Cosa c'entra la flat tax di Salvini con quella di Trump

Quali sono i punti in comune? Oggi quante tasse pagano, per esempio, le imprese statunitensi? Abbiamo cercato di fare un po’ di chiarezza su un tema su cui c’è ancora molta confusione

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Cristiano Minichiello / AGF 
Matteo Salvini

Il 17 giugno, durante una visita istituzionale a Washington, negli Stati Uniti, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto che la sua proposta di portare la flat tax in Italia si ispira al sistema di tassazione riformato dal presidente statunitense Donald Trump.

Ma quali sono i punti in comune? È vero che Trump ha introdotto la flat tax negli Stati Uniti? Oggi quante tasse pagano, per esempio, le imprese statunitensi?

Abbiamo cercato di fare un po’ di chiarezza su un tema su cui c’è ancora molta confusione.
 

La tassa piatta che tanto piatta non è

La flat tax è uno dei cavalli di battaglia non solo della Lega, ma di tutto il centrodestra italiano.

Come si legge nel programma elettorale condiviso per le elezioni del 4 marzo 2018, lo schieramento guidato da Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni prometteva «una riforma del sistema tributario con l’introduzione di un’unica aliquota fiscale (flat tax) per famiglie e imprese».

Dopo il voto, la “tassa piatta” è stata inserita da Lega e Movimento 5 stelle nel Contratto di governo, anche se è scorretto parlare di una vera e propria flat tax, ossia di una singola aliquota fiscale a tutti i livelli di reddito.

Come abbiamo spiegato nel nostro progetto Traccia il Contratto, l’accordo tra i due partiti di maggioranza prevede infatti l’introduzione di «due aliquote fisse al 15 per cento e al 20 per cento per persone fisiche, partite Iva, imprese e famiglie».

Questa promessa – così come formulata – resta però molto vaga.
 

Che cos’ha fatto il governo

A oggi, non si conoscono i dettagli della riforma fiscale voluta dal governo Lega-M5s, che però è stata ribadita dall’ultimo Documento di economia e finanza (Def) – pubblicato ad aprile 2019 – dove si sottolinea l’intenzione di continuare «il processo di riforma delle imposte sui redditi (“flat tax”) e di generale semplificazione del sistema fiscale, alleviando l’imposizione a carico dei ceti medi».

In questo ambito, la legge di Bilancio per il 2019 ha modificato una misura introdotta dal governo Renzi, ampliando la platea dei beneficiari tra le partite Iva che sono tenute a versare il 15 per cento di tasse (aumentando la fascia di reddito da 50 mila euro a 65 mila euro) e dal 2020 per quelle che devono pagare il 20 per cento (nella fascia di reddito tra i 65 mila euro e i 100 mila euro).

Come è evidente, nonostante Salvini continui a usare questo termine, anche in questo caso non si può parlare dell’introduzione di una flat tax, ma di un’estensione del regime forfetario già vigente.

Insomma, il governo ha più volte ripetuto che ora la priorità è l’abbassamento delle tasse e secondo fonti stampa l’obiettivo sarebbe quello di favorire in prima battuta le famiglie che hanno un reddito lordo inferiore a 50 mila euro l'anno.

Ma che cos’ha fatto Trump in quest’ottica negli Stati Uniti? 
 

La riforma fiscale di Trump

Già a settembre 2015 – durante la campagna elettorale per le presidenziali statunitensi – il New York Times aveva sottolineato alcune dichiarazioni contraddittorie del candidato repubblicano alla presidenza americana.

In diverse interviste, Trump aveva accennato alla possibilità di introdurre una vera e propria flat tax se fosse stato eletto presidente, ma contemporaneamente aveva difeso il sistema progressivo di aliquote in vigore nel Paese.

Un anno dopo la vittoria delle elezioni del 2016, il 20 dicembre 2017 il Congresso degli Stati Uniti ha approvato in via definitiva il Tax cuts and Jobs act 2017, ossia la riforma fiscale voluta dal presidente Trump.

Semplificando: queste novità in ambito fiscale hanno previsto un taglio permanente delle aliquote per le aziende (dal 35 per cento al 21 per cento) e una riduzione temporanea – fino al 2027 – delle aliquote per i singoli cittadini (dal 39,6 per cento al 37 per cento).

