Perché dire "aiutiamoli a casa loro" è solo retorica

Il dramma della Repubblica Centrafricana mette a nudo vecchie strategie e nuovi luoghi comuni

Perché dire "aiutiamoli a casa loro" è solo retorica

Un bambino su 24 morto nel primo mese di vita, due terzi della popolazione senza accesso ad acqua potabile e la metà in stato di insicurezza alimentare: questi i numeri della crisi umanitaria in corso nella Repubblica Centrafricana. Secondo il bilancio del primo semestre 2018, 1,2 milione di abitanti sono sfollati interni o nei paesi limitrofi e 2,5 milioni necessitano di aiuto immediato. Popolazione: circa 5 milioni di abitanti (ultima stima 2016).

Lo stato di insicurezza diffusa è precipitato ulteriormente a causa degli scontri esplosi a maggio tra esercito e gruppi armati a Bangui e a Bambari, con 70 morti, 300 feriti, 10mila sfollati e una moltitudine di case, negozi e moschee saccheggiate. A fare le spese dell’emergenza non sono solo i civili: dall’inizio dell’anno 6 operatori umanitari sono caduti vittima degli attacchi diretti alle Organizzazioni operanti nell’area.

Numeri che diventano migranti

Numeri. Numeri dietro i quali ci sono persone con un volto, un nome e un cognome. Numeri che parlano più di altri di quanto sia importante l’intervento internazionale umanitario in paesi devastati dalla povertà e dalla guerra. Se noi fossimo quei numeri cosa faremmo? Se si presentasse l’occasione, e io lo farei, cercheremmo tutti gli strumenti possibili per lasciare il paese attraversare il deserto e poi il mare, per cercare un luogo migliore dove vivere.

Quindi finiamola con la retorica dell’aiutiamoli a casa loro perché, come denuncia il Comitato di Coordinamento delle ONG (CCO), di cui COOPI è parte (Ong milanese che opera in Centrafrica dal 1974), i fondi stanziati per l’emergenza, attualmente coprono meno del 10% dei bisogni individuati.

Terra di conquista

La Repubblica Centrafricana, nonostante la disperazione umanitaria, politica e sociale, è diventata terra di conquista. Mercato per la vendita di armi. Disputa che vede protagonisti la Francia, ex potenza coloniale, e la Russia che cerca in tutti i modi di aumentare la sua presenza in Africa. Presenza militare, naturalmente.

Arrivano i russi, a vendere armi

La Russia, oggi possiamo dirlo, è diventata il migliore amico del Centrafrica. Tutto grazie all’intraprendenza Russa e al fuoco di sbarramento posto contro la Francia che voleva pizzare armi a Bangui. La Russia non ha fatto altro che porre il veto al Consiglio dell’Onu perché le armi che Parigi voleva piazzare provenivano da un sequestro fatto in Somalia. Ma la vera ragione è che Mosca voleva pizzare le sue di armi. E così è stato.

Tutto accade nell’incontro dell’ottobre del 2017 tra il presidente del Centrafrica Faustin-Archange Touadéra e il ministro degli Esteri russo Serguej Lavrov a Sochi sul Mar Nero. Il comunicato finale recitava così: “La potenzialità del partenariato per lo sfruttamento delle risorse minerarie e la fornitura di materiale militare russo, di macchinari agricoli e di energia”.

Per questo, come bene documentato da un articolo di Marco Simoncelli su Nigrizia dal titolo “Le mani di Mosca su Bangui”, Mosca ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu una deroga sull’embargo delle armi, in vigore dal 2013, proprio per donare armamenti a Bangui e cominciare l’addestramento delle forze armate del Paese. Il 26 maggio avviene la prima consegna di armi: fucili d’assalto, mitragliatrici e lanciarazzi Rpg.

È sempre una questione di diamanti

Mosca, in questo modo, vuole mettere il colbacco sulla testa delle risorse centrafricane: diamanti, legno pregiato e petrolio. C’è chi parla anche di uranio. Tutto ciò è rappresentato, anche plasticamente, dal fatto che sopra il palazzo di Bérengo a 60 chilometri dalla capitale Bangui, diventata base militare, su concessione del presidente centrafricano, sventoli la bandiera russa. Quella base, non è un palazzo qualsiasi, è stata la residenza dell’ex dittatore, re-cannibale, Jean-Bedel Bokassa.

Parigi reagisce

La partita, per ora, sembra essere stata vinta da Mosca, ma i francesi non si danno per vinti. Nel maggio scorso i caccia Mirage di Parigi hanno sorvolato Kanga-Bandoro per intimidire i ribelli presenti nell’area, ma anche per lanciare un monito al Cremlino: non credano che la Francia abbandoni il Centrafrica. Vedremo come andrà a finire.

Intanto occorre solo registrare che della popolazione, della gente che muore di fame, di stenti e di guerra, non se ne occupa nessuno. O meglio, nel paese resta l’impegno delle Ong, così maltrattate in Europa, che, tuttavia, è insufficiente.



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