Cinque cose interessanti che vengono fuori da queste Europee

Dal successo della Lega al ridimensionamento del M5s, passando per l'ennesima occasione persa per una sinistra unita: cosa ci dice il voto europeo sul futuro degli equilibri politici in Italia

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Miguel MEDINA / AFP
Matteo Salvini

Sono davvero tanti gli spunti che vengono dai risultati (per molti versi inattesi) di queste elezioni europee in Italia. Ne abbiamo scelti 5: presi singolarmente, ciascuno di questi elementi era stato in qualche modo “previsto” alla vigilia del voto – o quantomeno rientrava tra le ipotesi considerate come possibili; quello che non era stato previsto, praticamente da nessuno, era l’entità, il “peso” specifico di ognuno di essi.

 

1. L’affermazione della Lega spazza via le voci della vigilia

Il primo di questi è senza dubbio l’affermazione della Lega di Matteo Salvini. Intendiamoci, tutti gli osservatori – anche i più distratti – si aspettavano che la Lega diventasse il primo partito italiano. Ma nelle ultime settimane, complice il black-out sui sondaggi, si rincorrevano voci su una presunta “stanchezza” di Salvini e su un’altrettanto presunta frenata nei consensi al suo partito. Il 34,3% ottenuto nelle urne spazza via tutte queste speranze (per alcuni) e timori (per altri) e certifica in modo incontestabile il primato della Lega e la sua centralità – non più solo mediatica – nello scenario politico italiano.

Oltre a tutto ciò, il partito di Salvini assume sempre più le fattezze di un partito nazionale, ottenendo sempre i suoi risultati migliori al Nord (oltre il 40% in entrambe le macro-circoscrizioni settentrionali) ma superando il 20% persino nel Sud e nelle Isole. Ciliegina sulla torta, Salvini risulta essere – e di gran lunga – il candidato che ha raccolto il maggior numero di preferenze: oltre 2 milioni in tutta Italia.

2.M5s deludente oltre ogni previsone, ma ancora forte al Sud

Il secondo elemento, speculare al primo, è il risultato deludente del Movimento 5 Stelle. A dire il vero “deludente” è un aggettivo quasi troppo benevolo. Anche in questo caso, si sapeva che il risultato delle Politiche 2018 era difficilmente replicabile, e che il M5s sarebbe sceso ben sotto il 30% e sarebbe giunto alle spalle della Lega. Ma nemmeno i più pessimisti avrebbero immaginato di vedere un M5S al 17%, quasi dimezzato rispetto alle Politiche e soprattutto più che doppiato dall’alleato/rivale di governo.

I sondaggi della vigilia suggerivano che il M5s fosse riuscito a resistere alla rimonta del Pd dopo l’elezione a segretario di Zingaretti, e che grazie alla nuova strategia mediatica adottata (decisamente più “aggressiva”) il margine dalla Lega si stesse riducendo. Al contrario, il 17% è il peggior risultato mai ottenuto dal Movimento dal suo debutto sulla scena nazionale (2013). Di Maio può guardare al bicchiere mezzo pieno: il M5s è ancora il primo partito in tutte le regioni del Sud e in Sicilia, e raggiunge risultati considerevoli in alcune città importanti come Napoli (dove sfiora il 40%).

3.Il Pd riparte dal secondo posto 

Il terzo elemento, anche questo sorprendente nel modus ma non inaspettato di per sé, è il risultato del Partito Democratico. Di certo si sapeva – e i sondaggi lo avevano previsto – che il PD avrebbe fatto meglio del disastroso risultato delle Politiche 2018, e molti osservatori avevano giudicato probabile un sorpasso nei confronti del Movimento 5 Stelle.

Ma, ancora una volta, a sorprendere è stata la misura di questo sorpasso. In questo caso, più che a una overperformance del PD rispetto ai sondaggi della vigilia, questa sorpresa è dovuta al dato molto deludente del M5s. Ma per il partito di Zingaretti i dati positivi vengono soprattutto dalle città: e in questo senso viene ribadita – e anzi si rafforza ulteriormente – la natura del PD come “partito delle ZTL”, molto forte nelle città più popolose e soprattutto nei quartieri centrali e meno periferici.

Tra le regioni, il PD conserva la palma di primo partito solo in Toscana, ma è il primo partito a Roma, Milano, Torino, Firenze, Genova, Cagliari, Bergamo, e molti altri ancora. Certo, i democratici hanno perso – e non di poco – la palma di primo partito d’Italia (e d’Europa) conquistata alle Europee di 5 anni fa, ma possono dire di aver invertito la tendenza e aver ripreso a crescere dopo aver toccato il fondo un anno fa.

4.L’altro centrodestra: male Forza Italia, bene FdI

Una considerazione va certamente fatta anche su quello che possiamo definire “l’altro centrodestra” (visto il peso preponderante della Lega in quel campo). Nel centrodestra, Forza Italia ottiene un risultato (8,8%) decisamente sotto le aspettative, considerato che l’obiettivo dichiarato era di star sopra il 10%.

Al contrario, è certamente positivo il 6,5% di Fratelli d’Italia: pur restando il terzo partito del centrodestra (l’ipotesi del sorpasso su Forza Italia è rimasta teorica, tranne che nella circoscrizione Italia Centro) il partito di Giorgia Meloni raddoppia il risultato delle precedenti Europee e migliora quello, già buono (4,3%) delle Politiche 2018. La suggestione, a questo punto, diventa inevitabile: con Lega e FdI che insieme arrivano oltre il 40%, è sempre più difficile resistere alla tentazione di andare alle urne con una coalizione di centrodestra al 100% sovranista, senza Forza Italia, che sarebbe pienamente in grado di conquistare la maggioranza assoluta dei seggi.

5.A sinistra ennesima occasione persa

Che dire invece delle forze minori di centrosinistra, al centro e a sinistra del PD? Cominciamo da Più Europa, che anche stavolta, sia pure in un’arena teoricamente congeniale (le elezioni europee) non riesce a superare la soglia di sbarramento. Il rifiuto di formare una lista unica con il PD – come suggerito dal manifesto “Siamo Europei” promosso da Carlo Calenda – ha finito così per dividere le forze degli europeisti italiani, come era facilmente prevedibile alla vigilia.

Stesso discorso potrebbe farsi per le forze più di sinistra, come Europa Verde e La Sinistra, che messi insieme raggiungono il 4% ma singolarmente (2,3% e 1,75% rispettivamente) rimangono al di sotto della soglia e non eleggono alcun rappresentante. La storica incapacità della sinistra di presentare un’offerta politica unitaria per evitare di disperdere le forze a vantaggio degli avversari trova in queste Europee un’ennesima, clamorosa conferma.



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