365 giorni dopo la sconfitta elettorale, il Pd potrebbe cambiare pelle

Il 3 marzo le primarie, l'arrivo di un percorso lungo un anno cominciato il 4 marzo di un anno fa, il giorno della sconfitta elettorale costata la segreteria a Matteo Renzi 

primarie pd 
(SkyTg24)
Giachetti, Martina e Zingaretti. I candidati alla segreteria Pd 

A un anno esatto dalla sconfitta più sonora della sua storia alle elezioni politiche, il Partito Democratico si dà appuntamento ai gazebo per scegliere il suo nuovo segretario. Alle elezioni del 4 marzo 2018 i dem si fermano infatti al 18,76% alla Camera dei deputati e al 19,16% al Senato. Il segretario in carica Matteo Renzi, annuncia le sue dimissioni il giorno seguente durante una conferenza stampa al Nazareno, con la promessa di formalizzarle dopo la formazione del governo. Le polemiche interne, tuttavia, si fanno di giorno in giorno più accese e la nascita del governo si preannuncia travagliata.

Renzi decide quindi di non aspettare la nascita del nuovo esecutivo e formalizza le dimissioni durante la direzione del partito del 12 marzo 2018. È il vice segretario Maurizio Martina, dopo le dimissioni di Renzi, a prendere la guida del partito. Intanto, però, cominciano a farsi sentire quanti chiedono che si proceda al più presto a un congresso e il primo a farsi avanti è Nicola Zingaretti che, in una intervista, annuncia la sua volontà di correre per la carica di segretario. Nelle stesse ore nel Pd, si accende lo scontro sull'atteggiamento da tenere nei confronti del Movimento 5 Stelle, vero vincitore delle elezioni con il suo 32,68% (32,22 al Senato). Percentuali che però non gli consentono di governare.

L'ipotesi di un governo con i 5 stelle, affossata dai renziani

Si rende necessaria una alleanza e si guarda proprio al Partito Democratico: lo sbarramento posto dalle truppe renziane, che conservano la maggioranza nei gruppi e negli organi statutari del partito, è totale. M5s trova l'accordo con la Lega e, dopo un inedito scontro istituzionale che non risparmia nemmeno il Quirinale, Luigi Di Maio e Matteo Salvini trovano l'accordo attorno a un "contratto di governo", altro inedito della storia Repubblicana. Il Pd, per volontà di Matteo Renzi e dei suoi, decide di tenere una linea attendista sintetizzabile nella frase attribuita all'ex segretario: "Prepariamo i pop corn", frase smentita poco tempo dopo dallo stesso Renzi.

Tra i renziani si cerca un candidato capace di sbarrare la strada a Nicola Zingaretti sulla via della segreteria. Si sondano Graziano Delrio, Lorenzo Guerini, Teresa Bellanova, senza che nessuno dei tre offra la piena disponibilità. Alla fine si converge su Marco Minniti, ex ministro dell'interno che, però, si riserva di dare una risposta. Chi si fa avanti, il 7 ottobre, è invece Matteo Richetti con la sua fondazione "Harambee".

Il 13 e 14 ottobre, il "candidato per un anno" Nicola Zingaretti presenta la sua Piazza Grande alla Ex Dogana di San Lorenzo, a Roma: con lui si schierano molti big del Partito Democratico, da Paolo Gentiloni a Dario Franceschini, passando per Enrico Letta, Walter Veltroni e anche Romano Prodi che dichiarano di guardare al governatore del Lazio per vedere ripartire un progetto di centro sinistra. La fase congressuale si apre ufficialmente il 17 novembre con l'Assemblea nazionale che prende atto delle dimissioni di Martina e il giorno dopo, anche a seguito della lettera dei 500 sindaci (saranno infine quasi 600), l'ex ministro dell'Interno annuncia con una intervista a Repubblica la sua discesa in campo.

Il 22 novembre, dopo una lunga attesa, Maurizio Martina annuncia di volersi candidare per tornare a fare il segretario del partito. Con lui ci sono gli orfiniani. Per il mese di dicembre viene aperto il tesseramento online per consentire il voto nei circoli a tutti coloro che desiderano iscriversi al partito. Il termine ultimo per la presentazione delle candidature è fissato per il 12 dicembre. Pochi giorni prima, però, Minniti ritira la propria candidatura. Non spiega la scelta se non con la necessità di non diventare un elemento divisivo per il Pd, ma - stando a fonti parlamentari - alla base della decisione ci sarebbe lo scarso sostegno ricevuto dai renziani e dallo stesso ex segretario del Pd.

La necessità dei renziani di trovare un segretario 

Le truppe renziane sbandano, c'è l'urgenza di trovare un nuovo candidato in tempi strettissimi. Il grosso vira su Maurizio Martina (Delrio, Guerini, Lotti...) che, tuttavia, non piace a molti renziani della prima ora che gli rimproverano di aver preso le distanze da Renzi. Si forma cosi' il ticket formato da Roberto Giachetti e Anna Ascani che, in poche ore, riesce a raccogliere le firme per la candidatura. Il voto nei circoli si è conclude il 27 gennaio, con una partecipazione di 189.101 votanti ed un'affluenza del 50,46%.

Sono ammessi a partecipare alle elezioni primarie i primi tre candidati: Nicola Zingaretti (47,38%), Maurizio Martina (36,10%) e Roberto Giachetti (11,13%). Tra i candidati non ammessi Francesco Boccia ottiene il 4,02%, Maria Saladino lo 0,7% e Dario Corallo lo 0,67%. Maria Saladino annuncia di sostenere Maurizio Martina, mentre Francesco Boccia sta con Nicola Zingaretti.

Nella competizione si inserisce anche Carlo Calenda con il suo manifesto "Siamo Europei", un tentativo di mettere assieme le forze più spiccatamente europeiste in chiave anti-populista e anti-sovranista. Alla convenzione nazionale del 3 febbraio, successiva ai risultati nei circoli locali, scoppia il caso Calenda: l'ex ministro dello Sviluppo Economico reagisce con stizza al documento, simile nei contenuti al manifesto "Siamo Europei", presentato in quella occasione dai deputati Pd a Strasburgo.

Il caso rientrerà solo alcune ore dopo, a seguito della rassicurazione che il manifesto Calenda rappresenterà un apporto importante alla stesura del programma per le elezioni Europee, pur utilizzando il documento dei parlamentari europei come piattaforma per la stesura del programma. La storia recente racconta del confronto fra i tre candidati, andato in scena ieri, e dei sondaggi che danno Nicola Zingaretti in netto vantaggio.

La parola, però, passa adesso agli elettori.



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