Perché il capo del Coni si sente sotto attacco

La separazione fra sport agonistico e amatoriale, con una società ad hoc che gestirebbe questo secondo settore, indebolirebbe il n. 1 del Comitato olimpico. Che lotta contro il tempo, ma può solo sperare nell'aiuto del governo 

Perché il capo del Coni si sente sotto attacco
 Afp
 
 Giovanni Malagò

Il 9 ottobre, quando è stato eletto membro del Comitato internazionale olimpico (Cio), il presidente del comitato olimpico italiano (Coni), Giovanni Malagò, era in paradiso, un mese dopo, è alle soglie dell’inferno. Con il governo che preme per una storica riforma, e la separazione della preparazione olimpica, che rimarrebbe al Coni, e dell’attività di base, che passerebbe al nascituro “Sport e Salute”, con un budget appena inferiore ai 410 milioni di euro in carico al Comitato Olimpico. Un mese fa, il numero 1 dello sport italiano era fortissimo, con la candidatura di Milano-Cortina per l’Olimpiade invernale 2026 che si delineava e prendeva finalmente corpo e peso. Oggi, ottiene in extremis la solidarietà dello sport sull’autonomia del Coni, sapendo che, mentre lui è condannato prendere tempo e a “discutere, discutere discutere, quasi ogni giorno, con uno spirito molto costruttivo” con la controparte politica della Lega, dietro le quinte della Giunta, all’apice dei dirigenti, si agita la fronda proprio contro la sua persona, e molti azzardano una parola assolutamente imprevista, come dimissioni:

“Certo, non rimarrei come becchino o come notaio della morte del Coni, ma non abbandono la nave, lascerei a un commissario proprio a ridosso dell’Olimpiade di Tokyo… Chiedo tempo, chiedo di finire il quadriennio olimpico prima di fare questa riforma dello sport col coinvolgimento di tutti, con un nuovo presidente, questo, per ora resta, per senso del dovere”. Ma che succederà se, come sembra, il governo gli consentirà una proroga, solo fino al prossimo anno?

"Nemmeno sotto il fascismo ci si era spinti a tanto"

Malagò è un condottiero sempre elegante, ma arrabbiato, ferito nell’orgoglio e anche nell’onore, che eccede un po’ con le parole, facendo subito irrigidire i politici: “Non chiamiamola riforma dello sport, questa è l’occupazione del Comitato Olimpico. Vogliono trasformarci in un tour operator, è solo una precisa volontà politica di trasformare il Coni. Il governo ha un’idea sbagliata e profondamente ingiusta, che non rispetta la grande storia del Coni, il comitato olimpico più prestigioso al mondo, fra i 206 comitati olimpici. Nemmeno sotto il fascismo ci si era spinti a tanto. Nessuno vuole gare una guerra, non c’è uno scontro ma tutto questo non lo posso accettare. Perché una nuova società partecipata al 100% dallo Stato dovrebbe dare fisicamente i contributi? Se si vuole solo staccare un assegno, non capisco. Se invece si vogliono determinare i criteri, per me è inaccettabile”.

I presidenti di federazioni, discipline associate ed enti di promozione, riuniti nel Consiglio nazionale straordinario sono tutti dichiaratamente con lui. A partire dagli ex presidenti del Coni, Franco Carraro e Mario Pescante, ugualmente scandalizzati per i modi e i tempi d’intervento di questa riforma. Tutti, tranne uno, il presidente ASI, senatore della Lega, Claudio Barbaro, che mette il dito nella piaga: “Questo documento del Coni parla solo di un presunto attacco della politica alla sua autonomia quando è sempre stato condizionato dalla politica, e ora si nasconde dietro questo totem, senza fare autocritica, da spettatore solo passivo, senza pensare che questa riforma prima o poi sarebbe arrivata per definire questo eccesso di delega che ha avuto nello sport”. E si segnala come l’unico contrario.

Un problema strutturale

Oggi, Malagò è il condottiero di una battaglia solo di retroguardia, senza prospettive, nemmeno se - come pare - l’Italia vincerà la corsa all’organizzazione dell’Olimpiade invernale 2026 a Milano e Cortina. Perché il problema è strutturale e anche legittimo, sotto il profilo etico: sport agonistico di alto livello e sport amatoriale e dilettantistico propriamente detti vanno gestiti separatamente. E perché, politicamente, si è dimostrato distratto e improvvido, sottovalutando il momento sociale e quindi i 5 Stelle, come già per l’elezione del sindaco di Roma, e dimenticando che l’altra grande forza al potere, la Lega, aveva già in passato attaccato il sistema Coni. Così come avevano fatto, altre forze, peraltro di sinistra, nel 1998, con la legge Melandri. 

Qualcuno gli rimprovera di aver inseguito le due candidature olimpiche (Roma, fallita, Milano-Cortina, ben avviata), mentre avrebbe dovuto difendere il fortino, avrebbe dovuto ripensare all’autofinanziamento creato da Giulio Onesti e crollato col Totocalcio, e quindi proporre lui stesso un modello che facesse avanzare il ruolo dello Sport nella società con un intervento dello Stato, ma diverso, non così netto come sarà adesso, nell’ambito della “Legge di stabilità”. Qualcuno ricorda che già la Coni Servizi rappresenta un controllo della politica sui soldi dello sport, qualcun altro rammenta la cruenta battaglia col presiedente della Federnuoto, qualcun altro ancora rivive il commissariamento di Federcalcio e Lega, in tandem col suo segretario, Roberto Fabbricini, e qualcun altro si stupisce della sua disattenzione sul contratto del cambiamento tra Lega e 5Stelle che, al punto 16, sotto il titolo “Sostegno allo sport, Controllo sul CONI”, indicava già sei mesi fa quanto sarebbe accaduto.

Oggi, davanti alla riforma promossa da Giancarlo Giorgetti, che conosce bene le cose del Coni, Malagò riesce a ricompattare il mondo dello sport, ma è più debole che mai, con qualche presidente di Giunta a capo della fronda. L’unica sua speranza è che il governo cada, che la Lega si stacchi dai 5 Stelle e che si ricongiunga con la sua anima naturale, a destra. Ma il tempo è tiranno. 
 



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