Mimmo Locasciulli compie 70 anni e li celebra con un nuovo album

Il medico-cantautore traccia un bilancio della sua vita: tra l'orrore per la tv che taglia la musica, quello per i social, la difesa (a sorpresa) della famiglia tradizionale e una certa voglia di tornare a scrivere 

locasciulli nuovo album intervista

Maria Laura Antonelli / AGF
Mimmo Locasciulli

Per il medico-cantautore che nell’82 cantava  “Intorno a trentanni” è arrivato il momento di cambiare il ritornello. Mimmo Locasciulli il 7 luglio soffierà su 70 candeline ma, racconta all’AGI, non rimpiange gli anni giovanili, anche se agli otto successi di quell’album storico è dedicato il  nuovo progetto discografico che vedrà la luce in autunno, dopo “Cenere”, uscito a fine 2018: “Non posso ancora svelare tutti i dettagli ma il nuovo album si ricollegherà molto a “Intorno a trent'anni”, spiega.

“È un progetto con cui voglio chiudere il cerchio per poi dedicarmi ad altro, sempre in ambito musicale: agli anni Sessanta, alla musica estrema, ancora non so. Ma di certo quello che farò sarà per me e non avrà la finalità di vendere dischi". 

Potendo tornare ai suoi gloriosi trent’anni, Locasciulli non correggerebbe la rotta esistenziale che l’ha portato fin qui: “Non cambierei niente, anche se a 70 anni forse devo ancora diventare saggio. A trent’anni anche se già lavoravo da quattro anni e avevo un figlio ho capito che stavo diventando un adulto vero che doveva dare il suo contributo di produttività e utilità alla società. Ma qualunque età ha il suo fascino, dipende da quello che fai e da come lo fai”.

Lui, che si è esibito con colleghi-sodali di culto, da Francesco De Gregori a Fabrizio Bosso e Ligabue, da Greg Cohen a Enrico Ruggeri Joey Baron, fa parecchio: il cantautore, lo scrittore, il produttore, il nonno, il medico (in pensione dall’attività ospedaliera, dov’era un chirurgo dirigente di un dipartimento di day surgery continua ad esercitare privatamente da chirurgo e nutrizionista) e il 3 luglio alle 21,30 lo racconta anche al pubblico romano di “Lungo il Tevere-un fiume di cultura” sfogliando con Michele Caccamo e Elisabetta Castiglioni le pagine di  “Come una macchina volante” (Castelvecchi), il suo primo libro, uscito nel 2018. 

Locasciulli  che va pazzo “per Stendhal”, per la sua conterranea Donatella di Pierantonio (“L’Arminuta è meraviglioso”) e che quest’estate si dedicherà alla letteratura russa e a Italo Calvino, nel suo libro  racconta la sua infanzia a Penne, in Abruzzo, la sua passione per il pianoforte, il microscopio, il mitico Folkstudio.  E dopo quel romanzo che si ferma al ’75, il suo “Giubileo personale” quando le varie caselle del  suo successo professionale ed esistenziale si sono allineate Locasciulli, informa, potrebbe tornare a misurarsi con la narrativa.

Riprenderà il racconto della sua vita dal ’75, dove l’aveva lasciato?

“Ma no. L’autoreferenzialità non fa per me, “Come una macchina volante” non è un’autobiografia ma una visione dall’alto dei miei progetti, di quello che volevo fare da grande. Si conclude con un inizio, quello della mia carriera, tutto il resto sarebbe zavorra. Ho molte idee che stanno sedimentando, potrebbero diventare dei racconti, un saggio, un nuovo romanzo”. 

Che differenze ci sono tra il suo metodo di  scrittura narrativa e quello della creazione musicale?

“Rendo di più quando sono pressato in tutte e due le situazioni. Per il romanzo il mio editore a un certo punto mi ha messo il sale sulla coda, chiedendomi un’accelerazione. Per la seconda metà ho scritto anche di notte e ci ho provato gusto. E mi succede la stessa cosa con i dischi. Non  ho un metodo routinario come altri colleghi che magari si applicano tutti i giorni. Tolti i periodi in cui sono impegnato nei concerti, mi capita di non avvicinarmi al pianoforte di casa mia per mesi, anche perché non mi piace suonare per diletto, ne sono incapace, non sono un pianista delle mie canzoni, posso fare al massimo una canzone di Battisti, ma non sono neanche di ottima compagnia, un tipo da gite scolastiche insomma. Posso stare anche anni senza scrivere nulla: dal mio penultimo album di inediti a “Cenere” sono passati nove anni, perché il pianoforte non mi chiamava. Ma quando poi sento la chiamata, posso essere velocissimo. Mi sono potuto permettere lunghe pause dal cantautorato durante la  mia vita perché la musica non è mai stata la mia fonte di sostentamento economico. L’ho sempre considerata un privilegio rispetto il mio vero lavoro da medico ospedaliero”. 

Per via della sua  doppia professione l’hanno chiamata anche il dottor Jekyll e Mister Hyde della musica italiana, strada facendo ha mai pensato di mollarne una?

“Mai. Fino al mio quarto disco ho pensato che poteva essere l’ultimo della mia vita, mentre non mi ha mai sfiorato l’idea che dopo un intervento in sala operatoria non potesse essercene un altro. Sono figlio di un veterinario che a Penne si occupava di fecondazione artificiale della mucche e di un’insegnante, e sono cresciuto con l’idea che l’uomo deve lavorare e che il lavoro ti dà regole, impegni, orari. Senza togliere nulla ai miei colleghi che si dedicano a tempo pieno alla musica, io non sono stati mai sfiorato dall’idea di lasciare l’ospedale e, oggi, la professione. E poi mi viene sempre in mente l’aneddoto raccontato da Eugenio Finardi sul suo portinaio che gli chiedeva sempre: “Ho capito che suoni, ma che lavoro fai?”. 

