Non solo guerra agli scafisti sui migranti: tutti i piani strategici dell'Italia in Africa

Salvini annuncia a Cernobbio: "Stiamo lavorando per fare un piano d'investimenti italiano in Africa". Geraci: "Possiamo giocare un ruolo enorme nella cooperazione con l’Africa grazie alle nostre eccellenze nell’agro-alimentare e nei macchinari: prodotti di cui i Paesi africani hanno bisogno”. Raggiunta l'intesa sull'accordo con Pechino per la collaborazione sui Paesi terzi. Il ruolo dell'Europa

Non solo guerra agli scafisti sui migranti: tutti i piani strategici dell'Italia in Africa 

Pezzo aggiornato lunedì 10 settembre

La missione del Sottosegretario Michele Geraci in Cina si è conclusa con il raggiungimento dell'intesa sul testo del Memorandum of Understanding negoziato da Mise e dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme cinese, la Ndrc, per la collaborazione tra Italia e Cina in Paesi terzi. L'accordo, informa una nota del ministero, è stato reso possibile solo grazie al costante dialogo condotto da Maeci, Ambasciata d'Italia in Cina e Mise, e rappresenta un primo importante risultato della neo-costituita Task Force Cina, voluta dal Ministro Di Maio e guidata dal Sottosegretario Geraci. Un primo esempio di come l'approccio sistemico porti a risultati concreti.  "Ringrazio - ha dichiarato Geraci - l'Ambasciatore Sequi e tutto il team dell'Ambasciata per aver assicurato la conclusione del negoziato, che prelude alla firma del Memorandum of Understanding da parte del Vice Presidente del Consiglio e Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio." In forza di tale Memorandum, Italia e Cina si impegnano a ricercare aree di cooperazione congiunta in Paesi terzi. Un primo obiettivo di questa nuova forma di collaborazione sarà l'Africa. In una intervista all'Agi, l'ambasciatore Sequi spiegava l'intenso lavoro della diplomazia per il raggiungimento di "specifiche intese per la realizzazione di progetti in Paesi terzI", anche nell'ambito dello Yanqi Lake, il raduno degli imprenditori italiano coordinato dall'ambasciata italiana, che aveva portato già alla firma di importanti accordi. 

Xi Jinping ha incontrato a Pechino i leader africani e ha stanziato un sostegno finanziario di sessanta miliardi di dollari per consolidare la cooperazione bilaterale. La Francia, che vede indebolita la sua influenza nel continente, rilancia donando un miliardo di euro (lo 0,55% del Pil). L’Europa è pronta a rispondere alla strategia cinese sull’Africa?

L’Italia un piano ce l’ha già: il governo propone di collaborare con la Cina, che costruisce grandi infrastrutture nell’ambito della Nuova Via della Seta, anche per arginare il flusso di migranti. “La Cina, che ha investito in Africa oltre 300 miliardi, offre all’Europa, e all’Italia in particolare, un’opportunità storica di cooperazione per la stabilizzazione socio-economica dell’Africa che non possiamo assolutamente lasciarci sfuggire”, aveva detto il sottosegretario in una intervista all’Agi alla vigilia della missione esplorativa in Cina, nell’ambito della sua Task Force Cina.

"Stiamo lavorando per fare un piano d'investimenti italiano in Africa. Stiamo lavorando per promuovere un volano in Africa, non perché siamo populisti o sovranisti, ma se altri non lo fanno dobbiamo farlo noi", ha detto oggi Matteo Salvini, nel corso del suo intervento al Forum di Cernobbio. Se a livello dell'Unione europea, ha fatto notare il ministro, "i soldi non li spendi i problemi non li risolvi". 

L'arrivo nella capitale cinese di Geraci ha coinciso con il Forum sulla Cooperazione Cina-Africa, che ha portato a Pechino i leader di 53 Paesi africani. Il sottosegretario, sfruttando anche le ore serali, ha incontrato i leader di Egitto ed Etiopia.

I piani dell'Italia in Africa. Con la Cina

In particolare, con il ministro delle Finanze e della Cooperazione dell’Etiopia, Admasu Nebebe, ha discusso di una possibile cooperazione nel settore agroalimentare e di sviluppo del tessuto imprenditoriale cinese.

