saltare, ballare, pogare, ondeggiare, ancheggiare e programmare, indiscutibilmente, che finito il concerto si andrà tutti insieme a suonare ai citofoni per svegliare questo cavolo di paese, appeso com’è rimasto all’amo della Tv di flusso, ipnotizzato dalle orrende luci smarmellate di questo decadente avanspettacolo.

Padroneggiare così palco, musica, generi, pubblico, è, credetemi, prerogativa solo di mestieranti di alto rango. Per questo non mi ha stupito quando durante un’intervista che gli feci il Primo Maggio in occasione della sua partecipazione al Concertone di Piazza San Giovanni, lui rivelò di non essersi mai sentito particolarmente accolto dalla comunità del rap italiano, che l’ha sempre un po' messo da parte (cosa comune anche con il succitato Caparezza), e inizia a strizzargli l’occhio ora che lui, evidentemente, ha cose molto più serie alle quali pensare rispetto all’entrare in un club che ti etichetta semplicemente in maniera fine a se stessa. Willie Peyote è troppo di più di un’etichetta, è cantautorato di altissimo livello prestato alla musica, non a un genere, perché relegarlo a una categoria è un errore lungi da noi commettere.

L’ultimo singolo, L’effetto sbagliato, in questo momento è piazzato al primo posto della classifica Viral Italia di Spotify, vuol dire che è la canzone più condivisa, “utilizzata” dalla rete. La cosa, considerato poi chi occupa le altre posizioni, stupisce, perché certi prodottini sfornati dalla premiata forneria De Filippi, sinceramente, con la statura artistica di uno come Willie Peyote, c’entrano poco o niente; ma d’altra parte stupisce meno se si pensa che il vantaggio di cantautori con un certo stile è che metteranno sempre a disposizione dei ragazzi parole migliori per esprimere se stessi. E i nostri ragazzi che, dati alla mano, risultano essere la generazione che usa la quantità minore di vocaboli della storia (e quelli che usa sono orrendamente smorzati dal T9), la differenza la notano, sicuro. Le mode attecchiscono sul pubblico come nastro adesivo scadente, chi invece crea emozioni, chi sa il fatto suo insomma, stabilisce col pubblico un legame indissolubile. Allora Willie Peyote non è solo bravo, è anche utile, didattico oserei dire.

Non ha peli sulla lingua Guglielmo, non ne ha mai avuti, non va nella direzione giusta, va nella sua. È torinese e calcisticamente granata nel cuore, per cui non ha timore a temere apertamente, per le sue presunte simpatie destrorse più che altro, un Ministero targato Buffon, il portiere più forte e amato e tifato della storia. Non ha paura a entrare a gamba tesa sui temi più scottanti, a provocare il più possibile l’establishment, anche musicale, definendo come ha fatto la Dark Polo Gang una realtà finta che fa “musica buona per vendere le scarpe”; roba forte insomma ma, please, all’etichetta di “Rapper militante” preferisce quella, più semplice (e rara) di uomo pensante; alla luce di questo fanno paura i 4 milioni di ascolti mensili di Sfera Ebbasta, uno che cavalca le classifiche come in un rodeo e si dichiara apertamente, tranquillamente e totalmente ignorante per quanto riguarda la politica, perché questo è il dramma, questi sono i problemi, queste le carte in tavola; creare diversivi ridisegnando le proprie sfighe provinciali a propria immagine e somiglianza come se rappresentino la tua forza, vuol dire che tu da una certa condizione invece di uscirne decidi di sfruttarla, te ne bei come se avessi trovato la tua gallina dai click d’oro. Questo restituisce, essenzialmente, agli occhi (e orecchie) di ascoltatori preparati, la tua immaturità come persona, la tua poca credibilità come artista e la tua totale scellerataggine come influencer.

Ma Willie no, Willie è tutt’altra cosa. La denuncia di Willie è costruttiva, è fraterna. Ci tiene che la sua musica abbia uno scopo, ci tiene che il suo essere artista, anche evidentemente tormentato in certi frangenti, sia d’aiuto a chi ascolta, che la sua arte possa rappresentare un ragionamento utile a tutti, non solo a spremere i problemi della nostra vita come fertilizzante sul suo conto in banca.

Ora il tempo delle parole, anche per questa settimana è finito, ora è il tempo di farvi sculacciare dalla metrica di un ragazzo torinese che vi servirà pezzi come ciliegie delle quali poi difficilmente sarete sazi, e non meravigliatevi quando vi ritroverete a “rappare” divertiti mentre siete in macchina fermi al rosso. Non stupitevi se non aspetterete altro di restare soli a casa per metter su Fresh per far tremare un po' i mobili e attentare alla vita della vecchietta del piano di sotto. Non vergognatevi, questo è l’effetto dei pezzi di Willie Peyote; e poi ci ritroviamo tutti per le strade, stanotte, a suonare ai citofoni degli sconosciuti, con la faccia rossa e il cuore in gola, non più giovani come una volta, certo, ma certamente più rinsaviti.           

Questo essenziale manuale è rivolto a quei genitori che non vogliono restare indietro, che vogliono capirci di più del mondo dei loro figli attraverso ciò che, come accade per tutte le generazioni, li crescerà e formerà più di quanto loro, mammà e papà, ne avranno mai capacità e potenzialità. La musica. La loro musica. Prima di partire allacciate bene le cinture, mettete da parte i vostri dischi dei Beatles, Adrianone Celentano, Mina e Battisti, la tv in bianco e nero, Berlinguer, e ogni vostro singolo pregiudizio su quanto tutto ciò che avete vissuto e ascoltato voi fosse infinitamente più “giusto” del loro e, già che ci siete, eliminate per sempre anche l’utilizzo del termine “giusto”, che non credo abbia mai significato alcunché a parte tirare una linea rispetto a ciò che è “sbagliato”. Antitesi che potrebbe contribuire non poco a formare una generazione di iscritti a Casa Pound.



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