Come i droni armati cambiano la guerra al terrorismo

Nel Sahel i velivoli senza pilota vengono schierati da Francia e Usa contro i jihadisti. Uno strumento risolutivo che, però, non convince tutti

Come i droni armati cambiano la guerra al terrorismo

Nella lotta al terrorismo nel Sahel sta entrando in scena un nuovo alleato cruciale per Stati Uniti e Francia: i droni armati. I paesi occidentali in prima linea contro i gruppi jihadisti nel cuore dell'Africa hanno una certa esperienza alle spalle. Dalla base di Gibuti i droni americani colpiscono già da anni bersagli mirati in Somalia e Yemen. Dotati di un'autonomia di volo di quasi 24 ore e di un raggio d'azione di 1.800 km, i 'droni killer' Usa sono destinati a svolgere operazioni in un'ampia fascia della striscia del Sahel-Sahara, dal Lago Ciad fino al sud della Libia, passando per il Niger e il Mali settentrionale. Nel mirino ci sono i combattenti di Boko Haram (Nigeria), dell'organizzazione dello Stato islamico e del Gruppo di sostegno all'Islam e ai musulmani (Gsim).

Negoziati sono già in corso tra Washington e Niamey per portare entro fine anno alla firma di un protocollo a favore dell'armamento dei droni americani basati in Niger, finora utilizzati nelle sole operazioni di sorveglianza aerea. I Reaper decolleranno da una grande base a Agadez (nord), che sarà pronta entro il secondo semestre 2018 e ospiterà buona parte del contingente Usa, finora 800 uomini dispiegati nell'ex colonia francese. In una recente nota il Commando degli Stati Uniti per l'Africa (Africom) non ha commentato la questione delle autorizzazioni militari specifiche, sottolineando che "i governi di Niger e Usa lavorano mano nel mano per impedire che la regione diventi una base remota per organizzazioni terroristiche". Una volta l'accordo firmato, esperti di questioni militari prevedono che "ci vorranno pochi giorni per montare supporti per missili sui droni".

Un punto di svolta nella lotta al terrore

L'utilizzo di droni armati contro i terroristi rappresenta un punto di svolta nella lotta al terrore sul continente: una scelta in parte dettata dal deteriorarsi della situazione sul terreno. Da Washington a Niamey ha scosso le coscienze l'uccisione di quattro soldati delle forze speciali americane e di militari nigerini, caduti in un'imboscata lo scorso 4 ottobre nella regione di Tillabe'ri (nord), nei pressi del confine con il Mali. Negli Stati Uniti parte dell'opinione pubblica non sapeva nemmeno che i propri militari fossero dispiegati e operativi in quel scenario così rischioso.

Ad aver accelerato riorganizzazione e potenziamento delle operazioni statunitensi nel Sahel sono i timori, già comprovati nei fatti, di nuove alleanze tra combattenti dello Stato islamico e di Al Qaeda dopo le sconfitte in Siria e in Iraq, quindi il progressivo arrivo nella regione di altri insorti. "Già da tempo stavamo valutando la possibilità di armare i droni. I recenti attacchi subiti, sempre nella stessa regione, tra cui l'uccisione di 13 gendarmi a Ayorou lo scorso 21 ottobre, hanno fatto emergere le nostre debolezze e ci hanno spinto a sollecitare maggior sostegno negli Stati Uniti per neutralizzare i nemici" ha confidato una fonte governativa del Niger all'emittente radiotelevisiva Radio France Internationale (Rfi).

Come i droni armati cambiano la guerra al terrorismo
 Un drone Usa

Anche la Francia ha optato per un cambiamento tattico e strategico significativo nella guerra al terrorismo nel Sahel. Già lo scorso settembre, dietro istruzione del presidente Emmanuel Macron, il ministro delle Forze armate Florence Parly aveva annunciato il prossimo armamento dei droni francesi. Già dal 2014 nella base di Niamey Parigi può contare su sei Reaper comprati negli Stati Uniti, utilizzati finora in missione di sorveglianza e raccolta di informazioni nel contesto dell'operazione Barkhane nel Sahel. In via ufficiale la Francia ha già chiesto a Washington la possibilità di montare portamissili sui droni, in attesa della consegna di altri sei Reaper entro il 2019. Su questa richiesta, che dovrebbe essere una semplice formalità, deve pronunciarsi il Congresso Usa mentre Niamey deve ancora dare il suo via libera al decollo dei droni francesi armati. "Sono apparecchiature molto utili, silenziose, resistenti e quasi invisibili a occhio nudo. Questi droni serviranno soprattutto per missioni di sorveglianza, ma offrono anche la possibilità di neutralizzare un bersaglio in modo quasi istantaneo" hanno commentato fonti del ministero francese delle Forze armate.

I dubbi sulle nuove armi letali

Il ricorso a specie di robot killer nel Sahel alimenta già critiche e timori per il rischio di operazioni poco trasparenti, come già accaduto nel 2001 in Afghanistan, due anni dopo in Irak e su vasta scala dalla CIA durante la presidenza Obama, tra il 2008 e il 2016. Per fonti legate alle forze di sicurezza, si tratta di uno strumento "utile per proteggere le forze dispiegate sul terreno, nel rispetto delle regole d'ingaggio, e non solo per uccidere i ricercati". Analisti ed esponenti della società civile sia in Francia che in Niger temono inevitabili vittime civili collaterali, che rischiano di essere poi strumentalizzate dai terroristi nelle loro campagne di propaganda e reclutamento di nuovi combattenti. "L'utilizzo dei droni armati rientra nella logica di militarizzazione crescente della regione da parte dei paesi occidentali. Questa escalation nella lotta al terrorismo rischia di aggravare la situazione invece di migliorarla" avverte Gilles Yabi, analista e fondatore di 'Wathi', un think tank cittadino sull'Africa occidentale.



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