È vero o no che i migranti 'economici' restano automaticamente in Italia?

Abbiamo verificato le affermazioni della Cinquestelle Laura Ferrara sul Regolamento di Dublino

È vero o no che i migranti 'economici' restano automaticamente in Italia?

Contenuto aggiornato il 18 novembre 2017 alle ore 12,05*

Il 16 novembre il Parlamento europeo ha approvato il mandato negoziale al Consiglio sulla riforma del sistema d’asilo dell’UE, il cosiddetto “Regolamento di Dublino”. Ci sono stati 390 voti in favore, 175 voti contrari e 44 astensioni. Hanno votato a favore gli eurodeputati italiani di sinistra, centrosinistra e centrodestra. Si sono astenuti quelli della Lega Nord e hanno votato contro quelli del M5S. Immediate sono scoppiate le polemiche politiche.

Difeso da diversi esponenti del Pd, come ad esempio il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, il mandato negoziale è stato attaccato duramente dal M5S-Europa per bocca di Laura Ferrara, secondo cui: "La riforma del regolamento di Dublino è una gabbia, perché obbliga tutti i migranti economici a restare in Italia. Dunque l'Italia si ritroverà da sola a gestire tutti i migranti economici senza l'aiuto e la solidarietà di tutti gli altri Paesi dell'Unione europea”.

È vero o no che i migranti 'economici' restano automaticamente in Italia?
 Laura Ferrara

Si tratta di un’affermazione sbagliata. Non è vero che la riforma obblighi l’Italia a gestire tutti i migranti economici arrivati. E non è vero che non riceva l’aiuto e la solidarietà della Ue e degli altri Stati.

La procedura

Per prima cosa, precisiamo che il Parlamento europeo ha dato un mandato negoziale al Consiglio, l’organo della Ue dove sono rappresentati i singoli Stati membri (di solito da ministri o da capi di governo), per rivedere il Regolamento di Dublino. Non ha legiferato sul punto.

Le decisioni finali dovranno essere assunte dal Consiglio, con voto a maggioranza qualificata. Da notare che il Parlamento abbia esplicitamente chiesto al Consiglio di “concentrarsi sul trovare un sistema che funzioni sul terreno, e non uno che possa essere votato all’unanimità”.

C’è infatti il timore che per accontentare il cosiddetto “gruppo di Visegrad” (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca), ostile ai meccanismi di ricollocamento e in generale alla condivisione del carico migratorio tra membri dell’Unione, gli altri Stati annacquino il contenuto della riforma fino a renderlo inefficace.

Come cambia il sistema di Dublino

Il sistema attualmente in vigore prevede (art. 13) che il richiedente asilo veda la sua domanda esaminata dallo Stato di primo approdo, salvo casi eccezionali (ha familiari che hanno ottenuto l’asilo, o che ne hanno fatto richiesta, in altro Stato; ha un permesso di soggiorno valido, o scaduto da poco, concesso da un altro Stato, etc.).

Questo sistema, da quando i flussi migratori si sono gonfiati negli ultimi anni, ha scaricato sui Paesi di confine – in particolare Grecia e Italia – quasi interamente l’onere della gestione del fenomeno.

Adesso il Parlamento propone di adottare un nuovo sistema. In base ad esso il richiedente asilo, registrato e identificato al momento dello sbarco dal Paese di approdo, vedrà poi la sua domanda esaminata dal Paese con cui ha un legame familiare (presenza di fratelli, sorelle, genitori etc.) o comunque significativo (vi ha studiato, precedenti ingressi etc.).

Se non ha tali legami, il richiedente vedrà esaminata la sua domanda da uno (a sua scelta) tra i quattro Stati della Ue che al momento avranno in carico la percentuale più piccola di richiedenti asilo in relazione alla loro “giusta quota” (quest’ultima verrà stabilita in base a popolazione e Pil dei vari Stati).

