La strategia occidentale per salvare le foreste africane ha fallito

Il mantra “aiutiamoli in casa loro” ha negli ultimi decenni proposto strategie perdenti per le comunità locali africane, per colpa di una visione ancora troppo dominante, semplicistica e soprattutto opportunistica che noi occidentali mascheriamo dietro nobili intenti

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Jean-Yves Grospas / Biosphoto
 
Foresta pluviale nella regione di Alaotra-Mangoro in Madagascar 

Parafrasando Stefano Benni: “occidentali, spaventati guerrieri”. L’ignoranza ed il qualunquismo che dominano le menti di molti cittadini dei paesi “sviluppati” non consentono di porre la prima e più semplice domanda che deve essere alla base del naturale percorso cognitivo: perché tante persone fuggono dalle loro terre?

La spada brandita dal guerriero di Legnano minaccia soltanto le “loro paure” che ieri erano identificate nei “terroni”, oggi negli stranieri che “ci invadono”. Su dai!! La spada è solo un simbolo minaccioso per dare prova della loro forza, da usare solo se si dovessero superare i limiti. I limiti non si devono superare, per questo il dilagante e spaventato populismo mondiale ripete con insistenza da anni il mantra: “dobbiamo aiutarli in casa loro”.

Aiutiamoli a casa loro

Aiutare chi? Un continente che per secoli ha subito deportazioni umane? In questo caso faceva comodo offrire loro “un permesso di soggiorno”. Noi occidentali non vogliamo avere la coscienza sporca, e quindi da decenni ci stiamo impegnando a dare vita ad una pletora di modelli di sviluppo per l'Africa opportunamente strutturati per garantire sempre i nostri interessi.

Peccato che i risultati, spesso contrastanti, ci stanno comunicando che i presunti benefici di questi modelli non hanno ottenuto gli obiettivi sperati, soprattutto quello di tirare fuori dalla povertà la maggior parte delle popolazioni rurali del continente. Certo! Perché se diamo loro la possibilità di soddisfare le loro necessità primarie alimentari, se ne stanno buoni buoni nelle loro terre.

Un Pil ingannevole

Peccato però che l’agricoltura, in ogni nazione del pianeta, contribuisce per pochi punti percentuale al tanto amato indicatore di sviluppo economico, il PIL. Intanto il PIL dei “Paesi sviluppati” cresce anche grazie alla capacità di convertire materia ed energia in oggetti ad alto valore monetario, attingendo da fonti benevoli, guarda caso l’Africa è una di queste.

L’etichetta di “sviluppo rurale” che caratterizza i progetti nel continente africano, in realtà nasconde sempre un’appropriazione di risorse per i “Paesi sviluppati”. Nell’idioma anglosassone si indica come “land grabbing” noi lo traduciamo come “accaparramento di terre”. Una delle prime forme di land grabbing è stata quella di invogliare le comunità rurali del continente africano nella produzione di biomasse per la trasformazione in biocarburanti, attraverso progetti sviluppati da grandi gruppi chimici occidentali.

Fatica sprecata

Questi progetti sono stati sviluppati dopo il fallimento delle strategie di produzione di biocarburanti in occidente, perché soddisfare le esigenze dei contadini in queste nazioni ricche costava troppo ed erano necessari incentivi pubblici notevoli. Inutile dire che questa strategia è fallita anche in Africa, per diversi motivi, il più importante dei quali è che anche i poco esigenti contadini africani hanno capito che era fatica sprecata.

Da qualche decennio sono in voga altri progetti di land grabbing, che vengono sostenuti dalla forza degli alti e nobili obiettivi della salvaguardia della biodiversità del pianeta, di contrastare il cambiamento climatico, garantendo il benessere e lo sviluppo delle comunità rurali. Tutti progetti sponsorizzati dalle grandi iniziative (occidentali) dal Millennium Ecosystem Assessment, passando per gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, sfruttando finanziamenti della Banca Mondiale e finanche importanti investimenti industriali come quelli delle multinazionali minerarie per compensare i danni alla biodiversità delle loro operazioni estrattive.

