Dopo lo Stato Sociale, Sanremo non è più la stessa cosa. Parola di Lodo Guenzi

Intervista al frontman della band che ha conquistato l'ultima edizione del Festival portando sul palco dell'Ariston il famigerato indie

Dopo lo Stato Sociale, Sanremo non è più la stessa cosa. Parola di Lodo Guenzi
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 A Sanremo 2018 Lo Stato Sociale

Esattamente un anno fa la musica italiana subiva uno scossone destinato, nei fatti, a rivoluzionare il mercato discografico. Cinque ragazzi di Bologna salivano sul palco del teatro Ariston di Sanremo cantando una canzone che avrebbe deviato per sempre il corso della loro carriera e di conseguenza della loro vita.

Si chiamano Lo Stato Sociale e sono gli ospiti più attesi da una parte del pubblico italiano, quella parte che ormai maneggia con disinvoltura Spotify, che bazzica la notte da anni i club di tutta Italia, che ha sviluppato questa forma di “infezione indie” che fa scintille sotto la cenere, un’intera fetta di appassionati di musica.

Poi il Festival finisce nelle mani di Claudio Baglioni, che per la prima volta ha il coraggio di rompere gli schemi e perlomeno provare a mandare sul palco un esponente di questo famoso “indie”, quell’ “indie” che comincia a riempire i palazzetti, quell’“indie” insomma che anche se concettualmente non vuol dire più nulla (adesso infatti si declina in rete con il nome di “itpop”) capisce i meccanismi della rete, dove la discografia si è trasferita da un pezzo, e la cavalca producendo numeri che così interessanti non si vedevano da quasi vent’anni.

E vengono scelti proprio loro, i ragazzi de’ Lo Stato Sociale, quelli che più degli altri forse sono pronti al confronto con un pubblico così vasto, ideali a fare da “cavie” per capire se poi alla fine questo famigerato indie piace anche ad un pubblico che ancora piange Albano e Romina.

Alla fine l’effetto è stupefacente. Una vita in vacanza, il pezzo che i cinque bolognesi decidono di cantare, accompagnati dalla ballerina britannica ultraottantenne Paddy Jones, entra immediatamente nel cuore degli italiani; l’effetto ricorda quello de’ La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese al festival del ‘96, tutta la penisola il giorno dopo si sveglia cantando e sognando “Una vita in vacanza/una vecchia che balla” e, esattamente come accadde a Elio e Le Storie Tese nel ’96, arrivano secondi.

Quindi Lodo Guenzi, che abbiamo raggiunto al telefono, non si offenderà se parlando con lui di Sanremo e di questo anno strepitoso, considereremo Lo Stato Sociale la band vera vincitrice della scorsa edizione.

“Ci ha fatto molto bene, ci ha cambiato la vita, è stato molto importante. Siamo molto felici di averlo fatto, c’era del rischio ma ha pagato. Noi per tutto quel pubblico nazional-popolare eravamo pressoché sconosciuti, a differenza dei veri vincitori, quindi diciamo che risalta di più lo scarto che abbiam fatto noi probabilmente solo per quello”

Voi avete aperto una porta, e il cast di questa edizione del festival ne è una prova; voi avete presentato al pubblico più mainstream che esiste in Italia un mercato discografico che non aveva idea che esistesse. Voi sentivate questa responsabilità?

“Io credo onestamente di si. In generale noi abbiamo sempre avuto la caratteristica di andare a scardinare un po' dei posti che sarebbero dovuti essere chiusi ad un certo tipo di musica e invece ora sono diventati casa di quella musica lì. Sono felice del cast di quest’anno, sono felice perché la volontà di guardare a quel tipo di musica dentro la Rai c’era già, il coraggio magari mancava perché non c’erano dei precedenti felici come la nostra avventura dell’anno scorso".

E secondo te loro, e mi riferisco a Ex-Otago, The Zen Circus, Motta…possono ripetere il successo de’ Lo Stato Sociale dell’anno scorso?

"No, io credo che possano fare qualcosa di molto diverso. Credo che possano arrivare, in partenza, con una legittimità che noi l’anno scorso non avevamo. Poter parlare d’Italia, di temi importanti, poter ambire a premi della critica, poter raccontare questo Paese anche con grande serietà; cosa che a noi non è stata concessa l’anno scorso, un po' perché noi amiamo farlo attraverso la maschera dell’ironia, un po' perché non si poteva entrare così tanto a piè pari. Mentre credo che quest’anno questo Sanremo racconterà il Paese con una responsabilità tale da poter scomodare la parola “cantautorato”.

