"Gli italiani investono in startup, e molto. Ma all'estero", sostiene Cellini di Innogest

Gli investitori italiani privati, piccoli e medi investono in innovazione. E tanto. Ma all'estero. Lo dice all'Agi Paolo Cellini, docente di marketing all'università Luiss di Roma

"Gli italiani investono in startup, e molto. Ma all'estero", sostiene Cellini di Innogest
 (Afp)
 Startup, un coworking a Berlino

In Italia in startup si investe, eccome. Altro che dati sul venture italiano, che ci vede versare nelle casse delle startup un centinaio di milioni l'anno, gli investitori italiani privati, piccoli e medi investono in innovazione. E tanto. Ma all'estero. Lo dice all'Agi Paolo Cellini, docente di marketing all'università Luiss di Roma e partner di Innogest, uno dei principali fondi di venture capital italiani.

"Non ci sono purtroppo dati per sostenerlo, ma basta viaggiare e guardare cosa succede in Israele, in Germania, in Francia per capirlo. Lì arrivano ogni anno molti investimenti fatti con soldi italiani, gestiti da persone che sanno su quali fondi investire", ha detto Cellini.

"Posso dire con assoluta certezza che c'è un deflusso di capitale verso l'estero molto rilevante". La tesi di Cellini rompe un pò gli schemi di quello che sentiamo ripetere in Italia: ovvero che le startup non hanno finanziamenti perché l'Italia è un paese con una popolazione ricca, molto ricca, ma poco propensa al rischio. Non ci sono studi però che confermano la sua tesi, ma Cellini è noto per avere una visione piuttosto lucida sulla economia digitale italiana. E con Innogest e il network romano di Pi-Campus è molto attivo all'estero, specie in Israele e Silicon Valley.

Perchè succede questo? "Il motivo è semplice", spiega Cellini: "L'industria italiana non ha scala, non ha ritorni, e come soprattuto non è competitiva. Nessun investitore ha intenzione di rischiare troppo, e quindi vanno dove hanno potenzialità di avere un ritorno industriale". Il problema vero è per Cellini il fatto che nessun investitore italiano ha quella che in gergo startup viene chiamata track record, ovvero dei bilanci che testimonino che i loro investimenti hanno generato utili.

Tradotto, non c'è nessuno di cui ci si possa fidare davvero, per ora, e quindi meglio andare dove qualcosa è stato fatto e qualche garanzia in più c'è. Tutto questo ha un'effetto devastante, spiega Cellini: "L'industria del venture capital in Italia se non è già morta, sta morendo. Oramai siamo anni e anni indietro, non solo rispetto a Francia e Germania, ma anche rispetto a Spagna e Portogallo, che sono partiti dietro di noi e adesso ci hanno superato investendo cifre vicine al miliardo di euro ogni anno". L'Italia, dal 2012 ad oggi, è ferma a 100 milioni. Oggi le startup che in Francia fanno le stesse identiche cose che fanno le italiane, sul settore turismo, cibo, design, moda, raccolgono in media 20 volte più soldi di quelle italiane.

E i soldi servono per assumere gente in gamba, investire in marketing, scalare. In una parola, diventare grandi. "In questo l'Italia ha fallito, difficile intravedere una via d'uscita. Serve un'azione coordinata, bisogna creare un'intera industria che al momento non esiste". 



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