I contratti a tempo indeterminato stanno aumentando con il decreto Dignità?

L'ex parlamentare M5s Alessandro Di Battista ha parlato di 205 mila contratti in più. Calenda ha ribattuto che ci sono anche "effetti drammatici sui mancati rinnovi". Abbiamo verificato

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Vincenzo Pinto / Afp 
Alessandro Di Battista

Il 19 giugno, ospite a Otto e mezzo su La7, l’ex deputato del Movimento 5 stelle Alessandro Di Battista ha detto (min. 12:37) che con il decreto Dignità ci sono stati "205 mila contratti a tempo indeterminato in più".

L’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha invece scritto su Twitter che la misura approvata dal governo "sta avendo effetti positivi sulle conversioni dei contratti, insieme però a effetti drammatici su mancati rinnovi".

Ma come stanno davvero le cose? Abbiamo verificato.

Di che cosa stiamo parlando

Il cosiddetto “decreto Dignità” è il decreto-legge n. 87 entrato in vigore il 13 luglio 2018 e convertito in legge il 9 agosto 2018, con alcune modifiche.

Il testo ha introdotto diverse novità, soprattutto per quanto riguarda il mondo del lavoro. In particolare, con questo decreto Movimento 5 stelle e Lega si sono posti l’obiettivo di contrastare il precariato, cercando di aumentare le assunzioni a tempo indeterminato.

Dopo un regime transitorio, le novità sono entrate pienamente in vigore da novembre 2018. Tra queste, ricordiamo che il decreto ha ridotto da 36 a 24 mesi la durata massima dei contratti a tempo determinato e ha stabilito che i contratti con durata superiore ai 12 mesi devono sempre essere giustificati da una causale che spieghi perché l’assunzione non possa avvenire a tempo indeterminato.

Altri provvedimenti riguardano il fatto che in un’azienda i contratti a tempo determinato non possono essere più del 30 per cento rispetto a quelli a tempo indeterminato.

Inoltre, è stato attivato un sistema di decontribuzioni per incentivare l’assunzione dei giovani con contratto a tempo indeterminato. Da gennaio 2019, i datori di lavoro che assumono dipendenti con meno di 35 anni hanno uno sconto del 50 per cento sui contributi per i tre anni successivi all’assunzione.

Che cosa dicono i numeri sui contratti

Il 19 giugno, il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, l’Istituto nazionale di statistica (Istat), l’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail) e l’Agenzia nazionale politiche attive lavoro (Anpal) hanno pubblicato "la prima nota trimestrale congiunta del 2019 sulle tendenze dell’occupazione", con i dati più completi e aggiornati in questo ambito.

Tra le altre cose, questo rapporto si basa su diverse fonti e spiega che tra il 1° gennaio e il 31 marzo 2019, rispetto al trimestre precedente, c'è stato un aumento del numero delle posizioni lavorative dipendenti.

Le attivazioni di nuovi contratti (dai rapporti indeterminati a quelli determinati, passando per gli apprendistati e somministrati) sono state 2 milioni 580 mila, mentre le cessazioni 2 milioni e 443 mila, con un saldo positivo di circa 138 mila posizioni.

Rispetto agli ultimi tre mesi del 2018, il numero dei contratti a tempo indeterminato è aumentato di 207 mila unità, mentre quelli a tempo determinato sono calati di 69 mila unità. Su base annua, la dinamica sui determinati è in controtendenza dopo undici trimestri di crescita continua.

Come spiega la Nota, "queste tendenze sono influenzate dal notevole aumento delle trasformazioni a tempo indeterminato (+223 mila, +55 per cento)".

Il dato citato da Di Battista ("205 mila contratti a tempo indeterminato in più") coincide sostanzialmente con il +207 mila indicato dal documento congiunto appena analizzato. Ma come abbiamo visto, questi numeri fanno riferimento ai primi mesi del 2019 rispetto ai precedenti tre: che cosa è successo rispetto al passato tra novembre 2018 (mese in cui sono diventate effettive le misure del decreto Dignità) e dicembre 2018?

Anche la penultima nota congiunta – pubblicata il 19 marzo 2019 e relativa al trimestre ottobre-dicembre 2018 – aveva registrato un aumento delle posizioni a tempo indeterminato (+80 mila unità) rispetto ai tre mesi precedenti, mentre quelle a tempo determinato avevano registrato "una variazione nulla".

Nel terzo trimestre 2018 l’aumento degli indeterminati era stato di +42 mila rispetto al secondo trimestre, dove la crescita era stata di +53 mila rispetto ai primi tre mesi dell’anno.

La nota congiunta del 1° trimestre del 2018 – quando a capo del governo c’era ancora il Partito democratico – aveva registrato un aumento delle posizioni a tempo indeterminato (+27 mila) dopo due trimestri di calo e i dieci precedenti di aumento.

È davvero merito del decreto Dignità?

