Il reddito di cittadinanza ci dice quanti sono davvero i poveri in Italia

Il Corriere fa una lunga analisi dei dati sulle richieste arrivate nel primo mese dal varo della misura e dai conti che ne vengono fuori emerge una netta discrepanza tra il quadro dipinto dalle statistiche e il Paese reale

reddito cittadinanza poveri

Il reddito di cittadinanza? "Un vero censimento della povertà". Lo scrive stamane Dario Di Vico sul Corriere della Sera in un articolo che fa il punto sul "perché ci sono meno richieste" per il reddito ai poveri. In quanto l’operazione che nel mese di marzo ha portato circa 800 mila cittadini "a presentarsi ai Caf o alle poste o inoltrare domanda" di sussidio "probabilmente ridimensionerà la cifra monstre di 5 milioni di poveri stimata dall’Istat".

Del resto, parlando da studioso più che da neopresidente dell’Inps, Pasquale Tridico qualche giorno fa nell’intervista al quotidiano di via Solferino sul reddito di cittadinanza era stato chiaro: "andrà valutato per quante persone sottrarrà alla povertà e non solo per quante ne collocherà al lavoro". Non è una distinzione di poco conto. Cioè, per essere precisi, 'poveri' non 'disoccupati'.

Analizza Di Vico: «E a scandir e la differenza si staglia un numero che deve far riflettere: i giovani usciti dalla famiglia d’origine che hanno presentato richiesta è attorno appena al 7%». Cosa aveva detto Tridico al Corriere il 14 aprile? In sintesi il ragionamento era questo: "Sappiamo che l’Inps ha già ricevuto all’incirca 820-840 mila domande e che il tasso di accoglienza — in base al primo campione scrutinato pari a tre quarti del totale — è del 75%. Quindi alla fine avremo poco più di 600 mila sussidi già bollinati. Stiamo parlando di domande presentate a nome di altrettante famiglie e non di singoli individui. Per ottenere il numero complessivo delle persone che potranno beneficiare della prima emissione della nuova card del welfare bisogna moltiplicare quel numero per 2,75, il numero medio di componenti delle famiglie titolate a ricevere il Reddito in base alla relazione tecnica allegata alla legge. Risultato: 1,650 milioni di persone". "La distanza con i 5 milioni di poveri è siderale" chiosa Di Vico. E, in ogni caso, si dall’inizio del dibattito sul “Reddito” è sempre stato dichiarato che avrebbe interessato "circa il 70% dei poveri assoluti dell’Istat". Dunque?

Di calcolo in calcolo, prendendo il numero stimato dall’Inps di potenziali beneficiari (1,3 milioni di famiglie) e moltiplicandolo per il coefficiente di 2,75 "arriviamo comunque fino a 3,5 milioni di poveri" conteggia il giornalista, che precisa: "Non più su". Pertanto una prima analisi dei dati, ci avvisa anche "stiamo parlando delle famiglie mobilitatesi nel solo primo mese di raccolta delle domande", i Caf "hanno però già calendarizzato per aprile 100 mila appuntamenti con altrettanti capofamiglia potenziali beneficiari".

Terza e ultima allerta, è che tra i beneficiari possibili del provvedimento "non rientrano tra i beneficiari alcuni segmenti, a cominciare da un discreto numero di immigrati che non risiedono in Italia da almeno 10 anni (80 mila secondo la stessa relazione tecnica)". Ma oltre agli stranieri, resterebbero fuori beneficio e dunque anche conteggio, "un folto gruppo di nuclei familiari del Nord sottoposti a un costo della vita più alto e tagliati fuori da soglie di accesso rigide e omogenee e, soprattutto, le famiglie con 4 o più componenti per colpa di un meccanismo che ha privilegiato i single e le famiglie leggere". Risultato?

La prima conclusione è che ci sarebbe una notevole differenza tra "povertà statistica" e "povertà dichiarata", ciò che fa scrivere al giornalista che esiste "una distanza che spinge a riprendere il dibattito sulla misurazione dell’indigenza e sulle 'tre povertà' — copyright LaVoce.Info — per sottolineare come esistono più metodologie di monitoraggio e nessuna è perfetta".

Pertanto "la povertà relativa è una misura standard adottata dalla Ue che indica come povere tutte le famiglie il cui reddito è inferiore al 60% di quello mediano" mentre per tradizione l’Istat usa un altro criterio di povertà assoluta che prende come riferimento i consumi, identificati in un paniere di beni e servizi ritenuti essenziali e misura gli scostamenti". E questo finisce per produrre anche differenze di calcolo, anche nei tempi del medesimo calcolo.

C’è però un rischio, ed è quello che a rimanere esclusi trasversalmente siano proprio i "veri ultimi", quelli che pagano la mancata informazione da parte dei Comuni, il canale con cui gli indigenti sono abituati a dialogare. E sono coloro i quali fanno riferimento a un terzo indice di valutazione del 'Reddito' e che fanno capo alla voce "grave deprivazione materiale" e che sono il frutto di un’indagine a campione (70 mila individui in Italia). Cioè coloro i quali devono rispondere a domande come "si può permetter e una lavatrice?", "e un’auto?" o può andar e "in vacanza una settimana l’anno lontano da casa?". Domande che in molti contestato perché non utili a fotografare realmente il disagio.

Conclude Di Vico: "Con i dati provenienti dalle domande per il Reddito probabilmente faremo un passo in avanti sulla strada del 'conoscere per deliberare', perché avremo un monitoraggio della povertà più veritiero. Diminuiranno i decibel delle risse sui-poveri-ma-non-per-i-poveri tipiche dei talk show, ma ce ne faremo una ragione".

Sulla stessa pagina, Antonio Polito si chiede mai "in una Repubblica a lungo dominata dai cattolici e dai comunisti" questo sia «"l primo intervento contro la povertà", anche se in realtà – annota contemporaneamente – "aveva cominciato il governo Gentiloni, ma troppo tardi, a fine legislatura, e troppo poco, due soli miliardi".

"Per la sinistra, alla povertà doveva pensarci il lavoro. Per i cattolici, doveva pensarci la famiglia. La tradizione politica italiana non ha così mai elaborato una cultura del Welfare universale, di tipo nordico, che stende una rete sotto la quale nessun cittadino può cadere" rileva Polito, che subito dopo aggiunge: "La sinistra, sindacato compreso, non ha capito l’importanza di stendere questa rete". E così, pur rilevando che "è difficile che 520 euro medi a famiglia mettano fine alla povertà" è pur tuttavia vero che "salvare chi sta cadendo non è solo un dovere morale, è anche un affare per la società".

Morale? "Non può prosperare un Paese con molti poveri e pochi occupati. Ma immettere nel circuito virtuoso del lavoro chi è ai margini della società richiede una politica sociale, della formazione e dell’istruzione, di cui questa maggioranza non ha finora mostrato di avere neppure un’idea. Passate le europee, e incassato il dividendo politico, c’è speranza di parlarne?" si domanda l’editorialista. 

 



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it