AGI - Cammina a fianco della moglie Farah Diba, elegantissima, sulla pista dell'aeroporto circondato dai suoi. Impassibile. Ha un solo momento di commozione, quando un ufficiale quasi si inginocchia per stringerli la mano. Sono le ultime immagini dello scià Reza Pahlavi in Iran, poco prima di salire sull'aereo che lo porterà per sempre lontano dal suo Paese. Era il 16 gennaio del 1979, esattamente 47 anni fa. Solo 14 giorni dopo l'ayatollah Alì Khomeini sarebbe tornato in patria dopo 15 anni in esilio per accendere le polveri della rivoluzione islamica.
Le foto di quel momento storico sono circolate oggi sui media iraniani, memoria di un passaggio epocale. E monito per chi abbia la tentazione di tornare al passato rimettendo un Pahlavi su quello che era il trono del regno Pavone, ora Repubblica islamica governata con pugno di ferro dagli ayatollah e da tre settimane sconvolto dall'ennesima rivolta. Che Reza Ciro Pahlavi ci speri non è un mistero: lui stesso ha più volte incitato i manifestanti a continuare le proteste per cacciare il regime. Ma il suo seguito interno è incerto, tanto da giustificare la prudenza del presidente americano Donald Trump che non ha voluto finora appoggiarlo apertamente.
E quella tra l'America e i Pahlavi è una relazione di lunga data. Non sempre amichevole. Nel 1941, in piena Seconda guerra mondiale, l'Iran fu invaso con l'accordo del presidente Franklin Delano Roosevelt e Josef Stalin. Ufficialmente per le simpatie naziste di Teheran, in realtà per il controllo del 'corridoio persiano' necessario a far passare i rifornimenti per l'esercito sovietico.
L'allora scià Reza, che nel 1925 aveva dato inizio alla dinastia Pahlavi dopo la cacciata della casa reale Qajar, fu costretto ad abdicare. E sul trono salì il giovane Mohammad Reza, 22 anni. Finita la guerra, il controllo del corridoio passò agli Stati Uniti e quello delle preziose risorse petrolifere del Paese alla Gran Bretagna.
E Mohammed Reza si fece garante degli interessi occidentali. Tanto da entrare in rotta di collisione con i più nazionalisti tra i suoi primi ministri. La crisi esplose nel 1951, quando l'appena eletto premier Mohammad Mossadeq annunciò la nazionalizzazione della Anglo-American Oil Company con la benedizione del clero sciita. Londra non gradì e impose a Pahlavi di nominare un premier più malleabile, senza prevedere la reazione popolare. Lo scià fu costretto a richiamare Mossadeq che nel 1953 lo mandò in esilio. A Roma.
La reazione fu pesante quanto gli interessi in gioco. I servizi segreti britannici e la Cia organizzarono un colpo di Stato militare. Mossadeq fu deposto, al suo posto arrivò il generale Fazlollah Zahedi e Mohammed Reza tornò acclamato dai militari che non avevano mai digerito Mossadeq. La monarchia costituzionale scivolò sempre di più verso un regime assoluto, con la progressiva esautorazione del parlamento e la repressione della brutale polizia segreta Savak. Teheran si spostò sempre di più vicino all'Occidente.
Sul piano economico, con la riforma agraria che provocò le ire del clero sciita e il primo tentativo di golpe di Khomeini nel 1963. O con l'avvio del programma nucleare negli anni Cinquanta, finanziato proprio dagli Stati Uniti. E poi nei costumi, con la scolarizzazione di massa, il suffragio femminile e il divorzio.
Mentre rafforzava il suo potere e il giogo sugli iraniani, lo scià si imponeva sempre di più come protagonista del jet set internazionale, con le sue tre bellissime mogli.
Prima sposò la principessa egiziana Fawzia nel 1939, con cui ebbe una figlia e che lasciò per convolare a nozze nel 1951 con la splendida Soraya, a sua volta ripudiata perché non gli aveva dato figli. La giovane e ancora traballante dinastia Pahlevi non poteva permettersi il lusso di scomparire. Serviva un erede maschio e così lo scià scelse la giovane Farah Diba, figlia di una ricca famiglia borghese di Teheran, sposata in terze nozze nel 1959. Farah Diba gli darà quattro figli: l'erede al trono Reza Ciro, Farahnaz, Ali Reza e Leila.
Con Farah, Reza tocca il massimo dello splendore della dinastia. O almeno fa di tutto affinchè così appaia anche sulla scena mondiale. La cerimonia di incoronazione imperiale nel 1967 e le celebrazioni per i 2500 anni della monarchia persiana a Persepoli, sulla tomba di Ciro il Grande, sono rimaste impresse nell'immaginario di generazioni. Ma lo scià pagherà care quelle quaglie stufate al caviale e i 50 pavoni arrosto serviti la sera del 12 ottobre del 1971 accompagnati da fiumi di champagne ai 600 ospiti provenienti da tutto il mondo.
Il malumore che già serpeggiava nella popolazione e nel clero sciita, l'insofferenza per il padrino americano e il terrore seminato dalla Savak non fecero che aumentare. Mentre i Fedayyin e-Khalq, di ispirazione marxista, affilavano le armi nella convinzione di poter guidare la rivolta, Khomeini dall'esilio parigino preparava il ritorno.
Le manifestazioni divennero sempre più imponenti, fino a quel tragico 15 agosto del 1978 quando 400 persone morirono nel rogo del cinema Rex ad Abadan. Per la popolazione il responsabile era chiaro: era stata la Savak. Pian piano, la valanga crebbe, con moti di piazza repressi nel sangue.
All'inizio del 1979 Reza Pahlavi tentò di salvarsi nominando primo ministro il nazionalista Shapur Bakhtiar che assunse l'incarico a condizione che lo scià lasciasse temporaneamente il Paese. Nel frattempo alla Conferenza di Guadalupe tra Francia, Germania dell'Ovest., Gran Bretagna e Stati Uniti l'allora presidente americano Jimmy Carter scaricò di fatto lo scià: meglio trattare con Khomeini.
Così, dopo anni di lussi e mondanità la coppia imperiale partì il 16 gennaio del 1979. Convinta forse che si sarebbe trattato di un breve soggiorno all'estero per far raffreddare gli animi. E invece gli imperatori non sarebbero più tornati. Per un anno peregrinarono tra Egitto, Marocco, Bahamas, Messico, Stati Uniti e Panama. Poi di nuovo in Egitto, unico paese disposto a ospitale lo scià. E fu al Cairo che Reza Pahlavi morì nel luglio 1980, stroncato da complicazioni del tumore di cui era malato da tempo