Scontri tra milizie e stato d'emergenza. Cosa sta succedendo in Libia

A Tripoli si spara ormai da una settimana e i combattimenti tra brigate rivali hanno già causato almeno 40 morti. Ieri un albergo è stato colpito da un razzo che appariva diretto verso l'ambasciata italiana, che rimane aperta. 8.000 migranti intrappolati nell'area. Rivolta in carcere: evasi 400 detenuti

Scontri tra milizie e stato d'emergenza. Cosa sta succedendo in Libia

Il Consiglio presidenziale libico ha dichiarato lo stato d'emergenza a Tripoli e nelle periferie della capitale, a causa dei violenti scontri tra milizie, i peggiori dal 2014. La misura è diretta a "fermare lo spargimento di sangue, ridurre le perdite materiali e di vite umane, tutelare la sicurezza dei civili, le strutture pubbliche e private. Il governo di Fayez al-Sarraj ha annunciato la formazione di un comitato di crisi per gestire il nuovo stato di emergenza e ha avvertito le parti in conflitto che dovranno affrontare le conseguenze se cercano di cogliere l'opportunità per perseguire loro propri obiettivi. Ma il colonnello Abdel Rahim Al-Kani, leader della Settima Brigata, milizia della cittadina di Tarhuna, a 60 chilometri a sud della capitale, ha annunciato che le sue forze sono posizionate lungo la strada per l'aeroporto e stanno per sferrare un attacco al quartiere di Abu Salim, porta di accesso al centro storico. La brigata, scrivono i media locali, ha dichiarato Abu Salim zona militare e ha chiesto agli abitanti di lasciare le abitazioni, in preparazione di una "importante offensiva contro le milizie presenti nell'area". 

È scattata una corsa contro il tempo per arrivare a una mediazione che eviti una ulteriore escalation dopo la ripresa dei combattimenti che finora hanno causato una cinquantina di morti, tra cui una ventina di civili, e circa 200 feriti. Il capo del Consiglio libico degli anziani per la riconciliazione, Mohamed al-Mubshir, ha detto che è stato formato un comitato d'emergenza per negoziare con le parti in lotta. Il Consiglio ha indicato la necessità di raggiungere una soluzione radicale alla questione di tutte le formazioni armate nel Paese.

La Settima Brigata di Tarhuna, milizia legata al signore della guerra Salah Badi, si è resa autonoma dal Governo di accordo nazionale di Sarraj e combatte per liberare Tripoli dalle altre milizie armate, accusate di corruzione. A fronteggiarla sono una serie di milizie che formano unità speciali dei ministeri dell'Interno e della Difesa del governo di Sarraj: le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Forza speciale di Dissuasione (Rada), la Brigata Abu Selim e la Brigata Nawassi, che ricevono finanziamenti dall'Ue. 

Rivolta in carcere. Evasi 400 detenuti

Circa 400 detenuti sono evasi dopo una rivolta in un carcere in un sobborgo meridionale di Tripoli. Lo ha riferito la polizia. "I detenuti sono riusciti a forzare le porte e andarsene", mentre i combattimenti tra le milizie rivali imperversavano vicino alla prigione di Ain Zara, si legge in un comunicato. Molti dei detenuti di Ain Zara sono stati condannati per reati comuni o sono sostenitori di Muammar Gheddafi, ucciso nel 2011.

L'Italia nel mirino?

In un tweet, l'ambasciata italiana a Tripoli ha smentito il sito "Al Mutawasset", che ha dato la notizia, da fonti anonime, della chiusura della rappresentanza diplomatica. "L'ambasciata d'Italia in Libia rimane aperta. Continuiamo a stare al fianco dell'amato popolo libico in questa difficile congiuntura", si legge nel messaggio. Fonti del ministero della Difesa, intanto, fanno sapere che i militari italiani in Libia stanno bene e in sicurezza e nessun problema è stato riscontrato all'ospedale da campo a Misurata.  

E proprio contro l'ambasciata italiana era diretto il razzo Grad che ieri, all'alba, aveva colpito il quarto piano dell'hotel al-Waddan, nella capitale libica, a quanto riferisce il quotidiano Libya Times, dopo il fallimento del terzo accordo per il cessate il fuoco in quattro giorni. Tre persone erano rimaste ferite e sul web sono subito circolate le immagini delle stanze, con il pavimento bagnato di sangue. Un secondo lancio attacco non ha invece avuto conseguenze perché il razzo ha mancato l'ufficio del premier sulla al-Sikkah Road ed è atterrato in una casa dall'altra parte della strada.

Ancora ignota l'identità degli autori: secondo il quotidiano, "mentre molti incolpano le milizie Kani di Tarhouna (anche note come la "Settima Brigata") di stanza nel distretto meridionale di Tripoli di Qasr bin Ghashir, altri chiamano in causa le milizie con sede nella caserma di Hamzah che si trova in una zona nella parte occidentale di Tripoli conosciuta come "la strada dell'aeroporto".

I combattimenti di questa settimana sono stati i più intensi dallo scoppio della seconda guerra civile libica nel 2014 e hanno causato almeno 40 morti, tra cui una quindicina di civili, e 200 feriti. La Settima Brigata controlla la zona del vecchio aeroporto di Tripoli, a sud della capitale, distrutto dalla guerra civile. Nella giornata di ieri si è sparato anche nella zona nord, il che ha imposto la chiusura della base aerea di Mitigada, unico aeroporto funzionante nella capitale, con i voli che sono stati dirottati per 48 ore a Misurata, a 200 chilometri. 

Evacuati centinaia di migranti

Centinaia di migranti sono stati evacuati dall'area degli scontri, dopo essere stati abbandonati senza cibo e acqua nei centri di detenzione della capitale libica quando le guardie sono fuggite a causa degli scontri. Secondo l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), i migranti sono stati trasferiti da due centri di detenzione situati nell'area di Ain Zara, nel sud-est di Tripoli, in un "luogo più sicuro". L'Unhcr ha fatto sapere che il trasferimento eèavvenuto "in coordinamento con altre agenzie e con il Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (DCIM)". Tra i migranti presenti, tutti cittadini eritrei, si contavano 200 uomini, 200 donne e 20 almeno bambini sotto i cinque anni di età, lasciati per tre giorni senza cibo. Secondo Medici Senza Frontiere, i migranti intrappolati nell'area dei combattimenti sono in totale 8.000



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it