L'economia britannica ha paura del 'no deal'

Sono numerose le aziende che stanno valutando di lasciare la Gran Bretagna qualora la Brexit si concluda senza un accordo

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Non ci sarà, per ora, una mozione in favore di un secondo referendum sulla Brexit: i deputati sostenitori della campagna People's Vote hanno ammesso di non avere i numeri per farla passare in Parlamento e sperano che si tratti soltanto di un rinvio. Con lo stallo che prosegue, a tenere banco è la paura di un no deal, che accresce anche i timori di un esodo delle grandi imprese dal Regno Unito. L'Italia, ha rivelato il ministero dell'Economia e delle Finanze, ha predisposto le misure necessarie per garantire la piena continuità dei mercati e degli intermediari in caso di recesso del Regno Unito dall'Unione Europea senza accordo". Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha avvertito che le lunghe trattative sulla Brexit rappresentano un rischio per la crescita economica.

I colossi che si preparano al trasloco

Intanto Airbus si è unita alla lista di coloro che stanno valutando di lasciare la Gran Bretagna in caso di Brexit senza accordo con Bruxelles. Il gigante aerospaziale fattura 6,9 miliardi di euro all'anno in Gran Bretagna e secondo il presidente, Tom Enders, la situazione attuale di incertezza ha portato il settore aerospaziale britannico sull'orlo del precipizio. Già diversi i marchi eccellenti che hanno deciso di trasferire il proprio quartier generale: dalla Sony, che ha optato per l'Olanda, alla Dyson (del miliardario Sir James grande sostenitore della Brexit) che volerà a Singapore. La compagnia di navigazione P&O ha annunciato che la sua intera flotta di traghetti che attraversa la Manica verrà registrata sotto la bandiera cipriota, deponendo i vessilli britannici.

Chi non fugge si prepara al peggio: Ford Motor ha fatto sapere che un no deal potrebbe costare 800 milioni di dollari solo nel 2019. La Bentley sta facendo scorta di materiali. come pure i rivenditori Dixons Carphone e Pets at Home che ammassano scorte in caso di blocco dei porti britannici. Scenari che non fanno altro che aggiungere pressione alla premier, Theresa May, che ieri ha incontrato i principali dirigenti sindacali del paese per cercare di raccogliere il sostegno al suo piano di divorzio dall'Ue.

L'Europa intanto continua a chiedere al regno Unito di "chiarire la sua posizione nei prossimi giorni" e al governo di May di "lavorare con tutti i partiti politici alla Camera dei Comuni per superare questo stallo". La richiesta arriva dal gruppo di coordinamento del Parlamento Europeo, che ha annunciato che senza il backstop per evitare il ritorno della frontiera fisica tra Irlanda e Irlanda del Nord, "non darà il suo consenso all'accordo di ritiro" di Londra dall'Unione Europea.



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