Con 300 milizie e 140 tribù in campo la soluzione della crisi libica resta un rebus

Palazzo Chigi ha smentito l'invio di unità speciali, ma l’aggravarsi della situazione impone una serie di decisioni. Nell'ultima settimana ci sono stati 50 morti e sono evase dal carcere 400 persone

Con 300 milizie e 140 tribù in campo la soluzione della crisi libica resta un rebus

In due giorni è andato all’aria il lavoro di anni. L’Italia, che aveva puntato tutto su una vincente “diplomazia ibrida” in Libia, in cui il sistema paese italiano era presente attraverso una sinergia tra apparati dello Stato, imprenditori e volontariato, ora deve rivedere radicalmente i termini della propria presenza. L’escalation della crisi libica, infatti, impone una riflessione sul tipo di presenza nel paese arabo.

350 uomini per aiutare la pacificazione

Sono circa 350 i militari italiani in Libia, dove dal primo gennaio di quest’anno ha preso il via la Missione bilaterale di assistenza e supporto (l’acronimo è Miasit) nata per “fornire assistenza e supporto al governo di Accordo nazionale libico”. L’obiettivo è quello di sostenere in modo sempre più efficace le autorità locali nell’”azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, in armonia con le linee di intervento decise dalle Nazioni Unite”.

Nessun invio di forze speciali

L’assalto ai quartieri nord di Tripoli ha fatto parlare, sui giornali di oggi, dell’eventualità dell’invio di unità speciali dei carabinieri e del Col Moschin. La circostanza è stata però smentita ufficialmente da un comunicato di Palazzo Chigi. “Si smentisce categoricamente la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia”, ha fatto sapere il governo, “L'Italia continua a seguire con attenzione l'evolversi della situazione sul terreno e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché l'invito a cessare immediatamente le ostilità assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito".

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 Afp
 Libia, scontri a Tripoli

Richiamo alle massime potenze occidentali che suona non sole come un impegno per Roma, ma anche per le altre capitali che non dovrebbero lasciare sola l’Italia. In particolare Parigi, che nel 2001 aprì la crisi libica favorendo la caduta del colonnello Mohammar Gheddafi, e da allora ha cercato di assumere una posizione di leadership nella gestione dei problemi che ne sono scaturiti.

Come ha ricordato oggi sul Corriere della Sera l’analista Gilles Kepel, la corsa tra Roma e Parigi ha complicato le cose a Tripoli e dintorni. Ma non è questo l’unico fattore di complicazione nella situazione libica.

Con 300 milizie e 140 tribù in campo la soluzione della crisi libica resta un rebus
Tripoli, Libia attentati (afp) 

Quante sono le milizie contrapposte

Nella Libia nata dopo il crollo del regime quarantennale di Muammar Gheddafi, nel 2011, e sprofondata nel caos, il controllo di sicurezza è finito nelle mani di centinaia di milizie (si stima siano almeno 300) sparse su tutto il territorio. Pesantemente armate, anche con i carri armati sottratti al disciolto esercito del 'rais', finanziate anche dall'esterno, alcune sono riconosciute e piu' vicine al Governo di accordo nazionale, altre sono appoggiate dall'esercito libico del generale Khalifa Haftar. Spesso, però, entrano in conflitto tra loro per espandere la propria giurisdizione e soprattutto controllare i pozzi petroliferi. È quello che sta avvenendo dal 26 agosto nella zona sud di Tripoli, dove la Settima Brigata ha voluto prendere il controllo di nuovi territori, in nome della lotta alla corruzione delle altre milizie.

Le fazioni armate godono di sostegno anche esterno, in particolare dalle due coalizioni impegnate a distanza: quella formata da Egitto e Emirati Arabi (che appoggia Haftar) e quella formata da Qatar e Turchia che sul suolo libico è contro le milizie di Tobruk. 

Settima brigata

È la milizia legata alla città di Tarhuna, 60 chilometri a sud di Tripoli, ed è guidata da quattro membri della famiglia Al-Kani. Il leader attuale è Abdel Rahim Al-Kani. Ha giocato un ruolo di rilievo nella guerra civile tra il 2014 e il 2015 prima di sparire dalla scena e riaffacciarsi con il Governo di accordo nazionale, a metà 2016, quando ha annunciato fedeltà al nuovo esecutivo ed è entrata sotto l'ala del ministero della Difesa di Tripoli. La milizia si è però scontrata in più occasioni con le Brigate rivoluzionarie di Tripoli, in particolare a Garabulli e a Ben Gascir, a est della capitale. Di recente anche ex fazioni vicine al regime di Gheddafi, che godono dell'appoggio di Haftar, si sono unite alla Settima Brigata. Negli ultimi giorni ha lanciato un'offensiva a sud di Tripoli e il governo di Fayez Serraj non è riuscito ad arginarla. Il leader Abderl Rahman Al-Kani ha più volte dichiarato di voler "liberare Tripoli dalle milizie che prosciugano il denaro pubblico", riferendosi agli uomini pagati dal governo di Tripoli per la sicurezza.

