America2020: Il tribunale della Storia e la Corte Suprema

America2020: Il tribunale della Storia e la Corte Suprema

Il Grand Old Party si ricompatta intorno al presidente perché la posta in gioco è molto alta: piazzare il terzo giudice dell’era Trump nel massimo organo giudiziario Usa, spostando a destra il baricentro della Corte e galvanizzando gli elettori conservatori in vista del voto del 3 novembre

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© Alex Edelman / AFP
- La Corte Suprema Usa
 

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate. Sabato alle 17 Donald Trump annuncerà la nomina per sostituire Ruth Bader Ginsburg alla Corte Suprema e i senatori repubblicani hanno i numeri per approvarla, pur con una maggioranza risicata (53 a 47) e 2 defezioni (quelle delle senatrici Susan Collins e Lisa Murkowski). Il Grand Old Party si ricompatta intorno al presidente perché la posta in gioco è molto alta: piazzare il terzo giudice dell’era Trump nel massimo organo giudiziario Usa, spostando a destra il baricentro della Corte e galvanizzando gli elettori conservatori in vista del voto del 3 novembre. 

Si allinea pure Mitt Romney, l’unico senatore del partito dell’Elefante ad aver votato a favore dell’impeachment del tycoon. “La Costituzione attribuisce al presidente il potere di fare nomine e al Senato l’autorità di fornire parere e consenso sulle nomine per la Corte Suprema. Di conseguenza, intendo seguire la Costituzione e creare un precedente nel considerare la nomina del presidente. Se la nomina arriverà in Aula, intendo votarla in base alle qualifiche”. Una dichiarazione, quella del candidato Gop alla Casa Bianca nel 2012, che lascia poco spazio alla richiesta dei democratici di far slittare a dopo l’Election Day la designazione del nuovo giudice. Non hanno il potere  di impedire la nomina, possono solo rinfacciare ai repubblicani di aver bloccato quella del giudice Merrick Garland nel 2016 “perché era un anno elettorale”.

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© Saul Loeb / AFP
La Corte Suprema Usa
 

La prescelta per sostituire l’icona liberal e paladina dei diritti Ginsburg, scomparsa venerdì all’età di 87 anni, sarà probabilmente Amy Coney Barrett, cattolica, 48 anni e 7 figli, giudice della Corte d’Appello del settimo circuito di Chicago. È stata ricevuta alla Casa Bianca per 2 giorni di fila, sia ieri e sia lunedì. Barrett è considerata la versione in gonnella di Antonin Scalia, il giurista italoamericano tra gli interpreti più conservatori della Costituzione statunitense, scomparso nel febbraio del 2016 e del quale è stata assistente legale.

Nel 2018 fu presa in considerazione per sostituire il giudice Anthony Kennedy. Alla fine Trump le preferì Brett Kavanaugh, confermato dopo infuocate audizioni seguite alle accuse di stupro. Barrett “me la tengo per Ginsburg”, avrebbe detto allora The Donald. E i repubblicani puntano al bis del 2018, quando alle elezioni di metà mandato riuscirono a mantenere il controllo del Senato aiutati, a loro dire, proprio dalla conferma di Kavanaugh.

“Dio ha creato i repubblicani per fare tre cose, davvero solo tre cose: tagliare le tasse, uccidere i nemici stranieri e confermare i giudici di destra”, spiega sul New York Times Brad Todd, stratega Gop che lavora per due incumbent ad alto rischio in questa tornata elettorale, il senatore Thom Tillis della Carolina del Nord e Cory Gardner del Colorado. “Solo la conferma di giudici – osserva - ha la potenzialità di unire con uguale entusiasmo i populisti della destra sociale e i corporativisti”.  Ma non è una strategia totalmente priva di rischi. Un sondaggio di Morning Consult segnala come il 50% degli elettori preferisca che sia il prossimo presidente a scegliere il sostituto di Ginsburg, il 12% è indeciso e il 37% ritiene che sia Trump a dover fare la nomina indipendentemente dal verdetto delle urne il 3 novembre. Lo sa bene Mitch McConnell, leader di maggioranza al Senato e veterano della politica, che ha messo le mani avanti promettendo il voto entro la fine dell’anno.

