I politici non possono bloccare i cittadini sui social. La sentenza della corte Usa

Per i giudici se si fa politica bloccare un cittadino che esprime delle critiche è una violazione della sua libertà di parola. Commento: Il sacrosanto diritto a bannare, di Riccardo Luna

I politici non possono bloccare i cittadini sui social. La sentenza della corte Usa

I politici non possono più bloccare i cittadini che li criticano sui social. Almeno negli Usa, da dove arriva una sentenza della Corte d’appello federale destinata a scrivere una pagina del diritto e della politica al tempo di Facebook e Twitter.

Secondo quanto hanno riportato nelle scorse ore i giornali americani, la giustizia americana ha deciso che nessuno può impedire ad un cittadino di pubblicare contenuti sulla pagina social di un politico o di un pubblico ufficiale in quanto costituirebbe la violazione del primo emendamento, quello che nella costituzione americana sancisce la libertà di parola e di informazione.

La vicenda riguarda Richard Davidson, che aveva postato sulla pagina Facebook del Presidente di un Consiglio di supervisori della Contea di Loudoun, Phyllis Randall, alcune critiche riguardo scelte di politica locale, accusandola di averle prese per difendere l'interesse privato di alcuni.

La politica però cancella il post e 'blocca' il signor Davidson, impedendogli quindi di poter pubblicare ulteriori post sulla sua pagina. Per la corte "La decisione di bloccare il signor Davison costituisce una discriminazione della sua opinione e del suo punto di vista". Ma, peggio, Randall ha commesso questa discriminazione su una pagina di Facebook dopo che la stessa l'ha trasformata di fatto in un "forum pubblico", uno spazio dove fare propaganda politica.

La corte ha quindi stabilito che i funzionari pubblici quindi non possono sopprimere sui social le voci dei cittadini, qualunque sia la loro opinione, anche se nei limiti dei reati come la diffamazione. Uno spazio di dibattito pubblico è sempre uno spazio di dibattito pubblico, e non fa differenza che il forum sia una pagina Facebook o un palco di un comizio. Il semplice fatto che la politica "abbia scelto di creare il suo strumento per pubblicizzare le sue idee" su "una piattaforma privata" invece che su una pubblica non fa alcuna differenza. E questo perché altrimenti si violerebbe il diritto alla libertà di parola. 

“Se si sale su un palco – così come se si decide di usare i social network per la propria attività politica – si deve essere pronti ad accettare plausi e critiche allo stesso modo e non si dispone di altro strumento per resistere alle seconde che la parola, la dialettica e il confronto”, ha commentato sul suo blog su Il Fatto Quotidiano l'avvocato Guido Scorza. “Salva, ovviamente, l’ipotesi nella quale critiche e accuse non trascendano in offese e diffamazioni ma, anche lì, i rimedi sono quelli offerti dalle leggi ovvero il ricorso ai giudici e non l’allontanamento coatto dei cittadini dai propri canali social”.

Lo scorso maggio il tribunale di New York aveva stabilito che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, viola proprio il primo emendamento della Costituzione se blocca qualcuno dal suo account Twitter. Il motivo è simile a quello stabilito dalla sentenza di questi giorni: il profilo di un politico è uno spazio pubblico e non personale. 



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