Nikki e Kirstjen, il lato inflessibile dell'Amministrazione Trump

Una responsabile della sicurezza interna, l'altra ambasciatrice all'Onu. Più dure di Ivanka, più determinate di Donald

Nikki e Kirstjen, il lato inflessibile dell'Amministrazione Trump

Facile giocare sull'eterno contrasto bionda-mora: l'una ha chiare origini scandinave, finanche nel nome e nel cognome, come l'altra è indiana anche nel patronimico registrato all'anagrafe. Kirstjen Nielsen e Nikki Haley sono l'altra metà dell'Amministrazione Trump, quella meno di rappresentanza (che è Ivanka) ma di sostanza. Tanto che reggono, rispettivamente, l'ufficio per la sicurezza interna e la rappresentanza americana presso l'Onu. Vale a dire: potere effettivo, ed effettivamente esercitato.

Non è un caso che siano loro ad aver gestito l'uno-due della questione dei bambini latinos separati dai genitori e l'annuncio dell'uscita degli Usa dal'Ufficio per i diritti umani del Palazzo di vetro, dopo le critiche giunte dall'Onu per il trattamento di quei ragazzi. 

La cibernauta che non ama i migranti

Kirstjen Nielsen, 46 anni, guida il Department of Homeland Security (Dhs), creato dopo l’11 settembre 2001 per meglio coordinare gli sforzi della sicurezza interna. Avvocato, esperta di cybersicurezza, a chiamarla alla Casa Bianca lo scorso anno è stato John Kelly,  capo di gabinetto di Trump, ed il il New York Times prevedeva fin da allora, per lei, un futuro più che smagliante. Ma con il tempo si è rivelata essere troppo brusca e si è fatta qualche nemico, cosa facile in uno staff presidenziale noto per le guerre interne, le numerose dimissioni e i siluramenti.

Già al fianco di George W.

Per lei, comunque, c’è sempre un piano B, anche in caso di rovescio politico. Nielsen ha già lavorato all’Homeland Security per conto di George W. Bush: percorso che le ha poi permesso di fondare una sua società di consulenze, la Sunesis Consulting, dove si occupava proprio di questioni di sicurezza interna, cybersecurity e gestione delle emergenze.
Fin dal primo momento  si è occupata dei temi che contano, dal terrorismo ai tentativi di hackeraggi russi, alle nuove leggi che riguardano l’immigrazione, visto che per l’appunto è anche responsabile della protezione delle frontiere.

Pugno duro con i latinos, e non solo

A gennaio ha messo a punto un piano di revoca del permesso di soggiorno a circa 200mila salvadoregni che vivono negli Usa almeno dal 2001, anno in cui il loro Paese venne sconvolto da un terremoto e loro vennero accolti per motivi economici e umanitari.

Pochi giorni dopo annuncia l'eliminazione del bando sui rifugiati provenienti da 11 Paesi ad "alto rischio" ma anche che i controlli per coloro che chiedono asilo diverranno molto più stringenti. "E' di cruciale importanza sapere chi entra negli Stati Uniti", osserva, "Queste misure di sicurezza addizionali  renderanno più complicato lo sfruttamento del programma per i rifugiati da parte di personaggi pericolosi".

Ma i clandestini sono sempre di più

Altro annuncio il 4 aprile, quando di fronte alle telecamere fa sapere che Trump ha ordinato al personale della Guardia Nazionale di schierarsi al confine messicano per evitare l'ingresso di immigranti clandestini. La dura realtà, infatti, è che il numero dei clandestini, nonostante quasi due anni di restrizioni, è addirittura aumentato. Per lei, quindi, arriva il momento del rimbrotto.  

Nelle grazie poi in disgrazia e ritorno

A maggio, secondo il New York Times, lei avrebbe pensato di dimettersi dopo essere stata attaccata dal presidente Donald Trump durante un vertice di governo perché non sarebbe riuscita a rafforzare la sicurezza alle frontiere.

Questo forse spiega l’atteggiamento implacabile di questi giorni ed il suo terribile "Non chiederemo scusa per il lavoro che facciamo".

Donna, giovane, di origine indiane. Praticamente repubblicana

Il suo nome per intero è Nimrata Nikki Randhawa, coniugata Haley. Quarantasei anni, figlia di genitori immigrati dall'India, viene dalla Carolina del Sud ed è stata considerata l'astro nascente del Partito Repubblicano. Del resto è stata sette anni deputato al parlamento locale e al momento della nimna ad ambasciatrice all’Onu era al secondo mandato come governatrice del suo stato. In assoluto il più giovane governatore in carica .

Una scelta inaspettata

Una scelta, quella di Trump, che sulle prime ha sorpreso molti, dal momento che lei in passato lo aveva criticato duramente, attaccandolo per le sue affermazioni contro immigrati e musulmani, spingendosi fino a dire: "Lui è tutto ciò che non vogliamo da un Presidente". E durante le primarie lei aveva appoggiato prima Marco Rubio e poi Ted Cruz, tanto che l'aveva definita una governatrice "debole".

Goldwater con i tacchi alti

In effetti, più che della destra estrema populista Haley è sempre stata esponente dell’ala tradizionalmente conservatrice. Più Nixon che Sarah Palin, insomma, più Goldwater che non il Tea Party.
Dopo la vittoria di Donald Trump, comunque, le cose sono cambiate rapidamente. Ma non del tutto. Infatti è lei, a dicembre, che chiede che si ascoltino le donne che accusano il Presidente di averle molestate. E ancora ad aprile entra in rotta di collisione con il resto dell’Amministrazione su un tema altrettanto delicato, le sanzioni alla Russia.

Ma su Gerusalemme la linea è la stessa

L’intesa sulla politica estera, con Trump, è comunque eccellente. Su uno dei punti fondamentali, come qui rapporti con Israele e lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, si direbbe perfetta. È lei in persona a minacciare velatamente, prima di un voto all’Onu, che Washington avrebbe preso i nomi di quanti si sarebbero schierati contro il trasferimento (leggi: l’Europa).

Stessa cosa sull’altro fronte caldo del Medioriente, l’Iran. Il desiderio di limitare, se non spazzar via, l’influenza di Teheran nella regione è esattamente lo stesso. Ma ancor più dietro si nota un’altra tendenza, che ha accomunato negli anni la destra sovranista, quella tradizionale e il neoconservatorismo: quella all’isolazionismo.



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