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© Alex Edelman / AFP
La Corte Suprema Usa

“Il dogma vive rumorosamente dentro di te”, attaccò la senatrice democratica Dianne Feinstein nel 2017 durante l’audizione di conferma di Barrett alla Corte d’Appello, accusandola di farsi guidare dalla sua fede cattolica nelle decisioni giuridiche, soprattutto su questioni come aborto e pena di morte. L’effetto immediato fu di trasformarla in un’eroina dei religiosi conservatori, anche se lei respinse l’accusa: “Non metterei mai le mie opinioni personali al di sopra della legge”.

Classe 1972, Barrett è originaria di New Orleans, in Louisiana. Ha frequentato un liceo femminile di New Orleans e poi il Rhodes College, prima di laurearsi con lode in Legge all’università Notre Dame dove ha insegnato per 15 anni. Da studentessa nel 2012 scrisse un “manifesto di protesta” contro la copertura sanitaria obbligatoria a carico dei datori di lavoro prevista dall’Obamacare anche per la pillola anticoncezionale.

All’indomani della conferma alla Corte d’Appello del settimo circuito (il 31 ottobre del 2017, con 55 sì e 43 no), il New York Times rivelò che Barrett  era iscritta all’organizzazione “People of Praise”, una sorta di setta “dove i membri giurano fedeltà gli uni agli altri “ e dove si insegna “che il marito è il padrone delle mogli e l’autorità in famiglia”.

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© Immagine dal profilo della University of Notre Dame
Amy Coney Barrett

Come giudice d’Appello si è rivelata relativamente cauta, forse pensando proprio alla Corte Suprema, pur confermandosi integralista contro l’aborto e a favore del Secondo Emendamento, quello che sancisce il diritto a portare armi, anche quando si tratta di pregiudicati. Linea dura pure sull’immigrazione. Lo scorso giugno Barrett si è schierata con Trump manifestando il suo dissenso in seno alla Corte d’appello sulla decisione di garantire il permesso di residenza (la green card) anche a chi richiede assistenza pubblica.

Trump pare abbia già fatto la sua scelta, ma poiché gli piace giocare con la suspense ha detto che venerdì potrebbe incontrare in Florida un’altra papabile per la Corte Suprema, Barbara Lagoa, cubana-americana. Il Sunshine State è lo stato più conteso di questa elezione e il voto dei latini potrebbe decidere la presidenza.

Michael Bloomberg ha raccolto 16 milioni di dollari per pagare i debiti e le multe di circa 30.000 ex pregiudicati in Florida (soprattutto ispanici e afroamericani) che altrimenti, in base alle leggi dello Stato, non potrebbero votare. Il miliardario si è anche impegnato a spendere 100 milioni dollari di tasca sua nello Stato per aiutare Biden a vincere la Casa Bianca. L’ex vice presidente ha incassato ieri l’endorsement ufficiale della vedova del senatore ed eroe di guerra John McCain,  Cindy McCain: “Mio marito ed io abbiamo vissuto con un codice: prima il Paese. Siamo repubblicani, certo. Ma prima di tutto americani. C’è solo un candidato in questa corsa che può battersi per i nostri valori come nazione ed è Joe Biden”.

Trump, dopo un intervento all'Onu da record di brevità - dove ha chiesto di addebitare alla Cina le responsabilità della pandemia - ha fatto un comizio in Pennsylvania, altro Battleground State dove Cbs lo vede in svantaggio al 47% contro il 52% dello sfidante democratico. Mentre i morti negli Usa hanno superato la soglia dei 200 mila lui ha spiegato che l’unico errore dell’amministrazione è stato di pubbliche relazioni. “Se non avessimo agito bene, i morti sarebbero stati 2,5 milioni… è una cosa orribile, non sarebbe dovuto accadere. È stata colpa della Cina. Non dimenticatelo”. 

Trump è come un pendolo, oscilla fra il tribunale della Storia e quello della Corte Suprema. Quale sarà il verdetto?