I fattorini di Foodora hanno vinto. Ma che succede ora?

La sentenza d'appello di Torino ha accolto parte delle richieste degli ex dipendenti. Ma la società è in liquidazione, il settore è in fermento, e dopo il naufragio della regolamentazione nel decreto Dignità e in manovra, si teme una valanga di cause in un quadro normativo ancora confuso 

I fattorini di Foodora hanno vinto. Ma che succede ora? 
 (Afp)
  Foodora

I fattorini in bicicletta di Foodora hanno vinto. I giudici della Corte d’Appello di Torino hanno parzialmente ribaltato la sentenza di primo grado riconoscendo loro il diritto di parità economica rispetto ai lavoratori subordinati della logistica: tredicesima, ferie e malattie pagate. Non possono essere reintegrati, ma ai cinque dovrà essere corrisposto un conguaglio per il periodo di lavoro svolto per la società. Bene, ma da chi?

Foodora Italia è in liquidazione. Lo scorso luglio ha annunciato di cessare le attività e di cercare un compratore. Il motivo, spiegavano, è che il mercato italiano non è redditizio. Per effetto, da qualche mese non è più possibile ordinare cibo tramite la sua app. Anche perché poi il compratore è arrivato il 31 ottobre 2018. Si tratta dell’altro gigante del food delivery, la spagnola Glovo, partecipata, proprio come Foodora, dalla holding tedesca Delivery Hero.

Glovo compra Foodora, dipendenti, clienti ma non i fattorini

Sarà quindi con ogni probabilità Glovo a farsi carico delle spese che il tribunale di Torino ha stabilito. Secondo quanto apprende Agi da fonti dell’azienda col caschetto rosa, con l’operazione di acquisizione sono passati a Glovo i dipendenti di Foodora (non i fattorini, che dipendenti non sono e nemmeno tali li ha considerati la sentenza, ma gli operatori del marketing e amministrazione), i ristoranti serviti, e come ogni operazione di acquisizione, ‘crediti e debiti’. Non i fattorini, si diceva, perché i fattorini di Foodora erano tutti a scadenza di contratto. E il contratto (co.co.co) non è stato rinnovato ad alcuno per via della decisione della società di lasciare il mercato italiano.

Per ora le due società non commentano la sentenza, in attesa di leggerne le motivazioni e decidere di conseguenza se chiedere l'ultimo grado di giudizio. Ma già nel settore si cominciano a fare delle valutazioni. Prima tra tutte, i possibili effetti di questa tendenza: “Il rischio è che adesso questa sentenza invogli molti a tentare la via del tribunale per vedersi riconosciuto il diritto stabilito da questa sentenza”, ha detto ad AGI l’amministratore delegato di Moovenda, Simone Ridolfi.

Niente norma sui rider nel "decreto dignità"

Un rischio concreto. Uno perché i rider in Italia sono stati stimati in circa 10 mila. Due perché questa sentenza oltre a stabilire un principio, rimette indirettamente la palla in mano al governo.

Lo scorso giugno, la prima iniziativa da ministro dello Sviluppo e del Lavoro di Di Maio fu proprio rivolta ai fattorini delle società di consegna del cibo a domicilio via app. Di Maio in conferenza stampa raccontò quell'incontro come un simbolo della sua strategia da ministro di due ministeri: tenere insieme “sviluppo e lavoro”, partendo dai nuovi lavoratori a cui dare dignità attraverso il dialogo con le società per cui lavorano.

L'effetto di quella serie di incontri si concretizzò nella prima bozza del decreto Dignità, annunciato proprio in occasione dell'incontro tra Di Maio e rider, c’erano una serie di misure per il settore:

  • un'indennità mensile di disponibilità,
  • malattie,
  • ferie,
  • maternità
  • e diritto alla disconnessione per 11 ore al giorno.

Poi però dal decreto Dignità fu tolta la parte che riguardava i fattorini per la difficoltà di fare incontrare le parti. E da allora non se ne parlò più.

Salta anche in manovra, adesso si pensa al reddito di cittadinanza 

Da quanto apprende AGI, alla fine dello scorso dicembre il ministero dello Sviluppo provò a convocare nuovamente un tavolo con le parti per inserire in manovra una misura che regolasse il settore. Ma il tavolo fu disertato da alcuni rappresentanti e tutto finì di nuovo in un nulla di fatto.

Ora, in una situazione resa ancora più complicata dalla sentenza, si riaccendono i fari sul settore. E l’esecutivo deve fare in fretta, spiegano gli operatori. Nel governo resta forte l’idea di intervenire con un emendamento da inserire ne decreto sul reddito di cittadinanza e quota cento, che è in fase di conversione.

Ma come farlo resta un nodo difficile da sciogliere. Una quota minima, per esempio, sarebbe come introdurre un salario minimo per legge, anche se per un settore solo. Ma c'è anche l'ipotesi di un contratto nazionale del settore. La Corte d’Appello sabauda ha solo aggiunto un elemento di complicazione in un quadro già piuttosto difficile.

Twitter: @arcangelo



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