L'esempio del Madagascar

Un recente studio di fresca pubblicazione sulla rivista scientifica PeerJ, condotto da Mahesh Poudyal e collaboratori, sulle strategie di conservazione del patrimonio forestale in Madagascar, è giunto alla conclusione che, in uno dei Paesi più poveri nel mondo, questi approcci non garantiscono gli attesi benefici per le comunità rurali. Appena un anno prima Regina Neudart e colleghi avevano pubblicato uno studio sulla rivista Environmental Conservation, che analizzava diversi progetti realizzati sempre in Madagascar. Ebbene, anche loro giungevano alla conclusione che a fronte dei benefici globali le comunità locali ne pagano le conseguenze.

Come mai l’illuminata conoscenza occidentale fallisce nel programmare i tanti tentativi di dare una “mano in casa loro”? La mia risposta è (se siamo in buona fede) perché non sempre siamo in grado di definire l’identità semantica di un sistema complesso. Dobbiamo immaginare che le conoscenze necessarie per definire l’identica semantica di un sistema complesso si trova all’interno di scatole cinesi. Il problema è che le soluzioni proposte sono figlie di una scienza biofisica ed economica che si limita ad attingere alle conoscenze presenti all’interno delle scatole più piccole.

Maledetto sole africano

Noi umani facciamo fatica a comprendere che noi siamo quello che l’ecosfera ci obbliga a fare. L’ecosfera contiene le informazioni presenti nella scatola più grande, se siamo capaci di aprire questa scatola allora possiamo interpretare il grande paradosso che affligge l’Africa: la necessità di procedere con le attività socio-economiche lentamente perché la natura, al contrario, viaggia velocemente. Tutto per colpa del “maledetto sole africano” (cit. Totò sceicco). Sì, mi riferisco proprio a quella meravigliosa palla infuocata che l’immaginario fotografico ci offre per raffigurare questo meraviglioso continente.

Volendo fare i conti della massaia, il continente africano riceve una quantità media di energia solare di 2000 kWh/anno, doppia rispetto a quella che raggiunge, ad esempio, l’Europa. Questa grande quantità di energia solare si traduce in processi, che noi ecologi chiamiamo bio-geochimici, molto veloci. Il risultato è che la maggior parte di quello che la natura produce si accumula nelle meravigliose e rigogliose foreste oppure nelle meno produttive savane, entrambi sono comunque ricchi serbatoi di biodiversità, mentre il suolo risulta povero di fertilità.

Queste condizioni non possono consentire un’agricoltura ricca.  Questo vincolo ambientale ha fatto da traino ai processi di co-evoluzione millenari che si sono assestati con una struttura socio-economica tribale con abitudini transumanti. Tale struttura si è mantenuta fino a quando lo sviluppato uomo occidentale si è spinto fin nel cuore dell’Africa, per depredare il capitale umano e le risorse energetiche e minerarie necessarie per lo sviluppo economico.

Devastazione all'occidentale

L’opera occidentale di devastazione di questo delicato assetto del continente si è poi completata con la forzatura de “la sovranità nazionale” fatta con righello e squadretta che ha imposto la coesistenza di tribù avverse all’interno delle diverse nazioni che sono state concepite ed imposte dagli accordi dei paesi colonialisti. La perpetua condizione di tensione sociale tra le tribù è vantaggiosa per gli occidentali perché rallenta il processo di assestamento democratico interno e consente di gestire i corruttibili capi tribù.

Appare quindi evidente che in queste condizioni socio-ecologiche non è possibile fare dello sviluppo rurale una strategia di crescita e di autonomia economica dell’Africa. Puntare verso queste strategie vuol dire affidare ai poco fertili suoli la possibilità di garantire non soltanto il sostentamento alimentare ma anche la produzione di profitto. Allora mi pongo la domanda: perché non rendere gli africani attori primari nella gestione delle loro immense risorse energetiche e minerarie? Angelo! Ti sei fatto una domanda stupida.



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