La verità è che i deputati Usa non hanno idea di cosa sia Google

Il Ceo Sundar Pichai ha incontrato il Congresso degli Stati Uniti. Tre ore e mezzo di confronto che sulle dinamiche che governano il motore di ricerca più importante del mondo. Ecco come è andata

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 Afp
 Sundar Pichai

Dopo le tre ore e mezza passate da Sundar Pichai davanti al Congresso, sappiamo solo qualche dettaglio in più su Google. Ma abbiamo una certezza: la maggior parte dei deputati americani non ha idea di come funzioni il motore di ricerca. Poche domande pertinenti, molti interventi vaghi e partigiani. L'impressione di aver sprecato un'altra occasione.

Ce l'hai con Trump? No. Ce l'hai con Trump

Buona parte dei deputati repubblicani ha insistito su un solo punto: Google ce l'ha con Trump. Lamar Smith ha chiesto se ci siano interventi umani capaci di manipolare i risultati delle ricerche. La risposta, chiaramente, è stata “no”. “Mi permetta – ha ribattuto Smith – di dissentire. Penso che gli uomini possano manipolare il processo”. Steve Chabot parte già dal presupposto che il motore di ricerca abbia in antipatia i repubblicani: “Come spiega questo apparente pregiudizio da parte di Google contro i conservatori? È solo l'algoritmo o c'è di più?”. Ancora una volta, Pichai ha negato. E ancora una volta il deputato ha ignorato la risposta, dicendosi sicuro che Google “scelga vincitori e vinti”. Dove poggia la sua convinzione? “Ci sono tante persone che lo pensano e credo che sia così”.

Dopo l'ennesima accusa di manipolazione, a beneficio dei colleghi la democratica Zoe Lofgren ha dovuto chiedere “come funziona Google”. “Perché se cerco 'idiota' tra le foto di Google compare la foto di Trump?”. Pichai ha ribadito che non c'è alcun pregiudizio politico contro il presidente. Che non si interviene sui singoli risultati. Che ci sono miliardi di ricerche ogni giorno, il 15% delle quali del tutto inedite. E che il motore prende in considerazione oltre 200 parametri.

Google ha sempre ragione

Sul tema manipolazione, non sono solo gli accusatori a dimostrarsi quantomeno zoppicanti. Neppure la difesa è messa bene. Il deputato democratico Ted Lieu sostiene che le domande repubblicane siano “una perdita di tempo”. Poi però eccede in semplificazione: “Se vuoi risultati di ricerca positivi, fai cose positive. Se non vuoi risultati di ricerca negativi, non fare cose negative”. Praticamente da Donald Trump a Forrest Gump: stupido è chi lo stupido fa. Se appaiono link non graditi, ha continuato Lieu, “non incolpate Google o Facebook o Twitter, ma assumetevi le vostre responsabilità”.

Le convinzioni di Lieu sottovalutano l'impatto del motore di ricerca e dei social network. L'eventuale buona fede non si traduce in assenza di distorsioni: gli algoritmi non sono neutrali, non riflettono la realtà così come. Un eccesso di fiducia deleterio quanto le accuse senza fondamenta.

Il mistero della geo-localizzazione 

Diversi deputati hanno chiesto lumi sulla geo-localizzazione di Google. Richiesta più che legittima: lo scorso agosto l'Associated Press ha rivelato che la società continua a conoscere la posizione degli utenti anche disattivando la “cronologia delle posizioni”. Per evitare di essere tracciati serve fare un percorso piuttosto tortuoso tra le impostazioni, che Google ha promesso di semplificare.

Il texano Ted Poe ha sollevato il suo smartphone e chiesto se Mountain View è in grado di localizzare i suoi movimenti da un angolo all'altro della stanza. “Non di default”, ha risposto Pichai. Il deputato ha insistito, chiedendo un sì o un no: “Guadagni 100 milioni l'anno, dovresti saperlo”. Il ceo ha chiarito che, per rispondere correttamente, dovrebbe conoscere “maggiori dettagli”, cioè le impostazioni sullo smartphone di Poe. Il deputato allora rallenta, scandisce meglio le parole e aggiunge “i dettagli”. Peccato che non siano quelli sulle sue impostazioni ma sui suoi movimenti: “Se mi muovo e vado dal deputato Johnson e porto il mio telefono, Google sa che ero seduto qui e mi sono spostato da quella parte?”.

Ah, ma Google non è come Facebook? 

