Vocabolario minimo per capire il dibattito su link tax e riforma del copyright

Di Maio ha aperto un dibattito accesissimo in Italia sulla riforma Ue del diritto d'autore. Breve guida ad alcuni termini entrati all'improvviso nel dibattito pubblico, come snippet, value gap, safe harbour, copyright e link tax 

Vocabolario minimo per capire il dibattito su link tax e riforma del copyright 

Prima che il ministro Luigi Di Maio ne parlasse all’Internet day di Agi lo scorso 26 giugno, l’opinione pubblica era quasi del tutto ignara che l’Europa stesse per varare una riforma del diritto d’autore. Il tema aveva ricevuto pochissima attenzione sui media, anche perché piuttosto complesso e apparentemente lontano dalla vita di tutti. Non è così. Cambia tutto dopo le parole del vicepremier e il dibattito comincia e si polarizza su termini, temi, materie fino a pochi giorni ad uso esclusivo di un ristretto numero di addetti ai lavori. Intanto si avvicina la data del voto del parlamento europeo: si voterà il 4 luglio. Ed è diventato subito chiaro che questa riforma è davvero importante, con possibili conseguenze dirette su interi settori industriali, sulle persone che ci lavorano e non da ultimo sul diritto di tutti all'informazione. 

Perché una riforma del diritto d'autore

Al centro di un po' tutta la questione c’è il tema del compenso di chi è titolare dei diritti di opere intellettuali.

Piccolo passo indietro. Nel 2016 la Commissione Europea e il Parlamento cominciano a discutere una proposta di riforma del copyright. Il motivo è che il legislatore europeo ritiene di dover correggere un vuoto legislativo che ha consentito alle piattaforme che ospitano contenuti caricati dagli utenti (come YouTube) di evitare di pagare una licenza equa per i contenuti creativi (musica, film, libri, spettacoli tv), generando danni all’industria culturale. Non solo. Con la stessa riforma l’Europa vorrebbe tutelare l’altra industria messa in difficoltà da Internet: quella dei media visto che su Internet l’informazione è quasi esclusivamente gratuita e ad oggi, nonostante il pubblico dei lettori sia diventato enorme, non si è riusciti a trovare un modello sostenibile.  

Per risolvere questi problemi si è deciso di muoversi con due articoli. Sono quelli al centro delle polemiche di questi giorni: 11 e 13, il pacchetto che sarà votato mercoledì. E tutto ruota intorno ad alcuni termini chiave, quasi sempre in inglese, con cui familiarizzare è necessario per capire la portata della questione.

 

L'articolo 13: la riforma che riguarda i contenuti artistici
 

Breviario: Copyright - Gap value - Safe harbour

L’articolo 13 è quello che riguarda il diritto d’autore per opere artistiche caricate dagli utenti sulle piattaforme, e quella che ha acceso maggiormente il dibattito tra favorevoli e contrari. L’obiettivo è risolvere quello che viene chiamato “value gap”, ovvero la discriminazione remunerativa che esiste nel mondo dello streaming tra quanto versano piattaforme come YouTube e altri servizi come ad esempio Spotify (la prima paga circa 20 volte di meno).

Finora queste piattaforme hanno goduto di una parte del regime che regola le piattaforme dell’ecommerce (Safe Harbour, porto sicuro) che prevede, tra le altre cose, che il responsabile dei contenuti sia chi carica il contenuto e non chi lo ospita, il quale deve solo rimuoverli in caso violino le norme sul copyright. Ma l’enorme numero di contenuti caricati ogni giorno (su Youtube si caricano 400 ore di audio/video ogni minuto) rende sempre più difficile il controllo di tutto il materiale.

Cosa cambia?

La direttiva richiede alle piattaforme di creare un filtro automatico, un algoritmo, in grado di verificare tutti i contenuti caricati prima della loro pubblicazione, controllare che non siano stati violati i copyright e, se si, impedirne la pubblicazione. Se il parlamento dovesse approvarla queste piattaforme dovrebbero inoltre ottenere una licenza per i contenuti di copyright per fine di generare un equo ritorno economico ai creatori. E pubblicare solo contenuti da parte di utenti che abbiano acquistato la licenza. 

