AGI - Sono passate 96 ore dall’operazione Absolute Resolve che ha posto fine all’era Maduro in Venezuela. Ma il futuro di Caracas è ancora incerto, sospeso in un sentimento difficile da decifrare, di speranza, libertà e felicità, ma avvolto nella paura.
Perché il regime non è ancora crollato, e il silenzio, carico di tensione, domina la scena. Alla base di tutto, comunque la consapevolezza che qualcosa per fortuna si è rotto, definitivamente e che almeno immaginare un futuro diverso è possibile.
A raccontare all’AGI quello che sta accadendo nelle ore successive alla missione americana, è María Claudia López, rappresentante di María Corina Machado e Capo della Coalizione democratica venezuelana nel nostro Paese. “I venezuelani restano in casa, celebrano in sordina. Tutti noi sappiamo che è stata colpita la testa di un’organizzazione criminale transnazionale, ma siamo altrettanto consapevoli che ne restano ancora i tentacoli”. Ecco perché la prudenza, sia per i venezuelani in patria che per gli esiliati, oggi, è una forma di sopravvivenza. Obbligata, dovuta.
Le ultime ore, le primarie del 2023 e le conseguenze dell'operazione americana
López ricostruisce gli ultimi giorni che hanno fatto la storia. “L’operazione statunitense non è arrivata del tutto inattesa. Da tempo, l’opposizione democratica era consapevole che un’azione contro alcuni esponenti del regime fosse possibile”. “Perché il lavoro politico - sottolinea - va avanti su un binario parallelo da anni, lontano dai riflettori e dalla contingenza. Un lavoro iniziato ben prima di queste ore convulse, con un mandato popolare chiaro e difficilmente contestabile”.
Nel 2023, attraverso elezioni primarie senza precedenti, María Corina Machado ha infatti ottenuto oltre il 96% dei consensi. Un risultato che, per l’opposizione, non è solo una vittoria politica ma una sorta di investitura storica: il compito di guidare il Paese fuori da oltre vent’anni di regime. Da quel mandato, dopo che Machado è stata dichiarata interdette dai pubblici uffici è nato poi il nome di Edmundo González, eletto presidente legittimo, ma ancora impossibilitato a insediarsi. "La coalizione ha iniziato a lavorare senza sosta, e ancora lo sta facendo, per la costruzione di un programma, su tutti gli ambiti - energia, sicurezza, democrazia e diritti umani - in grado di far risplendere un Paese e un popolo che merita altro, non la fame che soffre da decenni, prima con Chavez e poi con Maduro".
Il vuoto istituzionale e la richiesta di liberazione
Ma ancora la strada è lunga, perché dopo i fatti di sabato notte, sul piano istituzionale, c'è un vuoto evidente. Con Maduro, anche le figure che ne hanno incarnato il potere vengono considerate prive di legittimità. Delcy Rodríguez, oggi al centro della scena, potrebbe – secondo López – svolgere al massimo un ruolo temporaneo, limitato e condizionato. “È la vicepresidente di Nicolás Maduro. Ma lui non è il Presidente del Venezuela: è un usurpatore. E se lui non è il presidente legittimo, lei non può essere vicepresidente né tantomeno presidente ad interim”. Ecco perché le condizioni per una sua transizione verso le elezioni sono nette e non negoziabili: in primis, la liberazione di tutti i prigionieri politici.
“Sono oltre 1.800 - ricorda López. Numeri che includono cittadini stranieri, italo-venezuelani, oppositori, attivisti, come Alberto Trentini. Ma dietro quei numeri, aggiunge, c’è un Paese intero che vive come prigioniero. “Il Venezuela è sotto assedio. Non si può lavorare, studiare, curarsi, esprimersi. Non si tratta solo di una crisi politica, è un sequestro collettivo”. Da qui la necessità di un sostegno internazionale forte, perché il Venezuela è sotto assedio da oltre vent’anni e oggi ha bisogno di aiuto. E Washington sarà un alleato fondamentale, soprattutto su sicurezza, energia e ricostruzione democratica.
La devastazione economica e la transizione fragile
Il Venezuela che emerge dalle parole di Lopèz è un Paese devastato: l’impresa privata annientata, l’agricoltura espropriata, l’industria petrolifera – un tempo colonna dell’economia – ridotta a simbolo di un’occasione perduta. Le dichiarazioni dei leader internazionali, però, restano sullo sfondo, soprattutto dopo le parole di Trump su Machado, ritenuto dal presidente americano in questo momento non all’altezza per prendere le redini del Paese, anche se forse le parole del tycoon servono a corroborare la tesi di non voler attuare un regime change. Calma e il tempo delle elezioni verrà, pare sia questa la volontà del presidente americano. La transizione, se ci sarà, dovrà essere graduale, perché la situazione è complessa, inevitabilmente fragile.
La leadership di Machado, il suo possibile rientro in patria e l'aneddoto di Oslo
In ogni caso per López, a prescindere dalle parole pronunciate da Trump, la leadership di María Corina Machado non ha bisogno di certificazioni esterne. “È già sotto gli occhi del mondo”, e soprattutto - evidenzia - è radicata nel consenso interno, grazie alle primarie che hanno funzionato come una linea di demarcazione: "chi ha accettato il risultato è rimasto nella coalizione, chi lo ha rifiutato si è allontanato". Una selezione naturale, che ha reso l’opposizione meno affollata ma più coerente. E quando gli si chiede di un possibile rientro in patria del premio Nobel, il suo braccio destro in Italia spiega che la situazione è ancora instabile, ma da "Corina Machado ci si può aspettare qualsiasi cosa in qualsiasi momento".
E a proposito di un suo rientro, Lopèz racconta un aneddoto della sua apparizione improvvisa nella serata di Oslo, in cui le è stato consegnato il Nobel. “Fino all’ultimo non sapevamo se sarebbe arrivata. Eravamo lì, insieme a sua figlia, le sue sorelle, suo marito, coscienti del fatto che fosse uscita dal Venezuela, ma non che fosse al sicuro. Poi, intorno alle due di notte, è apparsa sul balcone del Grand Hotel di Oslo. Abbiamo cantato l’inno nazionale venezuelano, sembrava di essere a Caracas. Emozioni che non si possono spiegare. La sicurezza norvegese era incredula. E quando è scesa, stremata ma lucidissima, ci ha riconosciuti uno per uno, nel buio. Poi ha scavalcato la transenna, aveva lividi, ma un’energia incredibile. Un’adrenalina fuori dal comune. Questo è il tipo di persona di cui stiamo parlando”.