I momenti da ricordare della sua vita da medico e in quella da artista?

Da medico il ricordo più vivo è anche molto triste: quello di un paziente a cui mi ero molto affezionato e che ormai era diventato un amico, un uomo molto fragile, alcolizzato, che a un certo punto si lanciò dal quinto piano e che non riuscimmo a salvare in sala operatoria. Tra le mie avventure musicali vado fiero di aver fatto come musicista, con De Gregori, “Titanic”, “La donna cannone”  e “La leva calcistica del ’68”, dove ho suonato il miglior pianoforte della mia vita. E poi, più recentemente, c’è stato l’incontro musicale con Greg Cohen, arrangiatore di Tom Waits, mi ha portato in un universo musicale che da solo non avrei mai raggiunto, mi ha fatto entrare in una nuova cifra. Io sono sempre stato guidato dalla curiosità musicale: dopo il successo di “Intorno ai trent'anni” non mi sono mai concesso un bis, magari è stato un limite visto che tanti massimi esperti della musica italiana, come ad esempio Francesco Guccini, hanno scritto sempre la stessa canzone. Non lo dico come critica negativa, ma a me piace fare conquiste e lasciare sempre le finestre aperte alla contaminazione, ho volato fra il Quartetto Cetra, Tom Waits e Frankie Hi-Nrg”.

Al Festival di Sanremo c’è stato una sola volta, nell’85 con “Buona fortuna”, perché? 

“Non sono un personaggio sanremese, il Festival è come un supermarket con tante luci e tante cose colorate, ma non trovo disdicevole andarci, quella di tenermi fuori dall’Ariston fu una decisione della mia casa discografica”. 

Però ha scelto lei di tenersi lontano dalla tv e nel brano “Il fuggiasco e l’alba” del suo “Cenere” canta “Chiudi la radio, non voglio sentire e la televisione io non voglio vedere…"

“La tv non vuole me e io ho capito che non voglio questa tv. Ho fatto un’eccezione per presentare “Cenere”, ma tagliano la musica dopo due minuti e 25 perché dicono che fa calare gli ascolti. E allora bisognerebbe avere il coraggio di toglierla completamente. Sono convinto invece che la musica faccia calare gli ascolti di questa tv in particolare, una tv che propone, soprattutto al mattino, schiamazzi, urla, notizie mortifere propinate a telespettatori attratti dalle disgrazie”. 

Lei quanto la guarda, e che ne pensa dei talent musicali?

La guardo molto  poco, dedicandomi esclusivamente ai notiziari, allo sport e al cinema. Dai talent musicali mi tengo molto lontano: so che c’è gente preparata, che canta bene. Ma  quando leggo i testi dei trapper vedo che rispecchiano un mondo giovanile molto vuoto: i genitori della generazione successiva alla mia hanno subito i danni del ’68 e non hanno insegnato molto ai loro figli, sono delle monadi isolate. Vedo che ci sono delle isole di risveglio, mi auguro che si espandano”. 

Lei ha due figli, uno musicista di professione che vive a Parigi e collabora anche con lei, l’altro avvocato con divagazioni musicali e un cd con lo pseudonimo di Guido Elle. E è anche nonno, cosa rappresenta oggi per lei la sua famiglia? 

Sono legatissimo alla mia famiglia e l’ho sempre considerata un punto di riferimento, sia quella d’origine che quella formata con mia moglie. Sono laico ma convinto che la famiglia sia il mattone su cui si costruisce la società. E per famiglia intendo quella tradizionale: sono a favore dei diritti civili, non metto in discussione le unioni gay, la libertà affettiva e sessuale, ma pongo come limite invalicabile quello dell’adottabilità dei figli. Se esistono figli di unioni e matrimoni etero precedenti non ho niente da ridire a che poi vengano educati anche dal nuovo partner dello stesso sesso del genitore, ma da medico dico che nella specie umana c’è una forte necessità di vere maternità e paternità  e ho molte perplessità anche sull’utero in affitto”.

Che rapporto ha con Roma, la sua città d’adozione e con Penne, dov’è nato e di cui parla molto nel suo libro? 

“Penne la considero la mia casa, quella dove c’è tutto quello che mi porto dentro e dove torno appena posso. Le ho dedicato anche un brano “La casa” nel mio ultimo album. Roma mi ha sempre accolto bene, ma la vivo come una sorta di esilio. E poi oggi, per dirla come De Gregori in “Viaggi e miraggi” purtroppo Roma è “come una cagna in mezzo ai maiali”. La gestione amministrativa ha sicuramente un’incapacità manifesta e forse anche una certa malevolenza. Ma non si possono dare tutte le colpe all’amministrazione: vedo tanti romani che quando trovano il cassonetto dell’immondizia pieno lasciano il loro sacchetto per terra. In Italia, e non solo a Roma, c’è un calo dell’educazione e del rispetto del prossimo. E la maleducazione porta alla delinquenza e la delinquenza a un mondo dove non c’è più pace. E se parliamo di mancanza di rispetto ce n’è molta anche sui social.

Frequenta molto i social?

Ora lo faccio esclusivamente per la promozione della mia attività artistica. Ho smesso di scrivere altro perché in passato ho ricevuto molti insulti per le mie idee politiche. La penso come Umberto Eco quando scriveva che i social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli. Li reputo anche io degli imbecilli che aggrediscono gli altri per giustificare i loro fallimenti”. 



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.
Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.