Il blitz di Intesa è solo l'inizio del grande Risiko delle banche

Il blitz di Intesa è solo l'inizio del grande Risiko delle banche

L'inattesa offerta di per Ubi, che potrebbe essere respinta dal cda, è destinata a mettere pressione sugli istituti di media grandezza e dar vita a ulteriori aggregazioni

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Intesa san paolo (afp)

Il lancio di un’offerta da parte di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca è stato un fulmine a ciel sereno, un’operazione che non era mai stata ipotizzata da analisti ed esperti del cosiddetto risiko bancario, che in coro avevano indicato il 2020 come l’anno in cui qualche aggregazione sicuramente si sarebbe realizzata.

Ubi Banca, Bper (Banca popolare dell’Emilia Romagna), Banco BpmMontePaschi sono i nomi delle quattro banche italiane di medie dimensioni che per ridurre i costi e aumentare la redditività dovrebbero mettersi insieme.

Nei loro report gli analisti avevano studiato i pro e i contro di tutte le possibili soluzioni. Le fusioni più probabili in base alla presenza territoriale, alla solidità patrimoniale e alla qualità degli asset, venivano considerate quelle fra Ubi e Bper da un lato  e fra Banco Bpm e MontePaschi dall’altro, ma a fine dicembre l’americana Citigroup aveva diffuso un report in cui ipotizzava un’ammucchiata a quattro.

In generale, lo studio di Citigroup sosteneva che l’aggregazione sarebbe stata un’opzione “per migliorare la redditività dall’attuale 5% circa di Rote previsto nel 2022 al 7% circa”. Il Rote (Return on tangible equity) è un indicatore che misura la redditività di una banca come rendimento del patrimonio netto tangibile.

La discesa in campo di Intesa Sanpaolo nel Risiko bancario non era stata presa in considerazione da nessuno. Tutt’al più si ipotizzava che la prima banca del Paese avrebbe puntato a un rafforzamento internazionale, magari con un’acquisizione all’estero. Tra le voci più ricorrenti degli anni passati, quelle che indicavano Intesa interessata alle attività Uk del gruppo britannico Coutts, o addririttura alla svizzera Julius Baer.

La strategia di Intesa

Intesa Sanpaolo ha lanciato un’operazione estremamente aggressiva che mira a rafforzare la sua capacità di produrre profitti. Grazie all’annessione di Ubi e ai 730 milioni di sinergie, l’utile netto di Intesa dovrebbe superare i 6 miliardi nel 2022, dai 4,05 miliardi del 2018. Con questa operazione il management di Intesa erige un muro con cui in futuro potrà contrastare le possibili pressioni del governo o delle autorità bancarie che potrebbero chiederle di intervenire per sistemare banche decotte come la Popolare di Bari o una banca che stenta a trovare il rilancio come il MontePaschi. Intesa potrà sempre dire che è impegnata a “digerire” il boccone Ubi. Il MontePaschi è controllato per 68% dal Tesoro che negli ultimi anni vi ha iniettato 6 miliardi di euro per evitare il fallimento.

Quanto al fatto che l’offerta su Ubi sia aggressiva e non concordata non ci possono essere dubbi: lo testimonia la scelta del timing, con l’operazione annunciata lunedì sera poche ore dopo che l’amministratore delegato di Ubi, Victor Massiah (un manager ex Intesa), aveva finito di illustrare a Londra a una platea internazionale di analisti il nuovo piano industriale su basi stand-alone, cioè senza nessuna aggregazione nello scenario. Di sicuro questa circostanza aumenterà in Massiah e nel cda di Ubi il desiderio di resistere. Presieduta da Letizia Moratti, Ubi ha un azionariato estremamente diffuso: i soci principali sono Fondazione Banca Monte Lombardia 5%, Fondazione Cr Cuneo 6%.

La possibile resistenza di Ubi

L’operazione potrebbe fallire? Dal punto di vista prettamente economico, è facile prevedere che il cda di Ubi respingerà l’offerta ritenendola non adeguata, nonostante Intesa valorizzi ogni azione Ubi  4,254 euro con un premio del 27,6% sulla chiusura del 14 febbraio pari a 3,333 euro. L’intera Ubi Banca viene valutata 4,86 miliardi di euro.

Questo premio, però, secondo Intermonte, primario broker indipendente della Borsa di Milano, si riduce al 18% tenendo conto dei dividendi per azione già annunciati da Intesa Sanpaolo e da Ubi. Su Websim, il sito di Intermonte, si legge: “Riteniamo che l'offerta di Intesa sia troppo bassa in quanto l'attuale valutazione di Ubi non tiene conto del miglioramento della qualità degli attivi, del solido capitale e del buon trend degli utili”. Intesa ha già detto che l’offerta non sarà modificata, ma come in tutti gli affari c’è da scommettere che partirà una trattativa e non è da escludere un ritocco dell’offerta.

Dal punto di vista politico, sempre di grande importanza quando si parla di banche, bisogna tenere conto che i padrini di Intesa sono Giovanni Bazoli e Giuseppe Guzzetti, due personaggi che hanno abbandonato da tempo la prima linea della scena bancaria, ma che mantengono sempre una grande capacità di influenza nella finanza e nella politica italiana, soprattutto nello schieramento di centro-sinistra oggi al governo.

Quale destino per i pesi medi?

Che cosa succederà delle altre banche di medie dimensioni? Bper partecipa all’operazione di Intesa: la banca emiliana ha sottoscritto con Intesa un contratto che prevede, in caso di successo dell’offerta su Ubi Banca, l’acquisto di un ramo d’azienda composto da circa 1,2 milioni di clienti distribuiti su 400/500 filiali bancarie del Nord Italia. Inoltre UnipolSai, principale azionista di Bper (ha il 20%) rileverà i rami d’azienda delle compagnie assicurative Bancassurance Popolari, Lombarda Vita e Aviva Vita partecipate da Ubi Banca. 

Per Banco Bpm e a MontePaschi l’offensiva di Intesa diventa uno stimolo in più a trovare dei partner. E oggi sono partite le voci secondo cui la banca milanese potrebbe diventare preda di un grande gruppo straniero, in particolare si fanno i nomi delle francesi Credit Agricole e di BnpParibas, la quale in Italia ha già Bnl. Ma è anche possibile che Banco Bpm diventi soggetto aggregatore puntando su banche minori come il Credem, le valtellinesi Banca Popolare di Sondrio e  Creval, o sulla brianzola Banco di Desio.