Dal Big Bang a Stephen Hawking

Si è spenta una delle menti più brillanti del pianeta. Una mente che aveva vinto sul corpo. Qual è la sua eredità?

Dal Big Bang a Stephen Hawking
Jemal Countess / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP 
 Stephen Hawking

Da oggi, l’universo è un luogo più buio. Perché è venuto a mancare l’uomo che più di ogni altro lo ha illuminato con la forza del proprio pensiero. Che ha dato luce anche al mistero oscuro dei buchi neri perché ne ha prevista l’evaporazione tramite una radiazione che porta il suo nome.

Stephen Hawking ci ha lasciati. E ha lasciato un vuoto nel mondo e nel mondo delle scienze che sembra somigliare a quello che permea l’universo da lui studiato. L’universo che egli ci ha portato nelle case, che ci ha fatto comprendere, perché è stato grande anche nella divulgazione scientifica. Come non ricordare, infatti, l’enorme successo di pubblico del suo libro più famoso, “Dal Big Bang ai buchi neri ‒ Breve storia del tempo” nella sua prima edizione del 1988 (Rizzoli) che è ancora ai giorni nostri oggetto di ristampa?

Einstein ci ha spiegato che materia ed energia sono equivalenti. E questo è certamente vero: la fisica si fonda su quella relazione famosa. Ma per Hawking non è stato così. L’energia della sua mente è stata superiore alla materia del suo corpo, che l’ha tradito fin da quando era giovane.

Un corpo che sembrerebbe aver scelto di annullarsi come sacrificio estremo per cedere tutto alla mente. Un corpo che lo avrebbe condotto alla morte in tempi brevi e che invece, straordinariamente, gli ha concesso la possibilità di far vivere quella mente fino ai giorni nostri per regalare all’umanità altre conquiste del sapere. Come se il tempo stesso, per quell’uomo colpito così duramente dalla vita, si fosse comportato da galantuomo, si fosse dilatato un po’ come accade per gli effetti relativistici che avvengono sull’involucro dei buchi neri, l’orizzonte degli eventi. E per noi è stato un dono, pur comprensivi per il suo stato di sofferenza fisica.

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Oggi è l’orizzonte di un evento triste. Che la coincidenza fa cadere nel giorno che celebra pi greco (Pi Day, perché nella notazione americana il 14 marzo viene scritto come 3/14) ma anche nell’anniversario della nascita di Albert Einstein. Il pi greco che potrebbe definire la geometria dello spaziotempo della relatività generale del grande genio, agitata dai parossismi dei buchi neri studiati da Hawking.

C’è uno strano insieme di simboli, in questo giorno. Il giorno che purtroppo ci priva di una mente prodigiosa a caccia di una “Teoria del tutto” che per Einstein poteva corrispondere alla sua caccia alla “Teoria del campo. 

La grande “incompiuta” della Fisica, l’unificazione tra la relatività generale di Einstein e la meccanica quantistica. Due fisiche che trovano molto probabilmente il loro “compromesso” proprio oltre l’orizzonte degli eventi dei buchi neri che però, per loro stessa natura, sono estremamente restii a mostrarci la loro struttura più intima.

Per trent’anni, è stato titolare della cattedra lucasiana di matematica, la stessa che fu di Newton. Ed entrambi hanno potuto vedere lontano perché entrambi hanno camminato “sulle spalle di Giganti”. Egli ci ha spiegato che nel grumo primordiale che rappresenta la mappa della radiazione cosmica di fondo dell’universo trecentottantamila anni dopo il big bang ‒ così come hanno mostrato le sonde nelle collaborazioni WMAP e Planck ‒ le minuscole fluttuazioni di densità presenti raffigurano i semi dai quali si sarebbero poi evolute stelle e galassie, fino a produrre anche noi esseri umani.

Mi piace pensare che in quell’indistinto patchwork di colori, a rappresentare i grumi di densità, di differenze di temperatura, ci sia anche l’idea di noi, l’idea di un Hawking che avrebbe permesso che comprendessimo un po’ più delle nostre origini “assolute”, miliardi di anni dopo quell’istante.

Con la testa piegata, come facciamo un po’ tutti, sui nostri smartphone, ormai il cielo non lo osserviamo più. Eppure, proprio lui ci ha invitati a “guardare le stelle, non i nostri piedi”. Ci ha messo in allarme sottolineando il rischi nell’inviare messaggi o sonde nello spazio interplanetario (e adesso anche interstellare) con informazioni sulla nostra esistenza perché una eventuale civiltà extraterrestre più avanzata di noi potrebbe trattarci come i nativi americani quando arrivarono gli europei nel XV secolo.

Ho un sogno. Per tutti. Soprattutto per bambini e per ragazzi. Per onorare la sua memoria. Per una sera, ascoltiamo il suo invito. Lasciamo a casa smartphone e playstation, usciamo all’aperto, magari quando il clima sarà più tiepido, e alziamo tutti gli occhi al cielo in una zona dove non sia presente estinzione notturna dovuta alle luci artificiali e... torniamo a guardare le stelle. È davvero una preghiera. E sarebbe bellissimo farlo tutti insieme.

Torniamo ad ascoltare il silenzio, il canto dei grilli che ci faranno compagnia. L’esperienza del cielo è una delle più travolgenti, per lo spirito. “Si sa, nell’attimo in cui ti scende dentro, l’universo può occuparti soltanto l’anima, diventando la misura con cui giudicare poi tutto il resto. E quando l’universo decide, per l’uomo tutto il resto è solo Fato”, se mi è consentita un’autocitazione.

Lo stesso Oscar Wilde lo sottolinea: “Siamo tutti nati nel fango ma alcuni di noi guardano alle stelle”.

Adesso sappiamo chi.

 

 

            



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