Il muro di Trump sta dove lo aveva lasciato Obama

Il primo tweet sul proposito di una barriera al confine con il Messico risale a quattro anni fa. Quanta strada è stata fatta da allora?

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Guillermo Arias / AFP
 
Il muro al confine tra Stati Uniti e Messico

La prima volta che Donald Trump ne parlò era il 5 agosto del 2014. Sei parole lanciate via Twitter, le stesse che qualche mese più tardi sarebbero diventate una sorta di mantra e uno degli slogan vincenti della sua campagna elettorale: “Proteggete il confine! Costruite un muro!”.

Altri tempi: quattro anni e mezzo fa in pochi avrebbero scommesso sul suo futuro alla Casa Bianca e anche la popolarità social dell’imprenditore newyorchese era molto diversa da oggi. Il suo primo tweet sul muro raccolse 1.600 like appena. Quell’idea di una barriera che separasse il confine meridionale degli Stati Uniti dal Messico, e da tutto il centro e sud America, sarebbe però tornata fino a diventare il motivo per il quale da più di quindici giorni la pubblica amministrazione a stelle e strisce è parzialmente ferma, tecnicamente in shutdown.

Le mille miglia (di muro) promesse e mai realizzate

“Hanno costruito la Grande Muraglia Cinese che è lunga 13 mila miglia. Qua noi ne abbiamo bisogno di mille”. Così ragionava Donald Trump durante il comizio del 2 dicembre del 2015 a Manassas, in Virginia. Mille miglia, cioè poco più di milleseicento chilometri. La metà dei 3.169 km che rappresentano la linea di demarcazione tra Messico e Stati Uniti. Il resto sono “barriere naturali – spiegava The Donald – che non sono buone come un muro ma accettabili”. Da quel momento in poi, il candidato presidente si sarebbe prodigato nel fornire cifre indicative sul costo da sostenere per la costruzione: le sue stime hanno oscillato tra i 4 miliardi di cui parlava a settembre 2015 ai 20 twittati un anno fa, per poi scendere nuovamente a quota 15 a dicembre e finendo per chiederne 5,7 al Congresso: ipotesi respinta, poiché i dem ne offrono 1,3 per rafforzare la sicurezza senza aggiungere barriere fisiche.

Nel mezzo, in questi quattro anni e mezzo, tante parole e pochi fatti: dalla promessa che il muro sarebbe stato pagato “direttamente o indirettamente o tramite rimborsi a lungo termine” dal Messico, alle ipotesi tecniche di costruzione. Il muro, un tempo immaginato alto 30 piedi (poco più di nove metri), è nel frattempo cresciuto (raddoppiando fino a 60 piedi) e ha anche cambiato materiale, passando dal calcestruzzo all’acciaio attraverso l’ipotesi di tavole prefabbricate. Il tutto, ovviamente, sempre e solo sulla carta. Come scrive il New York Times, nemmeno un metro di nuovo muro è stato aggiunto alle 654 miglia esistenti da prima che Trump si insediasse a Washington. 

Un chiodo fisso che rischia di costargli caro

Il secondo anniversario da presidente degli Stati Uniti di Donald Trump, il prossimo 20 gennaio, cadrà nel momento forse più difficile da quando vive alla Casa Bianca: la Camera ha appena cambiato colore dopo le elezioni di midterm e ora è a guida democratica. I nemici di Trump non si nascondono però soltanto nel partito dell’Asinello; anche nel suo partito, sostiene il Nyt, c’è però qualche malumore per quanto riguarda il muro messicano: “Anche se la maggior parte dei repubblicani si rifiutano di dirlo pubblicamente per paura di far arrabbiare Trump – si legge - molti condividono l'opinione che il muro sia solo un pezzo, e neppure quello più importante, di un insieme più ampio di azioni necessarie per revisionare il sistema di immigrazione”.

Preferirebbero cioè che ci si concentrasse sulla “riduzione dell'immigrazione legale, su norme più severe per la concessione dello stato d’asilo e sull’applicazione delle regole”. Una riflessione che nasce anche dal dato, diffuso dal Center for Migration Studies nel 2017, secondo cui la maggior parte delle persone che vivono senza regolari documenti negli Stati Uniti non sono migranti giunti di nascosto attraverso i confini ma uomini e donne arrivati con visti temporanei e che, dopo la scadenza, hanno semplicemente continuato a vivere sul suolo statunitense.

Tempo di messaggi alla nazione

La sera dell’8 gennaio 2019 (nella notte italiana) Donald Trump si rivolgerà agli statunitensi in un messaggio alla nazione sul tema del muro. Diciassette giorni dopo lo shutdown, con 800 mila dipendenti che rischiano lo stipendio, l’inquilino della Casa Bianca tornerà alla carica spiegando perché, secondo lui, la barriera con il Messico è fondamentale. Per prepararsi all’atteso discorso, il quotidiano Usa Today ha stilato una lista di cose da sapere prima che Trump “inizi a vomitare menzogne”: dalla sensibile diminuzione del numero di attraversamenti del muro dal 2000 a oggi (erano più di un milione e mezzo a inizio millennio, sono stati 400 mila lo scorso anno), al modo in cui la maggior parte della droga, soprattutto eroina, arriva da sud: non portata da chi cerca di oltrepassare il muro, ma “di contrabbando a bordo di veicoli passeggeri o su mezzi che trasportano merci legittime”. 



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