Su cosa si dibatte? Censura e remunerazione

Favorevoli. Per i difensori della direttiva è un buon modo per garantire che i prodotti dell’ingegno condivisi sulle piattaforme abbiano una degna ricompensa (oggi ogni visualizzazione di un video musicale YouTube viene pagato in media 0,0007 centesimi di euro). Non penalizza il commercio elettronico e non ha a che fare con la censura perché non impedisce non prevede il consenso per la pubblicazione di un contenuto, ma solo che chi lo carica sia autorizzato a farlo. Inoltre il testo al parlamento, quello emendato, non prevede alcun obbligo di sorveglianza delle informazioni e prevede che tutto ciò che non violi la legge non abbia alcun freno alla pubblicazione. 

Contrari. Di avviso opposto i suoi detrattori, che, pur condividendo la necessità di fare in modo che le opere d’ingegno abbiano più tutele e compensi, temono che il filtro automatico trasformi Internet da una piattaforma aperta alla condivisione a uno strumento di sorveglianza automatizzata e di controllo degli utenti. Il filtro automatico inoltre sembra essere al momento una tecnologia piuttosto imperfetta e questa imperfezione potrebbe fare in modo che vengano bloccati anche i contenuti che non violano norme sul copyright. Non da ultimo, dotarsi di un filtro è dispendioso e a potrebbero farlo in tempi utili e in maniera più efficiente solo i big del settore, penalizzando le realtà medio piccole e le aziende europee. Senza contare che un filtro, un algoritmo, al momento non sembra essere in grado di capire la differenza tra satira e invettiva, diritto di cronaca e violazione della legge. 

 

L'articolo 11, quello che riguarda gli editori e il giornalismo online

L’articolo 11 riguarda più da vicino il mondo dell’informazione e dei media. E il legislatore si propone di difendere un principio analogo: quello che il lavoro giornalistico che va in rete venga in qualche modo remunerato dalle grandi piattaforme che aggregano contenuti.

Breviario: snippet

Prevede questo: chiunque voglia pubblicare un link e/o uno snippet  (si chiama così l’estratto di due righe che segue il link pubblicato dai motori di ricerca e dagli aggregatori per anticipare all’utente il contenuto di una pagina web. Quando noi cerchiamo ad esempio in rete “reddito di cittadinanza” lo snippet è composto dal titolo, generalmente in blu, e dalle prime tre, quattro righe di tutti gli articoli che noi visualizziamo, siano essi di giornali, di blog o di contenuti di wikipedia ndr) avrà bisogno di un’autorizzazione da parte dell’editore del contenuto linkato e/o citato e dovrà pagare a quest’ultimo un compenso.

Link tax, che non è una tassa, né una tassa sui link

Questo consenso viene, piuttosto erroneamente, chiamato link tax, una tassa per poter ospitare un link e mostrarne anche l’assaggio di un suo contenuto. Il termine è sbagliato. Si tratta di una definizione giornalistica ma non è una tassa, e nemmeno una tassa sui link, ma un’altra forma di equo compenso per retribuire gli editori (quindi il lavoro giornalistico dei propri dipendenti) per l’utilizzo di un’opera protetta da diritto d’autore. Per poter indicizzare articoli giornalistici e permettere la visualizzazione dell’anteprima (snippet) i motori di ricerca dovrebbero pagare le testate, probabilmente sotto forma di abbonamenti.

Di cosa si discute?

Favorevoli. Per gli editori è un buon modo per aumentare il fatturato dei contenuti messi online, spesso gratuiti, e quindi fare in modo che arrivino soldi alle casse che pagano il lavoro giornalistico. Certo, non risolverebbe il problema del modello di business dell’online, ma sarebbe qualcosa.

Casi. In Spagna è già stato fatto nel 2014, e questo ha portato alla scomparsa di Google News, principale indiziato insieme a Facebook di sfruttare i contenuti dei giornali per generare traffico e trattenere le persone sulle loro piattaforme, senza pagare nulla. Stessa cosa in Germania, dove però Google News è rimasto ma solo per far visualizzare titolo e foto, senza anteprima del contenuto.

Contrari. Per i detrattori della riforma questo articolo in realtà più che favorire i grandi editori, penalizza i più piccoli e potrebbe portare paradossalmente ad una minore possibilità di avere una corretta informazione online. Google, per esempio, potrebbe decidere di non scendere a patti degli editori e di non pubblicare sui propri aggregati di notizie gli articoli provenienti dalle grandi testate, spesso sinonimo di autorevolezza. Oppure, di contro, Google potrebbe trovare accordi solo con i grandi gruppi penalizzando quelli più piccoli e penalizzando il pluralismo dell’informazione.

Twitter @arcangeloroc



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