L’anno scorso voi avete rappresentato un anello di congiunzione tra due mondi diversi e se da un lato il pubblico mainstream ha scopero Lo Stato Sociale, dall’altro Lo Stato Sociale ha conosciuto il mondo della discografia mainstream. L’idea che il pubblico si fa dall’altra parte giorno dopo giorno è che la discografia italiana sia un meccanismo ben oliato dove fondamentalmente i contenuti, la musica, l’arte, sono tenuti un po' da parte. Voi entrando nell’ultimo anno in questo meccanismo ve ne siete resi conto? Avete notato differenze rispetto a quell’altra discografia? Quella dalla quale provenivate voi?

"È ovvio che l’industria segue delle logiche tendenzialmente industriali, anche quando il prodotto vuole essere artistico/artigianale. Questo è un dato fisiologico. Io non credo tanto che il pericolo sia per le realtà indipendenti entrare in questo mondo “mefistofelico” nel quale va tutto merda perché è tutto industria e quindi ci si fa mangiare inevitabilmente; io credo ci siano tante maniere per evitare questa possibilità. Il pericolo che vedo è da parte di alcune realtà indipendenti (di alcune band, di alcuni singoli…), dalla chiacchiera che fai al bar fino ad alcune scelte che fai lavorativamente, è la gran voglia di replicare un sistema fondamentalmente industriale. Quindi diciamo che la tipicità del modello produttivo indipendente, scusami se parlo in termini Marxsisti, che può essere “io ti concedo non la proprietà delle mie cose ma fondamentalmente la licenza e il noleggio”, “io non ti faccio entrare nelle scelte artistiche di cosa o non cosa scrivere in un disco”, “io scelgo di fare i prezzi popolari non come gli altri”, “io scelgo di essere libero di non pubblicare con i tempi dell’industria”, quella tipicità, che sarebbe una ricchezza, può andare a perdersi perché c’è una gran voglia da parte di alcuni di diventare delle macchine da soldi uguali agli altri. Invece è bello che il mondo che si occupa di fare macchine da soldi continui a farlo, perché son bravi a far quello, e il mondo che si occupa di costruire movimento continui a farlo, perché sono più bravi a far quello".

E voi de’ Lo Stato Sociale, come reagirete dovendo soddisfare oggi un pubblico molto più vasto e molto più vario rispetto a quello del panorama indipendente? Questo può influire sui vostri prossimi lavori, anche inconsapevolmente?

"Noi abbiamo sempre l’istinto di non ignorare l’interlocutore, né quando sapevamo di suonare di fronte a 300 persone né quando sapevamo di dover riempire il Forum. E non è solo una questione di cifre, non siamo andati veramente a raccontare cos’è questa band al settantenne e al quindicenne. Quindi il nostro problema è fare qualcosa che parli a tutte quelle persone, non si sa se è possibile, non si sa se è replicabile, ma è quello che cerchiamo di fare: quando cominciamo a parlare con qualcuno continuare a raccontargli una storia. Credo che la nostra sia la sfida più difficile tra quelli che vengono dall’indipendente, proprio per questo motivo qui. Perché non si tratta di riempire quindici, venti, trenta palasport di trentacinquenni, ma si tratta di continuare a fare qualcosa che abbia senso per quello di sette anni e per quello di sessantasette e per quelli nel mezzo. Ce la faremo? Probabilmente no". (e ride)

E invece per quanto riguarda la tua carriera cosa ti aspetta il futuro? L’anno scorso la tua conduzione del Concertone del Primo Maggio di Roma è stata un successo. Replicheresti?

"Ah, se si potesse io lo farei di corsa. Mi sono divertito tantissimo. È una cosa che rifarei tranquillamente senza pensarci su".

Capitolo X-Factor: Manuel Agnelli e Fedez hanno dato il loro addio, tu chi vedresti bene al loro posto? Chi ti piacerebbe avere come compagni di banco nella prossima edizione?

"I miei due nomi sono Enzo Jannacci e Lou Reed".



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