Un paio di cose che dovremmo imparare dal caso Usa-Huawei

I sistemi e le applicazioni di cui oggi ci avvaliamo non solo violano la nostra privacy, ma possono essere oscurati e sottratti alla nostra disponibilità secondo l’arbitrio e gli interessi delle società che oggi ce li forniscono

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 (Afp)
 Donald Trump

Mentre noi siamo concentrati sui bisticci della coalizione di governo, il mondo intorno si muove velocemente. La notizia della decisione di Trump di mettere al bando gli scambi commerciali delle imprese USA con il colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei è di quelle destinate a lasciare il segno.

Lo si è visto quando Google vi ha dato seguito stabilendo che non avrebbe più fornito agli smartphone Huawei la propria versione del sistema operativo Andoid, quello che tutti noi conosciamo, con gli aggiornamenti e le amate applicazioni. Decisioni simili sono state già adottate anche da Microsoft e Amazon.

Per citare il commento di Martin Wolf, capo economista e decano del Financial Times (non propriamente un giornale sovversivo), questi eventi confermano, per quanto ce ne fosse bisogno, che “sotto Donald Trump, gli Stati Uniti sono diventati una superpotenza canaglia, ostile, tra molte altre cose, alle norme fondamentali di un sistema commerciale basato su accordi multilaterali e regole vincolanti. Di fatto, anche gli alleati degli Stati Uniti sono un bersaglio dell'ondata di bullismo bilaterale.”

Come non concordare? Da quando ha assunto la presidenza, Trump si è esercitato a picconare quel’ordine internazionale promosso a suo tempo dagli stessi Stati Uniti e basato su accordi multilaterali e sulla presenza di stanze di compensazione in cui potevano dirimersi eventuali controversie. In soli due anni gli USA si sono ritirati unilateralmente dal trattato sul clima, dall’accordo con l’Iran, dagli accordi commerciali con Canada e Messico (NAFTA) e con i paesi asiatici (Trans-Pacific Partnership), comminato dazi a prodotti europei e minacciato di applicarne altri più pesanti sulle auto; hanno irriso al ruolo dell’ONU, decidendo di spostare l’ambasciata a Gerusalemme contro l’opinione di tutti gli altri suoi membri, tranne ovviamente Israele e un paio di isole del Pacifico.

Si sbaglierebbe però a ritenere che tutto ciò sia il frutto del capriccio di Trump. Questi ha il suo “stile”, ma nel complesso tutte le sue decisioni sono state avallate, o quantomeno non contestate, da tutto l’establishment americano.

Tornando alla vicenda Huawei, non risulta che il Partito Democratico statunitense abbia sollevato obiezioni o critiche. Lo stesso dicasi per la stampa. Tutt’al più, si è discusso sulle modalità con cui è stata condotta, al fine di evitare ricadute sull’economia americana.

Per comprendere cosa sta succedendo, dobbiamo quindi utilizzare gli “occhi” degli americani, i quali vedono la propria egemonia globale messa in discussione dall’ascesa cinese. Lasciamo da parte tutte le argomentazioni riguardanti il carattere autoritario del governo cinese e i pericoli di spionaggio che potrebbero materializzarsi per il tramite delle loro apparecchiature. Questa è fuffa per condizionare l’opinione pubblica: alcuni degli alleati più stretti degli Stati Uniti non brillano certo per rispetto dei diritti umani e per hackerare un telefonino non c’è bisogno di averlo costruito, come dimostrato anche recentemente dalle rivelazioni sul software Pegasus dell’israeliana NSO, in grado di prendere possesso di uno smartphone (qualunque esso sia) con una semplice telefonata.

Il problema vero per gli americani è che essi temono di perdere il primato tecnologico su alcuni settori che si posizionano sulla parte più alta, e quindi più profittevole, della catena del valore, in specie quelli delle telecomunicazioni e dell’intelligenza artificiale.

Huawei è temibile in quanto all’avanguardia nelle reti infrastrutturali del 5G e le vendite globali dei suoi smartphone hanno superato l’anno scorso quelle degli iPhone Apple. Di fronte al pericolo di perdere la propria supremazia tecnologica, cui seguirebbe, in prospettiva, quella geopolitica, gli Stati Uniti ritengono di dover agire in via preventiva, ora, finché lo strapotere finanziario e militare consente loro di calpestare impunemente i principi della libera competizione di cui si erano fatti promotori e paladini in passato.

Lo scontro in corso fra USA e Cina non lascia ovviamente indifferenti noi europei. Innanzitutto, va ricordato che se gli USA temono di perdere la gara sulle tecnologie di frontiera, noi europei questa gara l’abbiamo probabilmente già persa. Di fatto, stiamo diventando territorio di conquista dove si combatte la competizione sino-americana. In proposito, per tornare alla vicenda Huawei, si tenga presente che essa praticamente non opera negli Stati Uniti e che lì le vendite dei suoi smarthone coprono meno dell’1% del totale.

Il boicottaggio della Huawei impatta invece significativamente sul mercato europeo dove i suoi smartphone detengono una quota di mercato di poco inferiore a un quarto e dove ha in corso ingenti investimenti nella costruzione delle infrastrutture 5G, in gran parte confermati dai governi europei nonostante l’opposizione statunitense. La mossa americana costituisce quindi anche un monito ai riottosi alleati europei, affinché, come nel caso delle sanzioni all’Iran, essi ricordino che la loro autonomia incontra un limite insuperabile quando viene declinata contro i desiderata del centro dell’impero.

Ma questa vicenda porta alla luce anche un’altra realtà spesso trascurata: Google, Microsoft, Amazon, Apple e le altre società del settore tecnologico sono imprese americane che rispondono, quando richiesto, alle decisioni del proprio governo. Ironicamente, è proprio l’accusa che le autorità statunitensi rivolgono alla Huawei.

D’altra parte, uno dei punti controversi del contezioso USA-Cina riguarda la richiesta di quest’ultima di mantenere i dati personali raccolti dalle multinazionali americane presso server situati nel proprio territorio. Si tratta di una richiesta ragionevole; perché il governo statunitense dovrebbe aver la possibilità di accedere a profilature di cittadini cinesi più dettagliate di quelle in possesso del governo cinese?

Piuttosto, siamo stati ingenui noi europei che, attratti dalla gratuità (peraltro apparente) dei servizi che ci venivano offerti, ci siamo spontaneamente autoschedati, fornendo a società straniere (questa volta sì gratuitamente) tutte le informazioni necessarie per ricostruire dati sensibili quali le nostre opinioni politiche, i nostri orientamenti sessuali, religiosi e così via.

Certo, ormai il danno è fatto, ma questo non è un buon motivo per continuare ad aggravarlo. Sarebbe quindi auspicabile che la nuova Commissione dell’Unione Europea fra i tanti progetti da portare avanti comprendesse anche la richiesta di mantenere i nostri dati su server locali e, in caso di probabile diniego, promuovesse la realizzazione quantomeno di un sistema operativo, di un motore di ricerca e di un’applicazione di messaggistica e chat autoctoni e alternativi a quelli statunitensi.

Come ci ha insegnato la vicenda Huawei, i sistemi e le applicazioni di cui oggi ci avvaliamo non solo violano la nostra privacy, ma possono essere oscurati e sottratti alla nostra disponibilità secondo l’arbitrio e gli interessi delle società che oggi ce li forniscono.



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