Quale segnale ci manda la scossa di Macerata

L’Appennino centrale è la zona sismica più attiva che ci sia in Italia.

Quale segnale ci manda la scossa di Macerata

Il terremoto di magnitudo 4.6 che si è verificato a Muccia, in provincia di Macerata, la mattina del 10 aprile del 2018 rientra, come quello di magnitudo 4.0 di una settimana prima, quello del 4 aprile, nella sequenza delle tantissime scosse che si sono verificate nella stessa zona a partire dagli inizi di marzo. Il via a questa nuova attività è stato dato il 24 agosto 2016 con il terremoto di Amatrice di magnitudo 6.0 seguito poi il 30 ottobre dal terremoto di Norcia di magnitudo 6.5, finora la scossa più forte della sequenza. Quello che sta succedendo in questi giorni ha comunque una dinamica del tutto indipendente.

In quasi due anni l’attività sismica ha interessato l’Italia centrale per un segmento appenninico lungo circa 70 chilometri, largo una ventina per un’area approssimativamente di circa 1.400 chilometri quadrati. Ha riguardato ben quattro regioni: le Marche, l’Abruzzo, l’Umbria e il Lazio.

Una lunga sequenza di eventi

Guardando all’evoluzione temporale della sismicità nel suo complesso si nota che negli ultimi mesi del 2017 si verificavano circa 30-40 eventi al giorno per lo più piccolissimi avvertiti solo dagli strumenti. Ai primi di marzo di quest’anno la sismicità è aumentata superando anche i 100 eventi al giorno. In aprile, poi, si è arrivati a superare i 140 eventi al giorno, secondo le informazioni fornite dall’INGV su @ingvterremoti. Questo aumento si è concentrato proprio fra i Comuni di Muccia e di Pieve Torina, dove si sono verificati gli eventi più forti della sequenza che stiamo osservando: appunto quello di magnitudo 4.7 e quello di magnitudo 4.0 del 4 aprile.

Il fulcro dei terremoti

L’Appennino centrale è la zona sismica più attiva che ci sia in Italia. Tutti ricordano il terremoto aquilano del 2009 e quello del 1997, detto di Colfiorito, che impressionò tutto il mondo per il crollo di una porzione notevole del soffitto della Basilica di Assisi di un valore artistico inestimabile.

Ebbene le scosse che stiamo registrando a partire dall’agosto 2016 in pratica “rompono” quella parte dell’Appenino che era rimasta intatta fra le due zone del sismi del 1997 e del 2009. Questo settore appenninico è sempre stato attivo e sempre lo sarà, con brevi periodi di tranquillità. Sarebbe intelligente da parte del potere politico passare ad un’autentica e sensata politica di prevenzione invece delle solite promesse mai mantenute, fatte durante le tante passerelle televisive.

Croste e fratture

Poco fa, parlando dell’evoluzione sismica, ho usato il verbo rompere perché effettivamente un terremoto consiste in una frattura che si propaga velocemente sulle rocce crostali. Alla frattura, a causa delle grandi forze interne della Terra, si associa uno spostamento di una parte della crosta rispetto all’altra separata dalla prima dalla superficie generata dalle frattura stessa. Superficie che i geologi amano chiamare faglia. Ogni terremoto è una frattura e ogni frattura è individuata dalla sua superficie di frattura: ogni terremoto ha la sua frattura, cioè la sua faglia, anzi possiamo identificare ogni terremoto con la sua stessa faglia.

Attenti a quello che si dice (e si sente)

Credendo di rassicurare, esperti di dubbia preparazione vanno affermando nei vari mezzi di comunicazione che la scossa di magnitudo 4.6 del 10 aprile appartiene al sistema di faglie già attivate dai precedenti terremoti. L’affermazione è priva di senso: si è fratturata una nuova parte della crosta terrestre e, in linea di principio, nessuno può conoscere l’evoluzione di quella nuova parte. Anche il 4 aprile, dopo la scossa di magnitudo 4.0 si erano fatti più o meno gli stessi discorsi, sperando forse che la gente non sia in grado di capire.

 

Personaggi che hanno la responsabilità della nostra sicurezza si sono abbandonati a considerazioni del tipo: “la scossa rientra nell’ordine naturale dell’assestamento”.

Una locuzione in tutta evidenza priva di significato dal punto di vista scientifico e priva di utilità per la Protezione Civile. Tutto il processo nel suo insieme è un processo di assestamento che vorrebbe riportare la Terra in uno stato di equilibrio. Equilibrio da cui la Terra rifugge per la grande energia che possiede e che tende a liberare. Grande energia che ha consentito lo splendido sviluppo del nostro Pianeta fino a renderlo adatto alla nascita e allo sviluppo della vita nelle tantissime forme che conosciamo.



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