Brigate rivoluzionarie Tripoli

È la milizia guidata da Haithem Tajouri ed è la più importante dalla capitale libica (riunisce diversi gruppi del centro e dell'est di Tripoli). Ha giurato fedeltà al Governo di accordo nazionale e si occupa della sicurezza del sud e del sud-est della capitale, finendo spesso in conflitto con la Settima Brigata. 

Forze di dissuasione

Èla milizia guidata da Abdul Raouf Kara e ha come base l'aeroporto di Mitiga di Tripoli. Fa capo al ministero dell'Interno del Governo di accordo nazionale e aveva preso parte ai combattimenti contro la Settima Brigata nei primi giorni dell'offensiva ancora in corso, prima di ritirarsi. La milizia, altamente addestrata, si occupa della sicurezza dell'aeroporto e del penitenziario collegato che ospita oltre 1.300 detenuti, tra cui diversi ex combattenti del sedicente Stato islamico. 

Brigata Abu Salim

È la milizia formata per lo più da ex carcerati, è guidata da Abdel Ghani Al Kakali e si occupa della sicurezza nella zona di Abu Salim, a Tripoli. Nell'ultimo scontro ha combattuto contro la Settima Brigata ad Abu Salim e nella strada che porta all'aeroporto. 

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 Libia primo ministro Fayez al-Sarraj a Tripoli - afp

Le tribù e i loro interessi

La conoscenza del territorio, fondamentale in ogni situazione assimilabile a questa, nel caso della Libia è particolarmente importante. Il paese arabo infatti è da sempre un insieme di tribù e di clan –  per l’esattezza 140 – più che una nazione. Ognuno controlla una parte più o meno piccola del territorio nazionale, ed hanno interessi più o meno forti nell’estrazione delle risorse naturali del Paese. Senza considerare le rivalità (non tanto di carattere religioso: sono tutte sunnite) storiche, ed una certa predisposizione a cambiare costantemente alleanze.

I Warfalla, il clan più numeroso

Considerata la più numerosa della Libia - un milione di persone su una popolazione complessiva di sei - la tribù dei Warfalla è stata una delle prime a rivoltarsi contro Gheddafi nel 2011, dopo averlo a lungo appoggiato. Originari di Misurata, sono disseminati soprattutto nell'est del Paese, dove infatti sono tra i gruppi tribali che hanno stretto un’alleanza con Haftar, in controllo della parte orientale della Libia. Nel 1993 i Warfalla - con il sostegno di un'altra tribù, i Magarha - provarono a realizzare un colpo di stato contro Gheddafi, chiedendo maggiore rappresentanza nel governo. Il golpe fallì, molti suoi membri furono uccisi, imprigionati o esiliati, ma i Warfalla sono rimasti importanti soprattutto perché hanno potuto contare su una forte presenza all'interno dell'Esercito libico. Sono divisi in sei sottoclan, che talvolta hanno avuto dei dissidi tra loro.

I Magarha, alleati ma non troppo

La seconda tribù più numerosa del Paese, originaria del sud ma nel tempo spostatasi sulla costa, visto il suo crescente ruolo politico già durante l'era Gheddafi. Fino agli anni '90 il loro leader Abdel Salam Jalloud era considerato il secondo uomo più importante del Paese dopo Gheddafi. Ma i rapporti tra l'uno e l'altro si incrinano nel 1990 e Jalloud e la tribù dei Magarha si uniscono al tentativo di colpo di Stato portato avanti dai Warfalla. Una volta fallito il golpe, i Magarha più dei Warfalla sono stati in grado di mantenere rapporti più o meno normali con il Colonnello.

I Qadhadhfa, che sperano in Seif

Sono la tribù da cui proveniva Gheddafi, una delle più esigue del Paese, e fino al 1969, storicamente non molto potente. La loro roccaforte è la città natale del Leader, Sirte, negli anni scorsi presa di mira dall'Isis. Durante l'era Gheddafi la tribù si è arricchita molto, tuttavia molti suoi membri nel 2011 si sono uniti ai movimenti di rivolta.

Attualmente il capo del clan viene considerato Seif-al-Islam, figlio del Colonnello, che a marzo si è addirittura candidato in vista delle elezioni che dovrebbero tenersi entro la fine dell’anno (ipotesi resa molto remota dagli sviluppi di queste ore).

Gli Zuwayyah, la forza emergente

Storicamente una tribù che abita aree rurali nell'est del Paese, in Cirenaica, il suo ruolo è cresciuto nel 2011, vista la loro collocazione all'interno delle regioni petrolifere libiche che permetteva loro di usare il petrolio come leva politica. Tra i più strenui oppositori di Gheddafi durante il 2011, sono considerati un gruppo tribale non molto numeroso ma ben armato. Nell'est ci sono anche i Ferjan, la tribù di provenienza del Generale Khalifa Haftar e con cui gli Zuwayyah hanno saputo mantenere ottimi rapporti.



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