Ci sono poveri così poveri che nemmeno sanno che esiste il reddito di cittadinanza

Pasquale Tridico, presidente dell'Inps, illustra i numeri della misura introdotta dal governo messi a confronto con i dati dell'Istat. Meno di un milione di domande per 5 milioni di indigenti

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Minichiello / AGF
Pasquale Tridico

Se è vero che il reddito di cittadinanza ci dice quanti sono davvero i poveri in Italia, quanti sono davvero i poveri in Italia a due mesi dall’avvio delle domande per ottenere il reddito? Con un’intervista che Il Fatto Quotidiano mette in apertura della prima pagina sotto il titolo “Il Reddito è un record. Siamo a 2 milioni di poveri in 2 mesi”, il Presidente dell’Inps Pasquale Tridico annuncia che “le domande di reddito di cittadinanza sono 950.000 in meno di due mesi. Per il Rei, nel primo mese erano solo 80.000. C’è un tasso di rifiuto del 25 per cento, ma avranno il reddito circa 750.000 famiglie. E le domande cresceranno ancora”.

Soddisfatto perché “ricevo mail di persone che per la prima volta si sentono aiutate dallo Stato” e “Ridare speranza è già una politica attiva del lavoro”, Tridico spiega anche che “il Rei aveva il 70 per cento di domande al Sud, il reddito di cittadinanza il 53”. Quanto alla distribuzione nazionale “è omogenea” aggiunge il Presidente Inps: “anche nelle periferie delle zone ricche del Nord ci sono molti poveri che spesso devono pure pagare l’affitto. I poveri nel Sud, invece, dispongono quasi sempre di una casa, infatti la percentuale di chi prende il contributo pieno è bassa. In media, il reddito di cittadinanza pagato è di 520 euro”.

Eppure, c’è anche chi riceve poche decine di euro, obietta l’intervistatore. “Qualcuno ha avuto 40 euro. Era il massimo con la vecchia carta acquisti introdotta da Tremonti. Ora è il minimo. É un passo avanti. Se qualcuno, sulla base dei criteri, ha diritto a pochi euro di integrazione, l’Inps ne paga comunque almeno 40. Lo stabilisce la legge. Qualche migliaio di persone - il 5 per cento - è in questa situazione, ma non sono i poverissimi” risponde Tridico. Quei 40 euro, perciò, possono considerarsi come un “reddito di base” anche se per il futuro auspica “minimi differenziati per categoria”.

Per esempio, spiega Tridico, “un basic income per giovani in percorsi di studio sulle arti e la cultura che offrono carriere incerte. Un Paese fondato sulla cultura ha bisogno di quelle professionalità: mi risulta ci sia un progetto di dare 400 euro al mese per due anni ai giovani che finiscono studi di laurea o di diploma in architettura, di arti performative o comunque legati al patrimonio artistico e culturale”.

Calcola l’intervistatore: le domande di reddito sono vicine al milione e considerando la dimensione della famiglia media si arriva a 2,75 milioni di persone. E domanda: dove sono gli altri poveri se per l’Istat quelli assoluti sono 5 milioni? Tridico risponde che “la legge sul reddito è stata convertita in Parlamento da poco più di un mese” e “ci vuole tempo”.

”La povertà  - prosegue – è difficile da raggiungere. Ora lanceremo un’iniziativa con camper e gazebo per cercare i poveri là dove sono, dalla stazione Termini alla Comunità di Sant’Egidio, presso le mense. Si chiamerà ‘Inps per tutti’. I poveri sono emarginati, molti non sanno neanche cos’è un Caf o un Isee. Li aiuteremo a fare domanda e, se hanno i requisiti, ad avere il reddito”.

Insomma, il Decreto dignità ha prodotto i risultati sperati? Per il Presidente dell’Inps la risposta è “bilancio è positivo oltre ogni aspettativa”, tanto più che “in tempo di bassa crescita, l’occupazione tiene e stiamo ricomponendo il mercato a favore del lavoro stabile, solo nei primi due mesi del 2019 abbiamo avuto oltre 200.000 contratti stabili in più. Sia trasformazioni che nuove attivazioni. Il tasso di disoccupazione è stabile”.

Se gli occupati sono tuttavia tornati al livello del 2008, resta però il fatto che gli italiani continuano a lavorare per 2 miliardi di ore in meno l’anno. Cosa significa? Che si sta già applicando lo slogan caro a Tridico “lavorare meno, lavorare tutti”? chiede l’intervistatore. Risposta di Tridico: “Quei due miliardi di ore vanno recuperati. Ma il progresso tecnico produce guadagni di produttività che vanno redistribuiti, sotto forma di salario o di tempo libero. In Italia non si introducono riduzioni di orario di lavoro dal 1970. Eppure da allora c’è stato grande progresso tecnico. Le forme possono essere diverse, dallo smart workig, agli incentivi di conciliazione tempo libero-lavoro, al tempo per formazione, fino alle riduzioni per legge come in Germania”.

Dulcis in fundo, e il salario minimo a che punto è? “C’è un disegno di legge al Senato in stato avanzato.La misura è giusta e necessaria in virtù della frammentazione della contrattazione sindacale, del dumping al ribasso dei salari. E il salario minimo sarà integrato con la contrattazione collettiva dei sindacati che, dove esiste, prevale. Come in Germania” è la risposta.



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