La Joint Committee on Taxation – una commissione del Congresso statunitense – ha stimato che nei prossimi 10 anni questa riforma costerà alle casse degli Stati Uniti circa 1,5 mila miliardi di dollari (circa il 5 per cento del Pil annuale), che nelle intenzioni dell’amministrazione Trump dovrebbero essere compensati grazie alla crescita economica del Paese.

Anche in questo caso è però scorretto parlare di flat tax. Vediamo prima la parte sui singoli individui, per poi analizzare meglio quante tasse pagano le imprese negli Stati Uniti.
 

Che cosa è cambiato per i singoli individui

Con la riforma di Trump, le aliquote per i singoli cittadini sono rimaste sette, come era con la legislazione precedente. Sono cambiate però le fasce di reddito e le rispettive aliquote (fatta eccezione per quella più bassa e la penultima).

Chi prima si trovava nella fascia di reddito tra 0 e 9.525 dollari, dal 2018 in poi ha continuato a essere soggetto a un’aliquota del 1o per cento, come in passato.

Chi invece, per esempio, era nella fascia di reddito tra 82.500 e 157.500 dollari dal 2018 si è visto abbassare l’aliquota di 4 punti percentuali: dal 28 per cento al 24 per cento.

I più ricchi – con un reddito pari o superiore ai 500 mila dollari – hanno visto un taglio dell’aliquota di 2,6 punti percentuali: dal 39,6 per cento al 37 per cento.
 

Quante tasse pagano le imprese negli Stati Uniti?

Abbiamo visto che non è corretto parlare di flat tax per la tassazione sui singoli individui: in questo caso le aliquote sono ben sette.

Discorso analogo vale per la tassazione sulle aziende, dove Salvini è fuorviante nel lasciare intendere che le imprese statunitensi paghino una “tassa piatta”.

Come abbiamo accennato, la riforma fiscale di Trump ha in effetti introdotto un’unica aliquota del 21 per cento, rispetto alla serie di aliquote precedenti che arrivavano a un massimo del 35 per cento. 

Questa misura però riguarda unicamente la tassazione federale sul reddito d’impresa.

A questa vanno aggiunte anche le imposte sul reddito d’impresa a livello locale, che variano da Stato a Stato. Le aliquote statali possono infatti essere pari a zero, come nel caso del Wyoming, o arrivare fino al 12 per cento, come in Iowa.

Se teniamo conto di questo elemento, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) stima che nel 2019 le aziende americane pagheranno in media il 25,9 per cento di imposte sul reddito generato.

Le novità introdotte da Trump hanno così abbassato di un massimo di 14 punti percentuali la tassazione sul reddito di impresa, ma ciò non significa che ora le aziende americane siano tenute a pagare solamente il 21 per cento di tasse.

Inoltre, oltre alle tasse locali, vanno aggiunte le imposte effettive che vengono pagate dalle aziende per svolgere le loro attività produttive: in questo modo il quadro cambia ancora.

Secondo una stima della Banca mondiale, per un’azienda di medie dimensioni il total tax rate – un indicatore che misura il livello di tassazione effettiva sul lavoro e le imposte sul reddito d’impresa, proporzionandoli ai profitti delle aziende – sale negli Stati Uniti fino al 43,8 per cento.
 

Conclusione

Il leader leghista Matteo Salvini ha ribadito che la priorità del governo deve essere l’introduzione della flat tax, sul modello di quanto fatto da Donald Trump negli Stati Uniti.

In realtà non del tutto è vero che il presidente statunitense abbia introdotto una “tassa piatta” nel suo Paese (su cui comunque in passato ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie).

La riforma fiscale approvata a dicembre 2017 ha sì ridotto la tassazione per i singoli individui e le imprese, ma ha lasciato sette aliquote nel primo caso, e introdotto un’unica aliquota per quanto riguarda la tassazione sul reddito d’impresa.

Non conoscendo i dettagli della proposta del governo Lega e M5s, possiamo dire che i punti in comune con l’amministrazione Trump sono l’abbassamento della pressione fiscale e la semplificazione del numero delle aliquote, con conseguenti elevati costi per le casse dello Stato.

Come abbiamo spiegato in una nostra precedente analisi, infatti, la riforma fiscale dell’esecutivo Conte avrebbe un costo stimato tra i 12 e i 30 miliardi di euro, mentre secondo altri la riduzione del gettito potrebbe raggiungere i 50 miliardi di euro.  



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