Le risposte che vogliono da Cambridge i magistrati che indagano sul caso Regeni

I pm di Roma chiedono di testimoniare alla tutor per la quale lavorava il ricercatore ucciso. "Chiederete scusa" ai servizi segreti egiziani", dichiara all'Agi il capo del sindacato degli ambulanti del Cairo

Le risposte che vogliono da Cambridge i magistrati che indagano sul caso Regeni

Puntano decisamente sull'Università di Cambridge gli ultimi sviluppi investigativi intrapresi dalla Procura di Roma che sta indagando sul sequestro, sulle torture e sulla morte di Giulio Regeni, avvenuta al Cairo tra il 25 gennaio e il 3 febbraio del 2016. Mentre procede senza grosse novità l'interlocuzione con le autorità giudiziarie egiziane (in vista di un nuovo vertice forse già questo mese), il procuratore Giuseppe Pignatone e il pm Sergio Colaiocco hanno inviato nei giorni scorsi una terza rogatoria al Regno Unito nell'attesa che la professoressa Maha Abdelrahman, docente di Cambridge nonché tutor del 28enne ricercatore di origine friulana, si decida a raccontare quello che sa dopo essersi limitata, tramite mail, a parlare di incontro fugace, durato pochi minuti, con il ragazzo la mattina del 7 gennaio del 2016, quando, secondo chi indaga, avrebbe preso in consegna dieci report, frutto della sua attività di ricerca sul sindacato autonomo cairota degli ambulanti. La donna "ha ripetutamente espresso la sua disponibilità a cooperare pienamente con i procuratori italiani", riferisce un portavoce dell'università inglese, aggiungendo che la donna non ha ricevuto "una richiesta formale per la sua testimonianza, pur avendola ripetutamente sollecitata". 

I pm chiedono i tabulati della tutor

Oltre all'interrogatorio della docente, che resta comunque una testimone, i pm di piazzale Clodio chiedono di acquisire i suoi tabulati telefonici utilizzati tra il gennaio 2015 e il febbraio 2016 per ricostruire la sua rete di relazioni. Un'iniziativa, quella della Procura, che ha raccolto il plauso di Matteo Renzi.

Ma c'e' dell'altro: oltre all'audizione della professoressa, i magistrati romani chiedono agli inglesi di identificare, al fine di procedere alla loro audizione, tutti gli studenti che Cambridge ha inviato in Egitto dal 2012 al 2015. Chi indaga vuole verificare se il caso di Giulio fosse un 'unicum' o se anche altri giovani, sempre sotto la 'regia' della professoressa Abdel Rahman, avessero seguito un analogo percorso di ricerca, impostando il dottorato prima sul tema generale dello sviluppo economico dell'Egitto per poi indirizzare il lavoro di analisi sull'attività del sindacato indipendente di quel Paese. Un argomento quest'ultimo che, stando a quanto emerso dall'analisi del suo pc personale, Giulio era stato indotto ad accettare.

Questa rogatoria (da qualche mese si chiama tecnicamente 'Ordine europeo di investigazione' perché mette direttamente in contatto gli uffici giudiziari, senza più sottoporre i quesiti al vaglio dei rispettivi governi) è la terza che la Procura di Roma ha inoltrato al Regno Unito: inviata il 9 ottobre, è pervenuta il 23 dello stesso mese alle autorità inglesi che hanno 90 giorni di tempo per rispondere.

La prima risale al giugno del 2016: Colaiocco in quell'occasione avrebbe voluto ascoltare in Inghilterra una serie di testimoni, tra cui la stessa tutor di Regeni, che scelsero di non presentarsi all'autorità giudiziaria. La docente inviò dopo alcuni giorni una mail dal contenuto vago. Nei mesi successivi altra rogatoria presso la Oxford Analytica per prendere atto che non c'erano Oltremanica conti correnti riconducibili a Regeni, così come erano venuti meno i contatti tra il ricercatore e la stessa società di consulenza geostrategica dopo il suo allontanamento volontario nel settembre del 2014. 

