La partita del rimpasto si incrocia con quella delle nomine Ue

Secondo i quotidiani, Conte è irritato per l'iniziativa assunta dai due vicepremier. Grillo e Toninelli i ministri dati più vicini alle dimissioni. In Europa Roma punta (con poche speranze) al portafoglio degli Affari Economici, mentre spunta l'ipotesi di Enrico Letta presidente del Consiglio Europeo

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Il premier Conte non molla. Ma, narrano le cronache, che sia anche molto irritato. Per via del rimpasto di cui hanno parlato i due vicepremier tra loro nei giorni scorsi mentre lui era lontano dall’Italia, in Vietnam dal quale ha fatto rientro ieri. “Se gli si parla di rimpasto quasi cade dalle nuvole, ma con un filo di irritazione, perché il dibattito continua a svolgersi in modo quasi surreale, almeno a suo giudizio, sui social o sulle agenzie di stampa, e nessuno finora gli ha parlato del tema” si legge in un retroscena sull’edizione cartacea del Corriere della Sera.

Toninelli sta facendo le valigie?

Anche Il Fatto Quotidiano ne accenna e scrive che il capo del governo ha convocato per lunedì un vertice a tre, con Di Maio e Salvini, alla vigilia del Consiglio dei ministri di martedì “per concordare una piattaforma chiara e stabilire come andare avanti”. La spinta al rimpasto c’è, dentro il Movimento si fanno sempre più forti le voci che vedono come sostituibili almeno un paio di ministri: in testa alla classifica dei rumors Giulia Grillo, Sanità, e Danilo Toninelli, Infrastrutture (che dice ‘io vado avanti a lavorare con grandissima tranquillità’)” come riporta il quotidiano di via Solferino.

Ma secondo il Giornale “Toninelli prepara le valigie” perché “Salvini reclama il rimpasto” e, sempre Il Fatto, scrive che sarà “forse sostituito da un altro 5s”. Che per Il Sole 24 Ore potrebbe essere Stefano Patuanelli, capogruppo 5Stelle l Senato, se la Lega non dovesse chiedere un posto al Mit al posto di Toninelli. Mentre sulla poltrona di ministro degli Affari Ue al posto di Paolo Savona, passato alla Consob, andrà Guglielmo Picchi, attuale sottosegretario agli Esteri.

Il 'caso Letta' e il nodo del commissario europeo

Ma, al fondo, c’è “paura da rimpasto”. Con Grillo che difende Giulia Grillo, scrive il quotidiano diretto da Marco Travaglio.  E tra ipotesi di rimettere mano in parte alla compagine e nomine varie, le idee appaiono poche e anche piuttosto confuse, dato che – sembra - anche per il nome del nuovo commissario europeo che spetta all’Italia il dossier sia ancora molto indietro. Sia nella scelta del candidato sia per il portafoglio. Tanto che la Repubblica apre il giornale con questo titolo: “L’Europa decide. L’Italia non c’è”. Perché ormai si è avviato il giro di valzer delle poltrone, tutte in scadenza o già scadute. Dalla Commissione Ue alla Bce. “Parigi e Berlino “ci offrono la guida del Consiglio, riservata a un ex premier” si legge sul quotidiano di Largo Fochetti “ma l’Italia dice no e resta isolata”.

E sempre la Repubblica scrive anche di un’”idea Letta al Consiglio Ue” e quindi parla anche dell’esistenza di un “caso Letta”. Le cose starebbero più o meno così: dal 27 maggio le diplomazie e le cancellerie dell’Unione si sono messe in movimento per ridisegnare la geografia dei grandi incarichi. E il nostro Paese, si sa, ha potuto godere negli ultimi anni di un privilegio: detenere tre dei cinque principali “portafogli”. La presidenza della Bce con Mario Draghi, la presidenza del Parlamento con Antonio Tajani e l’Alto rappresentante (il ministro degli Esteri) con Federica Mogherini. Gli altri due sono la presidenza della Commissione e la presidenza del Consiglio europeo. Ma la situazione è cambiata, specie dopo il voto europeo che ha “emarginato le forze politiche italiane che stanno al governo”. Quindi l’Italia, non potendo più reclamare le tre posizioni occupate sinora, “Germania e la Francia hanno sottoposto ufficiosamente alla nostra diplomazia l’idea di riservarci la presidenza del Consiglio europeo”.

Secondo la Repubblica si tratta di “una buona soluzione, solo in teoria”. Perché? “Perché quel presidente, eletto a maggioranza qualificata e non all’unanimità dallo stesso Consiglio europeo,- si legge nella cronaca del quotidiano – è normalmente un ex capo di governo. Quindi andando a ritroso per l’Italia e limitando l’elenco agli ultimi quattro premier, la scelta dovrebbe ricadere su: Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, Enrico Letta o Mario Monti. Tre esponenti del Pd e il ‘tecnico’ di certo inviso alla coalizione gialloverde.

E come è stato in passato, le diplomazie europee e le Cancellerie francese e tedesca non hanno nascosto i loro apprezzamenti nei confronti di Letta, per il ruolo defilato politicamente che si è ritagliato negli ultimi cinque anni e anche per la appartenenza alla famiglia del Socialismo europeo, che così sarebbe rappresentata ai vertici delle Istituzioni di Bruxelles. Ma, come prevedibile, il governo italiano ha sostanzialmente bloccato sul nascere la trattativa. Non intende dare il placet, per una funzione così importante, a un ex capo del governo di centrosinistra. Anche se si trattasse dell’unica opportunità di rimanere nel cuore decisionale dell’Europa. Una scelta che in passato altri partner Ue hanno invece compiuto privilegiando il sistema-Paese agli interessi di partito”.

L'Italia vuole gli Affari Economici

Il quotidiano diretto da Carlo Verdelli scrive anche che “di fronte all’assenza di un’alternativa,” l’Italia ha avanzato una controproposta “che riguarda la composizione della prossima Commissione”. Cioè la richiesta di garantire al nostro Paese l’importante portafoglio degli Affari economici, quello al momento detenuto dal francese Pierre Moscovici. Ma la prima e spiazzante risposta è stata: “Come si può attribuire quella delega a un Paese sotto procedura d’infrazione per debito eccessivo?”

E nel grande gioco spartitorio del potere Ue, il quotidiano romano racconta così che la cena dei leader europei nel maestoso Palais D’Egmont - nel cuore chic di Bruxelles – s’è risolta in un nulla di fatto. “A tavola ci sono i sei leader nominati “coordinatori” dalle tre grandi famiglie politiche europee: per i Socialisti i big Sanchez e Costa, per i Liberali il padrone di casa Michel e l’olandese Rutte e per i Popolari il croato Plenkovic e il lettone Karins. Mancano i veri king maker, Merkel e Macron” si legge nella cronaca da Bruxelles, ma il momento del fallimento è semplice: perché “al momento ogni partito europeo tiene il punto sul proprio candidato e il barometro del negoziato volge allo stallo”.

 



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