La domanda più curiosa a cui ha dovuto rispondere Zuckerberg

Riguarda FaceMash, nessuno o quasi ne ricordava più l'esistenza, ma un deputato gli chiede adesso dov'è, che fa. E ci dice che il rischio più grande nel dare nuove regole alla rete è chi deve decidere queste regole

La domanda più curiosa a cui ha dovuto rispondere Zuckerberg

Mark Zuckerberg ha dovuto rispondere a domande un po’ più dure il secondo giorno di audizione di Facebook. Ma, al netto della retorica usata, di alcune difficoltà evidenti e ammissioni, ha dovuto ancora rispondere a delle domande piuttosto ingenue.

Pensate al fatto che ha dovuto ribadire ancora che Facebook non vende i dati degli utenti, ma che usa quei dati per aiutare le aziende a trovare meglio i loro potenziali clienti sulla piattaforma. O alla domanda quasi spiazzante di un senatore: come fai i soldi allora? "Senatore, con la pubblicità", dice serio, poi sorride vistosamente con tutti i muscoli del volto. 

Ma ce n’è una che rivedendo le immagini di ieri sembra un attimo più incredibile delle altre. Anche di quella sul business model. Una domanda che racconta non solo come molti dei membri del congresso non sapessero cosa Facebook fosse, ma più in generale una scarsa conoscenza di Internet e della storia che lì si è svolta negli ultimi 20 anni.

Il repubblicano Billy Long gli ha chiesto di FaceMash: cos’è e se funziona ancora. Confesso che non sentivo pronunciare questo nome, FaceMash, dai tempi del film The Social Network, ma FaceMash sarebbe, nella ricostruzione del film almeno, il primo tentativo di social network fatto da uno Zuckerberg ancora alle prese con le prime lezioni all’università. Zuckerberg tra il divertito e il sorpreso risponde: “No signor deputato, FaceMash era un sito fatto per scherzare ai tempi dell’università”. Anno 2003. Messo offline qualche mese dopo. Uno scherzo. Ma il “Congressman” incalza: “Era un sito dove proponevi di scegliere quale fosse la ragazza più carina tra due messe a confronto, è vero”. Sì ammette Zuck, ma “lei ha appena dato la descrizione di un sito fatto per giocare”. E Zuckerberg ride ancora, e a ragione. 

 

 

L’aneddoto è interessante perché racconta il livello di certe domande, anche nella seconda, “più dura” audizione. È vero che i rappresentanti del congresso rappresentano la ‘media’ dell’elettorato, ma adesso i politici sono chiamati a regolamentare un settore come quello di Internet che di fatto è la nuova economia. E questo spiegherebbe forse anche i timori di Zuckerberg che ieri ha detto: regole sì, ma che non ostacolino troppo il business e le nuove società ('startup') che vogliono crescere online.

Infine, nota all’Ue: a Capitol Hill in questo momento sembra che si brancoli un po’ nel buio. Lo spiega anche il fatto che quando si parla di nuove regole Washington guardi all’Europa e al Gdpr, la regolamentazione sui dati e la privacy degli utenti che entrerà in vigore dal prossimo mese in Ue. Ora, la Gdpr​ non è la panacea ai problemi dei dati, ma è comunque un primo passo. Un buon primo passo. E dimostra che vede la vecchia Europa per la prima volta un faro nel diritto nell’era di internet.

@arcangeloroc



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