Per Cartabia l'arresto dei terroristi era "una pagina da chiudere, non una vendetta"

Per Cartabia l'arresto dei terroristi era "una pagina da chiudere, non una vendetta"

I familiari delle vittime Calabresi, Tobagi e D'Antona: "Risultato importante ma non è un risarcimento"

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© Agf - Marta Cartabia

AGI - "Questa vicenda si protrae da oltre quattro decenni. Dietro questa svolta c'è un lavoro che ha coinvolto negli anni vari soggetti a più livelli", dice in un'intervista al Corriere della Sera la ministra della Giustizia Marta Cartabia in merito agli arresti dei sette terroristi italiani che vivevano in Francia, ma "decisivo è stato anche il fatto che, mai come ora, tutte le nostre istituzioni si sono mosse in modo compatto e tempestivo".

Per Cartabia, infatti, "nessun ordinamento giuridico può permettersi che una pagina cosi' lacerante della storia nazionale resti nell'ambiguità, e resti irrisolta" ma assicura anche che "la nostra volontà di riproporre la richiesta delle estradizioni non risponde nel modo più assoluto ad una sete di vendetta, che mi è estranea, ma ad un imperioso bisogno di chiarezza, fondamento di ogni reale possibilità di rieducazione, riconciliazione e riparazione, fini ultimi e imprescindibili della pena".

E in una seconda intervista a la Repubblica, Cartabia aggiunge, a completare il concetto: "Abbiamo ricordato la legittima richiesta di giustizia dei familiari delle vittime, ma abbiamo anche voluto, una volta per tutte, chiarire il doppio equivoco che negli anni aveva ostacolato la decisione politica di Parigi: stiamo parlando di persone, che non sono state processate per le loro idee politiche, ma per le violenze commesse" quindi "non sete di vendetta, che non mi anima e spero non animi nessuno in questo Paese, ma sete di chiarezza e di reale possibilità di riconciliazione", conclude la ministra.

Calabresi: "Nessun risarcimento per noi"

"Confesso di essere rimasto sorpreso. Se n'era parlato molto negli ultimi due anni, ma non pensavo che sarebbe mai accaduto". Reagisce così alla notizia Mario Calabresi, il figlio del commissario ucciso nel 1972 da un commando di Lotta continua, secondo la sentenza del processo. Poi l'ex direttore di Stampa e Repubblica aggiunge: "Ho sempre pensato che il rispetto delle sentenze che condannavano queste persone sarebbe stato un gesto molto importante per tutti noi", ma precisa anche: "Come mia madre e i miei fratelli, non riesco a provare alcuna soddisfazione. L'idea che un uomo anziano e molto malato vada in galera non è di alcun risarcimento per noi".

Tobagi: "Anomala la persistenza della dottrina Mitterand"

"Siamo uno strano Paese, indubbiamente, in cui la storia del terrorismo resta perennemente impigliata nella cronaca anche perchè i tempi della giustizia sono spesso abnormi", scrive Benedetta Tobagi, figlia del giornalista ucciso il 28 maggio 1980, su la Repubblica a commento degli arresti di Parigi, ma "l'anomalia non sono gli arresti, ma la persistenza irragionevole della dottrina Mitterrand, il fatto che ci siano voluti tanti anni, e tanti sforzi, per sbloccare la situazione (risale al 2002 l'intesa con la Francia di arrestare i terroristi condannati per fatti di sangue)", precisa.

Tuttavia, "una giustizia che compie il proprio corso è un tassello indispensabile per mantenere, o ricostruire, un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni", anche perchè - osserva Tobagi - "nel tumulto degli anni Settanta, milioni di italiani fecero politica in modo non violento, con le manifestazioni, la disobbedienza civile, le battaglie processuali, le inchieste e la controinformazione, usando il corpo, la voce e l'intelligenza, anzichè le P38".

Quindi si chiede: "Perché, dunque, dovrebbero veder cancellate le proprie condanne gli ultimi di quei pochi i quali, proprio perché pochi, scelsero la più antidemocratica delle strade, la clandestinità, le armi e il terrorismo, l'intimidazione del 'colpirne uno per educarne cento'?" 

D'Antona: "È ancora giustizia?"

"La giustizia. Che cosa è la giustizia per noi vittime? Che cosa è oggi per chi ha perso i suoi cari 40-50 anni fa? Non mi sfugge l'importanza degli arresti di ieri", scrive su La Stampa Olga D'Antona, vedova di Massimo, il giurista assassinato dalle Br nel maggio del 1999, arresti che definisce "un gesto politico rilevante" anche perchè in tutti questi anni "ci ha fatto molto male l'impunità garantita dalla Francia ai terroristi" e "i parenti delle vittime di quei terroristi hanno dovuto subire la pena accessoria di uno Stato che negava l'arresto dei colpevoli riconosciuti di quei delitti".

Si chiede ancora la signora D'Antona: "Si può chiamare giustizia quella che fa giustizia dopo mezzo secolo? In cinquant'anni capitano molte cose. Di quei carnefici, delle persone che sono diventate dopo tanti anni vissuti da liberi cittadini, sappiamo poco. Avranno formato famiglie, cresciuto figli, si saranno costruiti una vita nuova. C'è si' soddisfazione per la fine di un'ingiustizia ma allo stesso tempo mi domando: è ancora giustizia? Si può ancora pensare alla finalità rieducativa della detenzione sancita dalla nostra Costituzione?"