È ancora in corso l'identificazione delle vittime del disastro dell'Ethiopian Airlines

L'area non è circoscritta e c'è il rischio di inquinamento delle prove. Due società inglesi si occuperanno dell'analisi del dna

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MICHAEL TEWELDE / AFP
La zona vicino a Bishoftu, 60 chilometri da Addis Abeba, dove è caduto il Boeing 737 della Ethiopian Airlines

Entro ottobre saranno pronti gli esami sui campioni estratti dai reperti raccolti sul luogo in cui lo scorso 10 marzo è precipitato il Boeing 737 della Ethiopian Airlines. Nel disastro aereo sono morte 157 persone, tra cui otto italiani. Accertate le responsabilità della Boeing, uno studio legale ha presentato una class action avviata da dieci famiglie canadesi e proprio oggi la Federal Aviation Administration ha segnalato ulteriori problematiche. Ma nel paese l’obbiettivo è l’identificazione delle vittime. Quanto accaduto ha scosso il paese che adesso vuole far memoria di un episodio che ne ha già segnato la storia.

Tra le 157 vittime c'era anche l'allora assessore ai beni culturali della Regione Siciliana, Sebastiano Tusa e in questi giorni una senatrice di Forza Italia, Urania Papatheu, ha accesso i riflettori su alcuni punti oscuri del disastro, attraverso un'interrogazione al Ministero degli Esteri. “È stato constatato che l’area è abbandonata, non circoscritta ed è accessibile a tutti – continua l'interrogazione -, con il rischio di inquinamento delle flebili prove da comparare per il dna. Nel frattempo il governo etiope ha bloccato le visite dei familiari e contestualmente chiuso le ricerche sulle cause del disastro. Non è umanamente accettabile che alla famiglia del professore Tusa, al pari delle altre, rimanga solo un sacchettino di terra, a fronte delle tante ombre sul disastro". 

Alle operazioni coordinate dall’Interpol hanno partecipato le unità presenti in ogni paese membro. Compresa la Polizia italiana che ha contribuito al riconoscimento delle vittime. Si tratta di un team Dvi (Disaster Victim Identification) composto da sei unità che, alternandosi, è rimasto per un mese ad Addis Abeba occupandosi della raccolta dei reperti e della codificazione. Alcuni di loro hanno paragonato le conseguenze del disastro a quelle delle Stragi di Capaci e via D’Amelio che causarono la morte ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel corso della loro permanenza in Etiopia hanno anche collaborato con le autorità etiopi che in quei giorni – in seguito ad alcune richieste veicolate dall’Interpol - sono tornate sul luogo del disastro per riprendere la raccolta di reperti.

Nei primi interventi erano stati prelevati quelli più significativi, dai resti umani ai rottami del velivolo. Ma nelle settimane successive, quando sul luogo (poco fuori la città di Bishoftu, a sud-est di Addis Abeba ndr) sono passati familiari, funzionari delle ong e diplomatici vari, partirono delle richieste di “approfondimenti nella raccolta di elementi” all’Interpol. “Sono stata li con i familiari di due delle vittime e ho trovato numerosi reperti interessanti”, racconta Elisa, una ragazza italiana in servizio in un organizzazione non governativa, “ho preso un quaderno e aprendolo c’era il nome di uno dei miei amici morti nell’incidente: lo darò ai suoi familiari”.

I campioni di reperti, estratti dai team di esperti (compreso il Dvi della Polizia italiana), sono stati affidati a due società inglesi che si stanno occupando delle “analisi genetiche sui reperti”: Blake emergency services e Cellmark. L’impegno del primo ministro Abiy Ahmed e della compagnia aerea Ethiopian Airlines è quello di far memoria della strage e delle vittime, tra l’altro appartenenti a religioni diverse tra loro. Anche per questo a breve sarà online un sito riservato ai familiari delle vittime, con login d’accesso, per riconoscere alcuni degli oggetti ritrovati sul luogo della strage.



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