La democratica Karen Bass confonde Facebook con Google. Chiede cosa stia facendo la società per prevenire ingerenze e limitare la propaganda russa nell'organizzazione di “finte proteste”. Pichai: “Abbiamo registrato una limitata attività sulla nostra piattaforma. Si tratta di azioni che si concentrano sui social network. Non ci sono campagne di questo tipo sui prodotti che sviluppiamo, perché si fondano sull'aggregazione di persone. E non è quello che facciamo noi. Ma restiamo vigili”.

Diversi interventi hanno chiesto informazioni sul progetto Dragonfly, il motore di ricerca a misura di censura che consentirebbe a Google di tornare sul mercato cinese. Nella maggior parte dei casi sono state richieste superficiali. Con i deputati incapaci di ribattere anche difronte a risposte quantomeno evasive. Cos'è cambiato dal 2010 (quando Google decise di lasciare la Cina per le pressioni di Pechino) a oggi? Quali dati sarebbero condivisi con il governo cinese? Domande che Pichai ha eluso facilmente con un paio di frasi studiate e ripetute ogni volta possibile: “Al momento non abbiamo in programma di lanciare Dragonfly” perché si tratta solo di un “progetto interno”. C'è voluto l'intervento del democratico David Cicilline, all'alba della seconda ora di audizione, per costringere Pichai a mollare le risposte precompilate: può escludere che Dragonfly non sarà lanciato durante il suo mandato di ceo? Pichai dice che, per il bene di Mountain View, è suo compito “esplorare possibilità”. Cioè: “No”.

La comparsa di Mr Monopoly

Ad aggiungere un tono un po' surreale ci ha pensato Ian Madrigal. Chi!? È una sorta di simpatico troll vivente. Madrigal si è piazzato alle spalle di Pichai (l'incontro era pubblico) vestito da Mr. Monopoly: cilindro, monocolo e baffoni bianchi, come l'omino che compare sul gioco da tavolo. Messaggio chiaro: Google è un monopolio. Madrigal è un attivista non nuovo ad azioni di questo tipo: Mr. Monopoly ha già fatto capolino in altre audizioni, dietro a esponenti di governo, grandi società tecnologiche e banche. 

Antitrust e contenuti

Per fortuna ci sono stati anche interventi puntuali. Che guarda caso sono stati quelli che più hanno fatto vacillare un comunque controllatissimo Pichai. Cicilline è partito da una considerazione: si è detto “molto preoccupato” per le pratiche di Google mirate a penalizzare i servizi esterni al proprio sistema (è il motivo per cui l'Ue ha multato Android lo scorso luglio). Pichai si è detto “in disaccordo con questa versione”, ma è stato evasivo quando Cicilline ha chiesto la disponibilità a collaborare per una nuova legislazione antitrust: il ceo è sgusciato dicendosi “felice di impegnarsi in modo costruttivo”.

Il democratico Jamie Raskin ha chiesto perché alcuni video cospirazionistici resistono su Youtube. Raskin ne sottolinea i rischi e cita “Frazzledrip”, una ricostruzione secondo la quale Hillary Clinton ucciderebbe donne e ne berrebbe il sangue. Una bufala, ma con milioni di visualizzazioni. Pichai si è limitato a dire di “comprendere il problema” e che l'esclusione dalla piattaforma dipende “dalla conformità del contenuto alle regole”. “Abbiamo fatto molti progressi – ha aggiunto - ma siamo al corrente che resta ancora tanto da fare”.

Pichai-Zuckerberg: 2 a 0 al Congresso

Che i membri del Congresso (con le dovute eccezioni) non siano proprio dei draghi della Silicon Valley si era capito durante il confronto con Mark Zuckerberg, lo scorso aprile. Era diventata virale la domanda di un senatore: “Scusi, ma perché non vi fate pagare?”. Zuckerberg, trattenendo a stento una risata in un sorriso, aveva detto: “Senatore, noi vendiamo pubblicità”. Silenzio e imbarazzo.

Il confronto con Pichai non ha raggiunto queste vette, ma non sono mancati momenti che hanno sottolineato l'impreparazione degl eletti. E visto che gli incontri sono visibile a tutti, non ci fanno proprio una gran figura. Le telecamere avrebbero dovuto mettere sulla graticola i giganti della tecnologia. Li hanno rafforzati, denudando la debolezza delle classe politica statunitense. O, almeno, di quella che è comparsa in video.

Sul fatto che Google sia poco trasparente, non ci sono dubbi. Solo Mountain View sa come funziona Mountain View, ma sarebbe utile conoscere il più possibile le imprese che si dovrebbero regolamentare. È un po' come camminare in una stanza al buio: solo Google può accendere la luce, ma aver guardato la piantina prima di entrare aiuterebbe. Altrimenti c'è il rischio di prendere uno spigolo in piena fronte.  



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