La protesta arriva al Mondiale: gli iraniani non cantano l'inno, gli inglesi s'inginocchiano

La protesta arriva al Mondiale: gli iraniani non cantano l'inno, gli inglesi s'inginocchiano

E a Londra per la prima volta un governo conservatore approva il gesto di protesta dei giocatori in campo

La protesta arriva al Mondiale: gli iraniani non cantano l'inno, gli inglesi s'inginocchiano

© ADRIAN DENNIS / AFP
- Declann Rice

AGI - Primo gesto di protesta della nazionale iraniana ai mondiali in Qatar: nessuno degli 11 giocatori in campo ha cantato l'inno prima della partita di esordio contro l'Inghilterra. Si tratta di una chiara espressione di soldiarietà della squadra con le proteste in corso nel Paese da oltre due mesi per chiedere maggiori libertà e la fine della Repubblica islamica. 

Mentre suonavano le note che inneggiano alla "continua ed eterna Repubblica Islamica dell'Iran", il pubblico dello stadio Khalifa di Doha ha fischiato.

La nazionale iraniana, soprannominata 'Team Melli', è da settimane al centro dell'attenzione degli attivisti che chiedono un maggiore impegno a sostegno del vasto movimento di protesta a cui il regime ha risposto con una dura repressione interna. Ieri, il difensore e capitano Ehsan Hajsafi, in conferenza stampa, aveva espresso le condoglianze della squadra alle famiglie delle vittime, promettendo di essere "la voce" di chi protesta.

E dall'altra parte del campo, come annunciato, i giocatori della nazionale inglese si sono inginocchiati in campo subito prima della partita d'esordio ai mondiali contro l'Iran. Il "taking the knee" è stato lanciato negli Usa dal movimento Black Lives Matter dopo la morte di George Floyd, soffocato da un agente di polizia a Minneapolis, ed è diventato un gesto di condanna delle discriminazioni razziali a livello internazionale.

La novità in Inghilterra è che per la prima volta il governo conservatore britannico ha difeso questo gesto dopo averlo condannato in passato come un'impropria "politicizzazione dello sport". Stavolta, invece, il ministro per l'Immigrazione, Robert Jenrick, ha definito la scelta dei calciatori "perfettamente legittima", ancor più in Paese come il Qatar che ha "standard diversi" sul rispetto dei diritti civili.