Davvero in Italia gli aborti sono sempre di meno?

Per la deputata di Liberi e Uguali Michela Rostan, siamo uno dei Paesi avanzati con un più basso ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza

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L’11 ottobre, la deputata di Liberi e Uguali Michela Rostan è intervenuta nel dibattito sull’aborto in Italia, tornato di attualità negli ultimi giorni.

La scorsa settimana, infatti, il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione per proclamare la città «a favore della vita» – con alcune misure per disincentivare l’aborto –, mentre il 10 ottobre papa Francesco ha detto che abortire «è come affittare un sicario per risolvere un problema».

Secondo Rostan, nel nostro Paese non c’è nessuna emergenza sull’aborto e la legge 194 – che lo ha depenalizzato nel 1978 – «va difesa a denti stretti».

La deputata di LeU spiega che «l’Italia è tra i Paesi a sviluppo avanzato con un più basso ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. Solo Germania e Svizzera hanno un tasso di abortività più basso del nostro. Nel nostro Paese inoltre, secondo gli ultimi dati ufficiali del Ministero della salute, si sono registrati 182 aborti ogni mille nati vivi. Un rapporto di abortività con un trend in decrescita continua da vent’anni a questa parte».

Ma questi dati sono corretti? Abbiamo verificato.

Quante donne abortiscono in Italia ogni anno?

Nel diritto italiano, l’aborto è disciplinato dalla legge n. 194 del 22 maggio 1978, che fa riferimento all’aborto con la perifrasi «interruzione volontaria di gravidanza» (Ivg), il termine di cui parla anche Rostan.

L’articolo 4 della norma prevede che qualsiasi donna può ricorrere all’Ivg entro i primi 90 giorni di gestazione «per motivi di salute, economici, sociali o familiari», o dopo i primi tre mesi di gestazione solo per gravi motivi di salute.

Inoltre, l’articolo 16 indica che ogni anno il Ministro della Sanità deve presentare «al Parlamento una relazione sull’attuazione della legge stessa e sui suoi effetti». Il documento più recente in materia è stato pubblicato il 29 dicembre 2017, e contiene dati aggiornati all’anno 2016.

In quella relazione si legge che, nel 2016, il rapporto di abortività – ossia il numero di interruzioni volontarie di gravidanze ogni 1.000 nati vivi – è stato pari a 182,4, con un calo dell’1,4 per cento rispetto all’anno prima.

Il tasso di abortività invece – ossia il numero di Ivg per 1.000 donne tra 15 e 49 anni – è stato 6,5 per 1.000 nel 2016, con una riduzione dell’1,7 per cento rispetto al 2015. Questo indicatore, rispetto al rapporto di abortività, è ritenuto più accurato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per valutare correttamente il ricorso all’Ivg, perché non è correlato all’andamento della natalità.

Indipendemente dalle questioni metodologiche, Rostan cita dunque correttamente il dato di 182 aborti ogni mille nati vivi in Italia.

Com’è messa l’Italia a livello internazionale?

Secondo la deputata di LeU, «solo Germania e Svizzera hanno un tasso di abortività più basso del nostro».

Secondo i dati più aggiornati dell’ufficio regionale per l’Europa dell’Oms, nel 2015 in Germania ci sono stati 135 aborti ogni 1.000 nati vivi, mentre in Svizzera, nello stesso anno, gli aborti ogni 1.000 nati vivi sono stati 116.

Entrambi i dati, che fanno però riferimento al rapporto di abortività, sono quindi inferiori a quelli dell’Italia citati sopra.

Per quanto riguarda il tasso di abortività – quello citato da Rostan – la classifica non cambia. Come riporta la relazione del Ministero della Sanità, a livello europeo il dato italiano (8,0, superiore al 6,5 già citato perché ricalcolato su donne di età leggermente diversa, tra i 14-44 anni) è tra i più bassi, superiore appunto solo a quello di Germania (6,8) e Svizzera (6,3).