L’Etiopia, la cui economia è in crescita da oltre dieci anni, è il paese in cui la Cina investito di più (insieme ad Algeria e Nigeria). Il nuovo primo ministro etiope, Abiy Ahmed, alla guida del Paese africano storicamente legato all’Italia, è impegnato nel delicato processo di pace con l’Eritrea. Priorità all’agenda economica, sulla quale l’Italia, anche insieme alla Cina, può avere un ruolo.  “L’Etiopia  - ci ha detto Geraci - ha una alta percentuale di residenti nelle zone rurali e sta cercando di compiere un processo di trasformazione del settore agricolo per dare un motivo economico a chi vive nelle zone rurali di non trasferirsi nelle zone urbane, che peraltro hanno un limite di accoglienza".

Geraci è diretto e punta alla cooperazione con le aziende italiane nel settore agroalimentare. 

Non solo guerra agli scafisti sui migranti: tutti i piani strategici dell'Italia in Africa 
 Africa

"L’Italia può giocare un ruolo enorme nella cooperazione con l’Africa grazie alle nostre eccellenze nell’agro-alimentare e nei macchinari: prodotti di cui i Paesi africani hanno bisogno”, dice. Di più. “Se l’Italia si mostra in Africa parte attiva sulla filiera dell’agroalimentare in cooperazione con la Cina, questo diventa anche un modo per fare marketing delle nostre eccellenze in un mercato ancora più importante, quello cinese”.

In altre parole, nella visione del governo italiano, la cooperazione in Africa è importante per perseguire due obiettivi.

Il primo: stabilizzare la situazione socio-economica, un filone in cui possiamo inserirci giacché l’Africa ha bisogno di cose che l’Italia può offrire, tra cui agricoltura, sicurezza alimentare, macchinari agricoli, e società che costruiscono infrastrutture in giro per il mondo. "L'Italia può aiutare l'Africa ad aumentare il benessere economico e sociale a partire dalle industrie che impiegano capitale umano: agricoltura, infrastrutture, estrazione di risorse naturali". 

Il secondo: fare bene in Africa può diventare un biglietto da visita per fare le stesse cose in Cina.

Cosa ha proposto Xi all’Africa. In dettaglio

Il presidente cinese ha promesso nuovi aiuti finanziari all'Africa per sessanta miliardi di dollari e l'azzeramento del debito contratto con Pechino da parte dei Paesi più poveri del continente a partire dalla fine del 2018, scrive l’agenzia Xinhua. Il pacchetto di sostegno finanziario servirà per lo sviluppo di otto iniziative di collaborazione in diversi campi, che vanno dalla sicurezza, alle infrastrutture, alla sanità, fino allo sviluppo di tecnologie verdi e alla protezione dell'ambiente e delle specie protette. Il rinnovato impegno si aggiunge alla promessa di aiuti per altri sessanta miliardi di dollari formulata dallo stesso Xi a Johannesburg, in Sudafrica, nel 2015, in occasione del precedente summit tra la Cina e i Paesi del continente.

Nello specifico, i sessanta miliardi di dollari si comporranno di quindici miliardi di dollari in aiuti, prestiti a interessi zero e prestiti agevolati; una linea di credito da venti miliardi di dollari; dieci miliardi di dollari destinati al fondo per lo sviluppo Cina-Africa, e cinque miliardi di dollari in un fondo speciale per le importazioni dall'Africa. Altri dieci miliardi di dollari verranno, invece, dalle imprese cinesi, che saranno incoraggiate a fare investimenti in Africa non inferiori a questa cifra nei prossimi tre anni.

"La cooperazione tra Cina e Africa", ha detto Xi, "deve dare ai cinesi e agli africani benefici tangibili e successi che possono essere visti e sentiti". "L'amicizia tra Cina e Africa passerà da un generazione all'altra e Cina e Africa lavorando assieme costruiranno una comunità dal destino condiviso", tema, quest'ultimo, insieme alla cooperazione win-win, tra i più cari al presidente, e spesso ripreso dai media di Pechino.

Un po’ di numeri. La Cina è il primo partner commerciale dell'Africa e uno dei suoi più importanti investitori. Il volume di scambi è pari a 180 miliardi di dollari annui. La Cina ha creato 900 mila posti di lavoro in Africa; ha inviato nei Paesi africani più di 25 mila medici che hanno fornito assistenza sanitaria ad oltre 300 milioni di persone. 

