Innovazioni lente: flop ed evoluzione degli occhiali intelligenti

Innovazioni lente: flop ed evoluzione degli occhiali intelligenti

Il passo dalla fabbrica alla moda non è affatto semplice. Gli utenti devono accettare modalità di utilizzo diverse rispetto agli smartphone e un impatto estetico notevole: gli occhiali, più o meno intelligenti, non si tengono in tasca ma in faccia

AGI - Il cambiamento è davanti agli occhi, anche se a volte serve un po' di tempo per vederlo. Sono passati quasi dieci anni da quando Google ha iniziato a far circolare i prototipi dei suoi primi occhiali intelligenti, i Glass.

Ogni volta che un grande nome della tecnologia ci riprova, si torna lì, a uno dei più grandi flop nella storia di Mountain View. È successo anche con gli ultimi arrivati, i Ray-Ban Stories, frutto dalla collaborazione tra Luxottica e Facebook. Riusciranno Mark Zuckerberg e Leonardo Del Vecchio dove molti hanno fallito?

In principio erano i Google Glass

Questa lunga storia di delusioni non può non iniziare dai Google Glass. Dopo la fase di sviluppo, arrivano in vendita tra il 2013 e il 2014. Esteticamente non somigliano per nulla a un paio di occhiali normali: all'inizio, non hanno neanche le lenti. La montatura serve solo per portare un mini-display davanti all'occhio destro. Google non lo dice a voce troppo alta, ma l'obiettivo era affiancare (se non sostituire) gli smartphone (mercato nel quale aveva già investito ma mai sfondato).

Nella conferenza Ted del 2013, il fondatore della società, Sergey Brin, fece un confronto piuttosto diretto. Con il capo curvo sul display di un telefono, si chiese: “È questo il futuro di come vogliamo connetterci con le altre persone e con le informazioni?”. Risposta implicita: no. La soluzione: i Glass, perché “liberano le mani e la vista”. Il tempo passa ma il successo non arriva, anche per il prezzo elevato (1.500 dollari). Nel 2017, Google abbandona l'idea di soppiantare gli smartphone e vira sul mondo dell'impresa con i Glass Enterprise Edition: il visore libera sì le mani e la vista, ma solo sui luoghi di lavoro.

Occhiali da lavoro, andata e ritorno

La scelta di puntare sul mondo dell'impresa è comune ad altri prodotti, come gli Hololens. Il dispositivo Microsoft, però, non si è mai posto come un paio di occhiali, puntando sin da subito sulle applicazioni professionali, su un'estetica e una tecnologia più vicine a quelle dei visori per la realtà virtuale. Alla sfera professionale guardano anche i ThinkReality A3 Smart Glasses di Lenovo, che ambiscono a “espandere l'area di lavoro” proiettando sulle lenti schermi virtuali, e i prodotti di Vuzix.

Nel 2015, Intel ha puntato 25 milioni di dollari per rilevare il 30% della compagnia. Occhio al suo percorso: Vuzix ha già presentato e prevede di lanciare entro la fine del 2021 una “nuova generazione di smart glass”. Lo stile cambia completamente: i diversi modelli smettono di somigliare all'equipaggiamento di Robocop per diventare occhiali con tecnologia integrata. Si esce dalle fabbriche per arrivare ovunque: è il percorso inverso rispetto a quello fatto da Google.

Il caso Spectacles

Il passo dalla fabbrica alla moda non è affatto semplice. Gli utenti devono accettare modalità di utilizzo diverse rispetto agli smartphone e un impatto estetico notevole: gli occhiali, più o meno intelligenti, non si tengono in tasca ma in faccia.

Nel 2016 Snap (la società che sviluppa Snapchat) ha lanciato gli Spectacles: aspetto più giocoso che futuristico, con telecamere integrate ben visibili. Gli occhiali non sono pensati per soppiantare gli smartphone ma per girare brevi clip e pubblicarle sul social. L'utilizzo è meno ampio, ma agli Spectacles non mancava certo l'ambizione.

