Il sacrosanto diritto di bannare

Bloccare qualcuno sui social è uno strumento importante per difendersi da molestatori, stalker o anche solo per tenere lontani ex partner. Ma non può riguardare chi fa politica e usa il proprio profilo o una pagina Facebook per fini istituzionali: in quel caso il politico ha il dovere di lasciare a tutti la possibilità di leggere e commentare anche con domande scomode. Lo ha appena stabilito un tribunale della Virginia e riguarda anche Donald Trump

Il sacrosanto diritto di bannare
MANDEL NGAN / AFP 
Donald Trump  

Abbiamo il diritto di bloccare qualcuno sui social? Tecnicamente, di bannarlo? Non stiamo parlando di escluderlo da Facebook, Twitter o Instagram, ma di impedirgli di vedere cosa facciamo e di mandarci dei messaggi. La risposta è sì, ovviamente, stiamo parlando di un diritto sacrosanto, i nostri profili social sono spazi privati dove abbiamo il diritto di decidere a chi aprire la porta e per fare cosa. Bannare è uno strumento importante per difendersi da molestatori, dagli stalker, o anche solo per interrompere davvero tutti i contatti con un partner dopo che è finita una storia d’amore.

Epperò questo diritto ha un limite. Se fai politica, se hai un incarico istituzionale e se usi i social network per svolgere le tue funzioni e comunicare, allora il diritto di bannare non ce l’hai più.

Lo ha ribadito lunedì la Corte d’appello federale della Virginia che doveva prendere una decisione su un caso davvero piccolo piccolo, ma che potrebbe avere effetti anche sul campione del mondo in carica di utenti bloccati sui social, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, uno capace di bloccare su Twitter migliaia di utenti tra i quali persino una malata terminale di cancro che garbatamente ogni giorno gli ricordava di essere in vita grazie alla riforma sanitaria di Obama che lui stava cancellando. Il caso della Virginia riguarda la pagina Facebook della Commissione dei Supervisori della Contea di Loudoun, dove l’amministratrice della pagina per dodici ore ha bloccato un tale che nel 2016 aveva pubblicato un post in cui diceva che i responsabili di una scuola locale erano implicati in una storiaccia di conflitti di interesse e corruzione.

Quel blocco di 12 ore su una pagina pubblica è stato ritenuto contrario al famoso primo emendamento della Costituzione americana, quello che difende il diritto di esprimere liberamente le proprie idee. Ma già nel maggio scorso un altro giudice aveva stabilito che Trump non ha il diritto di bloccare utenti su Twitter: il presidente non ha smesso di farlo in attesa dell’appello che non potrà non tenere conto delle decisione appena presa in Virginia. Epperò è importante cogliere il doppio messaggio che viene da queste vicende: se sei un politico, e se usi i social nell’ambito della tua attività politica, hai il dovere di lasciare a tutti la possibilità di farti domande scomode o criticarti. In tutti gli altri casi, il diritto di bannare esiste e deve resistere.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it