Gli Stati membri che si sottraessero alle loro responsabilità nell’accettare la loro quota di migranti, propone il Parlamento europeo, dovrebbero essere puniti con una riduzione del loro accesso ai fondi comunitari. Gli Stati di frontiera che si rifiutassero di registrare i migranti sbarcati verrebbero puniti, specularmente, con uno stop ai ricollocamenti dal loro territorio verso altri Stati membri.

L’errore del M5S

Non è vero, come afferma invece il Movimento 5 Stelle, che il nuovo sistema obblighi l’Italia a gestire tutti i “migranti economici” che qui arrivano. Per “migranti economici” si intende solitamente quei migranti che non hanno diritto alla protezione garantita dagli accordi internazionali, e che hanno lasciato il proprio Paese per cause che non abbiano a che fare con persecuzioni, guerre, discriminazioni o pericolo per la propria vita: come appunto le ragioni economiche.

Ma la distinzione tra aventi diritto alla protezione internazionale e migranti economici avviene al termine della procedura in cui la domanda di asilo viene esaminata, non prima. Nei flussi recenti, la quasi totalità dei migranti fa richiesta di asilo, e circa il 40% la vede accolta. Il restante 60% deve essere rimpatriato.

Con la modifica proposta, quest’onere non cadrebbe appunto sulle spalle del primo Paese di arrivo – l’Italia in questo caso – ma del Paese che ha esaminato la domanda e l’ha respinta.

Cosa resterebbe comunque sulle spalle dell’Italia

Al massimo è previsto, per i richiedenti asilo con “praticamente nessuna chance” di veder accolta la propria domanda, che la procedura di esame venga svolta nel primo Paese di arrivo. In questa ambiguità e incertezza risiede con ogni probabilità l’accusa del M5S.

Per stabilire chi siano gli appartenenti a questa categoria, e con l’obiettivo dichiarato di evitare di lasciare sulle spalle dei Paesi di confine (Italia in testa) un carico di lavoro comunque eccessivo, il Parlamento propone di istituire un “filtro attentamente calibrato”. Sarà il Consiglio a stabilire i dettagli della proposta, su cui al momento non ci si può esprimere né in un senso né nell’altro.

Inoltre, ai Paesi di primo ingresso – nelle intenzioni del Parlamento europeo – verrebbe concesso un “supporto addizionale della Ue” per gestire questi richiedenti. “Addizionale”, perché il Parlamento propone già in generale che la prima fase di identificazione e registrazione del migrante richiedente asilo – che ovviamente si svolge nel Paese di primo arrivo – sia integralmente finanziata dal budget dell’Unione europea, e che la gestione dei trasferimenti dei migranti nei vari Stati membri avvenga sotto la responsabilità dell’Agenzia per l’Asilo dell’Unione europea (UEAA).

Dunque non è nemmeno vero che l’Italia non riceverebbe l’aiuto e la solidarietà degli altri membri dell’Unione europea.

Conclusione

Stiamo parlando di un “mandato negoziale” dato dal Parlamento europeo al Consiglio: il contenuto è dunque generico e non vincolante, e tutto potrebbe ancora cambiare nel corso della trattativa tra Stati membri.

Fatta questa premessa, possiamo dire che, in base a quanto deciso dal Parlamento europeo, l’affermazione del Movimento 5 Stelle è al momento errata. Non è vero che tutti i “migranti economici” restano automaticamente in Italia.

Alcuni di essi verrebbero individuati solo al termine della procedura di esame della domanda di asilo. In quel caso, gli oneri relativi (espulsione etc.) spetterebbero allo Stato che ha esaminato la domanda.

All’Italia, se Paese di primo approdo, resterebbe l’onere dei primi accertamenti (identificazione e registrazione), ma sarebbe assistita e finanziata in questo dall’Unione europea.

Inoltre resterebbe sempre sulle spalle del Paese di primo approdo l’esame delle domande (e poi l’eventuale rimpatrio) di quella quota di richiedenti a cui, in un apposito “filtro” ancora da definire nei dettagli, non si dà praticamente alcuna possibilità di ottenere l’asilo. Anche in questo caso è prevista un’assistenza extra da parte della Ue.

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sabato 18 novembre 2017

 

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