Intel teme che qualcuno possa trovare nuove falle nei processori

Il motivo, ha spiegato il Ceo Krzanich, è che l'attenzione mediatica può ingolosire 'soggetti terzi', compromettendo i risultati 

Intel teme che qualcuno possa trovare nuove falle nei processori
 (Afp)
Brian Krzanich, Ceo di Intel

Il mercato se ne infischia della sicurezza e premia il titolo Intel: la trimestrale (ottima) maschera quanto il gruppo afferma sulle falle attuali e, soprattutto, su quelle future. In una nota che accompagna i risultati, il gruppo afferma infatti che “la visibilità avuta dalla scoperta delle recenti vulnerabilità potrebbe generare un incremento dei tentativi di identificare ulteriori falle da parte di soggetti terzi”.

Se i tentativi andassero a segno, aggiunge la società, le future vulnerabilità e le azioni necessarie per arginarle “potrebbero avere effetti negativi sui nostri risultati, sulla relazione con gli utenti e sulla nostra reputazione”.

Nel corso della presentazione, il ceo Brian Krzanich ha assicurato che, entro l'anno, saranno disponibili nuovi chip strutturalmente immuni a Spectre e Meltdown. Cioè non protetti grazie agli aggiornamenti ma progettati senza la falla che espone ad attacchi esterni le attuali Cpu. Intanto però, scrive Intel, “potremmo continuare ad affrontare reclami e controversie” che potrebbero avere “un impatto negativo” sui risultati.

Anche perché, come già emerso nei giorni scorsi, il gruppo ha confermato su un documento ufficiale quanto scritto in un post nei giorni scorsi: le ultime patch “possono causare prestazioni avverse, riavvii, instabilità e comportamenti imprevisti del sistema, perdita o danneggiamento dei dati o appropriazione indebita di dati da parte di terzi”.

Il mercato però ha preferito evidenziare quanto di buono c'è nell'ultimo trimestre del 2017. Il fatturato è cresciuto del 4% anno su anno e toccato i 17,1 miliardi di dollari. Il risultato operativo è aumentato del 19% (a 5,4%) e le previsioni per il 2018 indicano “un altro anno record”. Unica nota stonata: una perdita netta di 687 milioni, dovuta però alla riforma fiscale americana e non alla gestione del gruppo.



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