Il picco? Ci siamo dentro ma è un "pianoro". Ecco perché

Il picco? Ci siamo dentro ma è un "pianoro". Ecco perché

Il presidente dell'Iss Brusaferro: "Siamo nel 'plateau', ci vorrà tempo per scendere"

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© MIGUEL MEDINA / AFP - Emergenza coronavirus

Una montagna ripida, che si staglia in verticale come l'aumento esponenziale dei casi di un'epidemia e poi arriva alla cima, il numero massimo di contagiati, e infine, non trovando più corpi da infettare, crolla rapidamente tornando a valle. Questa, nello schema epidemiologico classico, è l'immagine grafica del "picco", e di picco si parla da settimane anche in Italia, scrutando tutti i giorni i dati della Protezione Civile e chiedendosi, appunto, quando arriverà.

Oggi, correttamente, il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro  ha invece parlato di un "plateau". Qual è la differenza tra i due termini? Rimanendo sull'immagine di cui sopra, si può dire che se il picco "classico" è la cima del Monte Bianco, il plateau è un pianoro, qualcosa di simile ai paesaggi appenninici. Il motivo è semplice: il picco propriamente detto si raggiunge se un'epidemia è lasciata correre senza restrizioni, ad esempio nel caso dell'influenza (non considerando qui il non indifferente fatto che per l'influenza esiste un vaccino).

Succede allora che il virus corra senza ostacoli se non due: i vaccinati, appunto, ma soprattutto quelli che sono già guariti e quindi immuni. Corre rapido, si inerpica (l'influenza stagionale è capace di contare centinaia di migliaia di casi a settimana), arriva in cima e crolla, perchè dopo la cima non c'è niente, chi doveva ammalarsi si è ammalato. In poco tempo i nuovi casi si dimezzano e poi praticamente si azzerano.

Ma l'epidemia di Covid-19 in Italia non è stata lasciata correre, ma ingabbiata dalle misure di contenimento via via più restrittive.  Con due risultati solo apparentemente negativi: che il "picco" per l'appunto diventa un pianoro, ci si mette molto di più ad arrivarci e molto di più a scendere, dal momento che la belva non è uccisa, come nel caso dell'influenza, ma solo in gabbia, e continua a contagiare tutti i contagiabili che gli concediamo, cioè milioni di persone meno di prima del lockdown ma comunque un numero standard, per un periodo di tempo X.

Lo stesso viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri ha parlato di "cupola": ci vorranno giorni per attraversarla e tentare la discesa. E' esattamente questo punto ad aver ispirato la tesi del premier inglese Boris Johnson, che giorni fa, prima di sterzare decisamente verso misure più simili alle nostre, sembrava preferire appunto un galoppo libero dell'epidemia per sbrigare la pratica prima.

Ovviamente, l'altra faccia della medaglia è che il picco modello Monte Bianco ha un costo enorme in termini di contagiati e di decessi. Già oggi, secondo uno studio dell'Imperial College di Londra, le misure restrittive messe in campo in Italia hanno evitato 40 mila decessi. Il che significa che mettendo la museruola al virus e frenandone artificialmente la corsa siamo riusciti a ridurre di tre quarti le morti che avremmo avuto lasciandolo libero di colpire.

Senza contare i milioni di contagiati che si sarebbero registrati: il 12 marzo, quando è partito il lockdown, il tasso di crescita dell'epidemia in Italia era del 22%. Significa che ogni giorno rispetto al totale dei casi noti si aggiungeva il 22% in più. Ieri, ultimo dato disponibile, la crescita risultava del 4,1%.

Ecco perché il raggiungimento del picco-plateau, da cui si scenderà, come ha chiarito Brusaferro, con una certa lentezza e mantenendo altissima la guardia perché il virus, appunto, non è vinto ma solo tenuto sotto chiave, è esattamente lo scopo che gli scienziati che collaborano con il governo si prefiggevano.

Secondo diverse valutazioni statistiche un picco incontrollato sarebbe stato raggiunto probabilmente già entro i primi 15 giorni di marzo, e oggi staremmo osservando un crollo verticale dei nuovi casi. Ma le conseguenze sarebbero state drammatiche.