Ricapitolando: da novembre 2018 a marzo 2019, si è registrato un aumento più marcato rispetto al passato del numero dei contratti a tempo indeterminato.

Questo però non basta per affermare con certezza che gli effetti siano tutti merito del decreto Dignità.

Come abbiamo spiegato in precedenti nostre analisi (sia per quanto riguarda il Jobs Act del governo Renzi sia per quanto riguarda lo stesso decreto Dignità), comparare le statistiche sui contratti con il periodo di entrata in vigore di una specifica serie di legge non garantisce che a una correlazione corrisponda un nesso di causalità.

Stimare le conseguenze di un intervento legislativo non è per nulla facile, soprattutto nel mondo del lavoro, ed è un compito da ricercatori: bisogna infatti valutare la differenza tra come sarebbero andate le cose in assenza di quel provvedimento e la realtà.

Prendiamo il caso specifico del decreto Dignità: a oggi, analisi statistiche ed economiche di questo tipo ancora non esistono.

È vero che si è registrata una generale crescita – presente, in misura minore, già in precedenza – delle variazioni contrattuali che prevedono il passaggio da un contratto a termine o di apprendistato a uno a tempo indeterminato, ma altri elementi concorrono nella valutazione di questo risultato.

Come spiega un articolo pubblicato a maggio 2019 su lavoce.info, nonostante le misure del governo Conte le ore di lavoro sono ancora inferiori ai livelli pre-crisi, mentre si è assistito nei primi tre mesi di quest’anno a quasi un 40 per cento in più di aperture di partite Iva rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Questo incremento – dovuto probabilmente all’ampliamento del numero dei beneficiari per il regime forfetario nella legge di Bilancio per il 2019 – potrebbe indicare una dinamica di sostituzione di lavoratori dipendenti con lavoratori autonomi.

La questione dei rinnovi

Come abbiamo visto, secondo l’europarlamentare del Pd Calenda, il decreto Dignità – nonostante gli effetti positivi sulle conversioni dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato – avrebbe "effetti drammatici" sui mancati rinnovi. Insomma, chi ha un contratto determinato con le nuove regole rischia più di prima di non vederselo rinnovare in un altro contratto a tempo determinato.

Ma è davvero così? Lo stesso Calenda non cita numeri, ma scrive che questo fenomeno "va approfondito bene".

Questo commento è in parte in linea con quanto detto in un’intervista al Corriere della Sera il 17 giugno scorso da Claudio Durigon, sottosegretario leghista al Ministero del Lavoro. Durigon ha commentato una proposta di legge della Lega che, per così dire, intende ammorbidire la stressa sui contratti a termine del decreto Dignità e in particolare la questione legata all’obbligo di causale.

Secondo il sottosegretario, infatti, "c’è stato un leggero aumento del turn over rispetto alle stabilizzazioni: in alcuni casi, alla fine di un contratto a termine, le aziende hanno preferito prendere un’altra persona sempre con un contratto a termine piuttosto che trasformare quello stesso rapporto di lavoro in un contratto a tempo indeterminato". Un fenomeno confermato anche da Cgil e Cisl.

I report mensili dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps non contengono dati sui mancati rinnovi, ma una “spia” dell’aumento del turn over si può trovare nel saldo tra il numero di attivazioni e cessazioni di tutte le tipologie di contratto, che è stato più basso nei primi tre mesi del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018.

Da gennaio ad aprile di quest’anno (dati più aggiornati), i nuovi contratti hanno superato di 527.035 unità le cessazioni; tra gennaio e aprile dello scorso anno questo numero era stato più alto: 572.252.

È vero dunque che sono aumentate le stabilizzazioni (le conversioni da determinato a indeterminato), ma parallelamente la contrazione dei nuovi rapporti potrebbe essere dovuta proprio ai vincoli introdotti dal decreto Dignità.

Conclusione

Secondo l’ex deputato del M5s Alessandro Di Battista, con il decreto Dignità ci sono stati 207 mila contratti a tempo indeterminato in più. Questa cifra è sostanzialmente corretta, ma fa riferimento all’aumento del numero di contratti a tempo indeterminato rispetto al trimestre precedente (ottobre-dicembre 2018), dove già si era verificata una dinamica simile ma meno marcata.

Non è possibile stabilire però con certezza se questo dato sia merito o meno del decreto Dignità, anche se i vincoli imposti dalle nuove misure del governo Conte hanno sicuramente avuto un qualche effetto sul mercato del lavoro.

Un altro ambito che ha avuto delle conseguenze è stato quello dei mancati rinnovi. Non ci sono dati ufficiali per stabilire come dice Calenda che il decreto Dignità ha causato "effetti drammatici" sui rinnovi dei contratti, ma viste le dichiarazioni di membri del governo e dei sindacati, così come suggerito dai numeri dell’Inps, è possibile che i rinnovi si siano ridotti rispetto al passato.

 

 

 



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