Le risposte che vogliono da Cambridge i magistrati che indagano sul caso Regeni
 Giulio Regeni (Twitter)

Che fine hanno fatto i report consegnati alla professoressa?

Inesistenti pure i rapporti tra lo stesso ragazzo e la Fondazione Antipode che, teoricamente, avrebbe dovuto finanziare la sua ricerca con un versamento di 10mila euro. La Procura resta fortemente convinta che Regeni svolgesse in Egitto solo un'attività di ricerca e che non fosse una spia al servizio di qualche intelligence: ciò non toglie però che possa essere stato inconsapevolmente strumentalizzato e sfruttato per le informazioni che era riuscito ad acquisire dialogando in particolare con i sindacati indipendenti, che dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011 furono messi ai margini dalle autorità egiziane, e, in particolare, con Mohamed Abdallah, il capo di quegli organismi. Se decidesse di rispondere alle domande dei pm della capitale, Maha Abdelrahman dovrebbe dire, ad esempio, se è vero che il 7 gennaio 2016 Regeni le consegnò i dieci report (lei in una mail si congratulò con lui per aver svolto un lavoro di qualità) frutto della sua attività di ricerca e che fine abbia fatto questa documentazione.

"Alla fine chiederete scusa agli egiziani"

Le ultime novità su Cambridge fanno esultare il capo del sindacato autonomo dei venditori ambulanti del Cairo, Mohamed Abdallah. "Io ve l'ho sempre detto che dietro l'uccisione di Giulio c'era la pista dei britannici. La prima volta che mi si presentò Giulio fece il nome della professoressa Abdelrahman, nota oppositrice del Governo egiziano e sostenitrice dei Fratelli musulmani", riferisce il sindacalista all'AGI. "Io - racconta ancora Abdallah - fui contattato da Houda Kamal (presidente del Centro per i diritti economici e sociali del Cairo, ndr) perché Maha Abdel Rahman aveva espressamente chiesto a Regeni di lavorare sui sindacati autonomi". "Ho incontrato Giulio diverse volte e gli ho dato una mano a fare le sue ricerche ma quando è venuta fuori la storia dei soldi non me la sono sentita di continuare e quindi ho detto alla polizia ciò che pensavo", insiste Abdallah. "Sono convinto che alla fine chiederete scusa a me e ai servizi egiziani per averci accusati della morte del ricercatore". 

Le risposte che vogliono da Cambridge i magistrati che indagano sul caso Regeni

Il capo del sindacato ha avuto un ruolo decisivo nella vicenda di Giulio, è stato uno dei primi ad accompagnarlo nelle sue ricerche ma, soprattutto, è stato l'anello di congiunzione con la National Security egiziana che aveva deciso di mettere sotto controllo il ricercatore, facendolo spiare proprio dal sindacalista. In uno degli ultimi incontri, avvenuto il 7 gennaio, successivo di alcune ore a quello tra Regeni e la 'tutor', Abdallah ha filmato Giulio per incastrarlo. Un tentativo fallito perché il ricercatore ha confermato, ancora una volta, di non aver altro interesse se non quello di portare avanti il proprio lavoro accademico. "L'ho fatto per amore di patria, per il mio Paese, perché Regeni andava in giro facendo domande che riguardavano la sicurezza nazionale", si e' sempre giustificato il sindacalista. Il video da lui realizzato a tradimento, però, ha mostrato in modo inequivocabile che l'intenzione di Regeni era solo quella di condurre la sua ricerca. 

No comment invece da Rabab Al Mahdi, la docente dell'Università americana del Cairo che faceva da supervisor a Giulio Regen: "Non sono obbligata a parlare", ha detto Al Mahdi, raggiunta telefonicamente dall'AGI. "Ho visto le notizie pubblicate oggi - ha spiegato - ma non voglio commentare".



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