Il loro lancio è coinciso con il cambio del nome societario: Snapchat è diventata Snap proprio per dire al mondo che non era solo social. E, per l'occasione, si era definita una “camera company”, cioè una società che sviluppa anche hardware. Gli Spectacles – un po' dispositivo e un po' trovata di marketing - sono entrati a pieno titolo nella lista dei flop, ma il ceo Evan Spiegel non si è affatto arreso. Gli occhiali sono arrivati alla loro terza versione e si lavora per integrare tecnologie sempre più complesse: a maggio, Snap ha sborsato 500 milioni di dollari per WaveOptics, società specializzata in display per la realtà aumentata.

La corsa continua 

Neppure gli Amazon Echo Frames, gli occhiali con dentro Alexa, hanno avuto grande impatto. La strategia di distribuzione (con il dispositivo disponibile solo in alcuni Paesi) lascia però intendere che Jeff Bezos abbia voluto solo sondare il mercato. Per ora.

Pochi giorni dopo il lancio del Ray-Ban Stories, Xiaomi ha ufficializzato i suoi Smart Glasses, primo esemplare di una gamma che – afferma la società cinese – ambisce a “integrare tutte le funzione di uno smartphone” in un paio di occhiali. Rispetto a Facebook-Luxottica (che punta su chiamate, ascolto e riprese), è molto più presente la realtà aumentata, con un ritornare alle ambizioni che furono di Google. Se Huawei ha già i suoi Gentle Monster Eyewear, spicca l'assenza di Samsung e Apple. Tante indiscrezioni ma, per ora, niente di concreto.

Insomma, i flop (più o meno fragorosi) sono stati tanti. Eppure il percorso, per alcuni periodi sotterraneo, non si è mai fermato. Gli occhiali intelligenti sono un mercato ancora immaturo, che proprio per questo può essere presidiato. Per di più, si trova all'intersezione di diversi comparti: interessa le aziende tecnologiche che campano di hardware (come Xiaomi o Lenovo) e i produttori di occhiali (Luxottica), ma anche le compagnie che cercano dispositivi per metterci davanti agli occhi i propri servizi (Facebook e Snap) e le società che vedono le lenti come un prolungamento dei propri assistenti digitali (Amazon).

Uno sguardo al futuro 

Guardando alle vendite, si tende a dividere i prodotti tra sommersi e salvati. Il fallimento, però, a volte ha confini sfumati, tracciati dalla distanza tra risultati e aspettative (o hype, come direbbero gli americani). Quelle enormi di dieci anni fa avevano spinto a ipotizzare che, in poco tempo, milioni di persone avrebbero inforcato occhiali con la telecamera, inviato mail con l'occhiolino e gesticolato in fila al supermercato come Tom Cruise in Minority Report. Oggi (facile dirlo oggi) sappiamo che l'entusiasmo è stato eccessivo. Secondo una stima di Gartner, quest'anno gli “head-mounted display” (categoria che non include solo gli occhiali ma tutti i tipi di visori indossabili), avranno un giro d'affari di 4 miliardi di dollari, un decimo rispetto a quanto fatturano gli auricolari e un sesto rispetto agli smartwatch. Gli smart glass avevano e hanno bisogno di tempo: per Evan Spiegel – intervenuto nel 2019 alla TechCrunch Disrupt – servirebbero una decina d'anni prima di arrivare a un'adozione su vasta scala. Nell'ormai celebre roadmap presentata nel 2016, Zuckerberg prevedeva che realtà virtuale e aumentata sarebbero state centrali per Facebook entro un decennio (cioè entro il 2026).

Occhio al tempismo

All'ombra delle aspettative deluse, il mercato degli occhiali smart ha iniziato a capire cosa sarà da grande. Ha un giro d'affari ancora contenuto, ma si sta diversificando: ci sono dispositivi pensati per il lavoro e altri per la vita di tutti i giorni, con funzionalità più o meno evolute, accenti modaioli o tecnologici e prezzi sempre più abbordabili. In fondo, il successo non è solo questione di intuizione e pregio tecnico: è anche tempismo. Ibm aveva prodotto il primo telefonino con schermo touch nel 1994; Microsoft aveva proposto un prototipo di smartwatch nel 2004. Qualcuno li ricorda? Ecco, appunto. Serve il giusto dispositivo, nel giusto momento, con un mercato abbastanza maturo da accoglierlo.