Lo stesso discorso vale a livello internazionale. Se si considerano i tassi di abortività per 1.000 donne di età tra i 15 e i 44 anni (2011-2016), Paesi «a sviluppo avanzato» – e appartenenti all’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) – come Svezia (20,8), Francia (18,1), Inghilterra e Galles (16), Stati Uniti (14,6), Danimarca (13,8), Norvegia (13,0), Canada (11,6), Spagna (10,4) e Finlandia (10) hanno tutti tassi di abortività più alti dell’Italia.

Questi dati sono confermati anche da un’altra fonte. Nel suo recente rapporto Abortion Worldwide 2017, l’Istituto Guttmacher – una delle principali organizzazioni di ricerca e politica impegnata a promuovere la salute e i diritti sessuali in tutto il mondo – ha elaborato i dati delle Nazioni Unite e di articoli scientifici sul tema per calcolare i tassi di abortività a livello mondiale.

Il tasso italiano di 8,0 è inferiore alla media degli Stati sviluppati (27) e a quella, tra gli altri, dei Paesi europei (29), nordamericani (17) e oceanici (19).

In Italia si abortisce sempre di meno?

Come abbiamo visto, il tasso di abortività in Italia nel 2016 è stato pari a 6,5. E l’andamento di questo indicatore è in calo ormai dall’inizio degli anni Ottanta.

Secondo i dati del Ministero della Sanità, in Italia nel 1983 ci sono state 16,9 interruzioni volontarie di gravidanza ogni 1.000 donne tra i 14 e i 49 anni, nel 1991 11, nel 2014 7,1. In generale, il calo tra il 1983 e il 2016 è stato del 61,9 per cento, maggiore nel Centro Italia (-65,4 per cento) e minore nelle Isole (-54,3 per cento).

Stesso discorso vale per il rapporto di abortività, a cui fa riferimento Rostan. Nel 1983, in Italia c’erano stati 381,7 aborti ogni 1.000 nati vivi, nel 1991 286,9, nel 2014 196,2.

Questa diminuzione generale del 52.2 per cento è stata confermata anche dall’Istat nel suo rapporto del 2017 La salute riproduttiva della donna, dove si legge che «il numero di interruzioni volontarie di gravidanza si è più che dimezzato negli ultimi 35 anni».

Secondo la ricerca già citata dell’Istituto Guttmacher, il calo del tasso di abortività si è verificato, in parte, anche su scala mondiale. Nei Paesi sviluppati, agli inizi degli anni Novanta il tasso di abortività era in media pari a 46, molto più alto dell’attuale valore di 27. Molto meno marcata è stata invece la riduzione del tasso di abortività nei Paesi in via di sviluppo, dove si è passato da un valore di 40 tra il 1990 e il 1994 e un valore di 36 tra il 2010 e il 2014.

Individuare le cause di questa diminuzione in Italia non è semplice, come spiega la relazione del Ministero della Salute. Fattori come la maggiore diffusione dei metodi contraccettivi e l’aumento dell’uso della “pillola dei 5 giorni dopo” potrebbe aver contribuito al calo degli aborti, così come i cambiamenti nei livelli d’istruzione e la separazione sempre più netta tra sessualità e procreazione.

Inoltre, è importante sottolineare che nel 2016, dopo anni di aumenti, si è stabilizzata la percentuale di ginecologi obiettori. Secondo i dati più recenti, nel 2016 erano obiettori il 70,9 per cento dei ginecologi, contro il 57,8 per cento del 2005, ma come sottolinea la relazione ministeriale il numero dei non obiettori risulta comunque «superiore a quello necessario a rispondere adeguatamente alle richieste di Ivg».

Conclusione

Al di là delle polemiche generate dai recenti fatti di Verona e dalle dichiarazioni di papa Francesco, la deputata di LeU Michela Rostan ha ragione.

L’Italia è effettivamente tra i Paesi a sviluppo avanzato con un più basso ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza, superata solo da Germania e Svizzera.

Inoltre, è vero che nel nostro Paese si sono registrati nel 2016 circa 182 aborti ogni 1.000 nati vivi, un dato in costante calo non solo negli ultimi vent’anni, ma a partire dal 1983.

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