Xi ha parlato di fronte alla comunità d'affari africana, giunta al seguito delle delegazioni politiche, a sostegno dell'iniziativa di connessione infrastrutturale Belt and Road, da lui stesso lanciata nel 2013, per la connessione di Asia, Europa e Africa. Quelli a guida cinese, ha detto, non sono progetti "narcisistici" e sono mirati a porre rimedio ai più grossi rallentamenti nello sviluppo. La cooperazione tra Cina e Africa, ha detto Xi, "non ha precondizioni politiche", perché la Cina "non interferisce negli affari interni africani e non vuole imporre la propria volontà” sul continente (un concentto riassunto nella “strategia dei cinque non”).

Il Forum ha visto l'approvazione della "Dichiarazione di Pechino" e del "Piano d'Azione di Pechino 2019-2021" che hanno delineato le nuove linee guida per la cooperazione sino-africana. 

L’Ambasciatore cinese in Italia, Li Ruiyu, in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore, oltre a spiegare in costa consiste la strategia di Xi dei “cinque non” e le "8 Nuove Grandi Azioni" proposte dalla Cina al Forum, ha detto che l’alleanza strategica tra Cina e Africa può dare un ruolo anche all’Italia. “Sviluppare ulteriormente la cooperazione a tre parti - Cina-Italia-Africa - può avere un valore importante per la promozione dello sviluppo africano”, ha scritto. “La Cina è pronta, nel rispetto della volontà dell'Africa e sulla base dei concetti di apertura, inclusione, cooperazione e mutuo vantaggio, a sviluppare il potenziale della cooperazione a tre parti e raggiungere un risultato finale superiore alla somma delle sue parti, per lo sviluppo comune”.

Un principio che si sposa perfettamente con il piano di Geraci.

Non solo guerra agli scafisti sui migranti: tutti i piani strategici dell'Italia in Africa 
 Xi-Jinping (Afp)

L’Europa che ruolo può avere?

“Sono molte le aziende italiane presenti nel continente”, spiega all’Agi Marco Marazzi, presidente di Easternational. “Quando i cinesi sviluppano progetti infrastrutturali, lasciano poco spazio a eventuali partner non cinesi, a meno che non siano locali”. Cioè? “Il punto è che gran parte dei progetti vengono finanziati dalle policy bank cinesi (China Import Export Bank, China Development Bank, ecc.) che impongono requisiti di contenuti minimi cinesi. Una cosa del tutto normale: anche le agenzie di export europee, in cambia di un finanziamento, chiedono l’acquisto di una percentuale di beni europei".

Così l’unico modo per entrare in questi progetti è partecipare come sub-appaltatore dell’appaltatore principale, che sarà cinese se il progetto è finanziato da Pechino. “In Africa, dove le aziende locali non sempre hanno un livello tecnologico avanzato, le nostre aziende possono essere favorite, perché operano nel continente da molto tempo. Allora magari nella costruzione di una ferrovia, l’appaltatore potrebbe assegnare a una nostra azienda la fornitura della segnaletica, per fare un esempio. Certo, non è il massimo aspettare e sperare in un subappalto. Sono briciole rispetto all’altro potenziale, che vedo mancante”.

Quale? “L’Unione Europea, attraverso le sue banche dedicate agli investimenti, potrebbe iniziare a sviluppare progetti anche al di fuori dell’Europa. Si dovrebbe fare un accordo, anche livello bilaterale con la Cina, per co-finanziare i progetti in Africa, per assicurarci una fetta del valore”.

Poi esiste la terza soluzione, più strategica.  “Un piano a livello europeo in cui offrire all’Africa condizioni simili a quelle cinesi”. Sembra facile. “Bisogna farlo attraverso le istituzioni finanziarie destinate alla cooperazione e allo sviluppo, come ad esempio alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD). Occorre rivedere tutti i meccanismi”.

Un tema che Marazzi affronta nel suo ultimo libro, “Intervista sulla Cina”, (a cura di Luca Ciarrocca, Gangemi editore), dove un intero capitolo è dedicato alle opportunità delle aziende italiane ed europee nell’ambito della Nuova Via della Seta. “Va anche ripensato il ruolo di istituzioni nel Vecchio Continente come la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), il Fondo Europeo per Investimenti Strategici (FEIS) e la rafforzata EBRD che già da tempo è presente in molti Paesi Bri", scrive. "Perché non dare a queste istituzioni anche un ruolo più aggressivo di finanziamento di progetti di aziende europee nei Paesi che partecipano alla Bri? Tra i passi possibili, potrebbe essere lanciata un’agenzia per il credito all’export europea che abbia una potenza di fuoco ben maggiore delle singole agenzie nazionali”.

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