Come vincere il grande panico digitale

Per la prima volta forse da quando la rivoluzione digitale è iniziata se ne vedono i problemi e i rischi con una evidenza che solo gli sciocchi potrebbero negare

come vincere il grande panico digitale

Se nel corso del 2017, per quanto riguarda l’innovazione, c’è stato un sentimento forte, dominante su tutto il resto, quel sentimento è ben espresso da una copertina, a suo modo storica, del magazine americano Wired.

Ora va detto subito che Wired è stato considerato da sempre, da quando è nato, nel 1993 (grazie ad un finanziamento di 100mila dollari del guru del MIT Media Lab Nicholas Negroponte), la Bibbia della tecnologia, il cantore delle meraviglie del digitale prossimo venturo. Così è stato per 24 anni. Un inno al mese. Come una messa. Fino al settembre 2017. In quella copertina infatti si vede un poveretto inseguito da un robottone fintamente gioviale che prova a schiacciarlo con un gigantesco piede metallico, e sopra questa scena, che se non fosse un disegno sarebbe drammatica, c’è il titolo: The Great Tech Panic. Il grande panico tecnologico.

Il panico e la tecnologia

Ecco, quel sentimento forte, dominante, del 2017, secondo me è il panico, inteso in senso lato, ovvero anche come ansia, insoddisfazione, disagio diffuso. Il panico non è una novità assoluta per la tecnologia. Anzi, ogni innovazione nella storia si è accompagnata a fenomeni di panico. Così è stato per il treno, definito addirittura uno “strumento del demonio”; e così è stato per le prime automobili, che dovevano circolare a passo d’uomo dietro una bandiera rossa che indicava il pericolo imminente.

Il problema è che adesso per il digitale il panico non riguarda più solo quelli che il digitale lo guardano da lontano e con diffidenza. Riguarda tutti. “Anche noi a volte lo sentiamo”, scrive Wired a caratteri cubitali.

Settembre 2017. Amen. La messa è finita.

La festa è finita

Anzi, la festa è finita. Perché per la prima volta forse da quando la rivoluzione digitale è iniziata, accanto alle mirabolanti opportunità, al fascino indiscusso, al luccichio di certi prodotti che cambiamo ad ogni stagione manco fossero cappotti, se ne vedono i problemi e i rischi con una evidenza che solo gli sciocchi potrebbero negare.

E’ come se alla rivoluzione digitale fossero improvvisamente spuntate le rughe sul viso cambiandone però l’espressione. Il sorriso pacioso di certe emoticon che usiamo tutti i giorni è diventato qualcosa di diverso, alcuni dicono che ormai sia addirittura un ghigno poco rassicurante. Chi ci crede alla bontà assoluta della Silicon Valley? Neanche loro direi. Don’t be evil, ovvero non essere malvagio, il celebre slogan che un ingegnere di Google coniò in una delle prime riunioni, quasi venti anni fa, è stato messo da parte ed il nuovo motto aziendale è diventato: “Do the right thing”, fai la cosa giusta. Giusto, lasciamo da parte i sentimenti che è meglio.

Un terrore che viene dal passato

In realtà agli albori dell’era dei personal computer, mezzo secolo fa, era facile imbattersi in articoli o in video che davano una rappresentazione “terroristica” di questi apparecchi che promettevano, o meglio, minacciavano, di entrare nelle nostre case (promessa mantenuta, anzi, oggi con gli smartphone, i computer sono sempre con noi, non solo in casa, e noi siamo sempre connessi: solo dieci anni fa per molti questo era un sogno, oggi può diventare un problema).

In proposito ricordo un “video terroristico”, girato negli Stati Uniti, negli anni ‘60, proprio quando in Italia, alla Olivetti, un gruppo di pionieri realizzava il primo esemplare di personal computer, la P101, subito adottato anche dai tecnici della Nasa per fare i calcoli necessari a mandare il primo uomo sulla Luna nel 1969. “Oddio, i computer no!”, dicevano la persone intervistate in strada nel video americano. Ma poi le cose sono cambiate. La rivoluzione informatica ha preso piede, sono nate Apple e Microsoft, e i personal computer sono apparsi per quello che davvero erano, un formidabile strumento di emancipazione individuale.

Anche perché nel frattempo Internet, la “rete di reti” che un gruppo di università americane aveva creato tramite un semplice protocollo per la trasmissione dei dati che tutti potevano adottare, si era aperta al mercato; e negli anni ‘90, grazie al world wide web, il linguaggio creato da un giovane fisico del Cern di Ginevra, presto sarebbe diventata “la rete del mondo”. Non solo un luogo dove scoprire qualsiasi cosa e connettersi con chiunque, ma, dagli anni 2000, anche dove esprimersi. Addirittura, dove vivere.

La rete siamo noi, che meraviglia. Al punto che nel dicembre 2008, alla soglia del centesimo anno di età, la scienziata Rita Levi Montalcini, rispondendo alla domanda su quale fosse stata la più grande invenzione del ‘900, dirà: “E me lo chiede? Internet”. Altri tempi.

L'annus horribilis

Il 2017 è stato invece l’anno orribile della tecnologia. Sì certo è stato l’anno l’anno d’oro dei profitti per Facebook, Google, Amazon e Apple, ma questo semmai ha solo dato evidenza alla consapevolezza diffusa che stiamo di nuovo costruendo un mondo sempre più diseguale, dove pochissimi sono ricchissimi e tutti gli altri no e questo alla lunga è un problema per qualunque società voglia crescere prospera e felice. Sulla diseguaglianza esagerata non si costruisce nulla di buono: del resto è già accaduto un secolo fa con il petrolio e l’acciaio e si è visto come sono finiti quei monopoli: fatti a pezzi, per il bene comune, e ai fondatori sono rimasti gli immensi profitti accumulati nel frattempo e la possibilità di intitolarsi qualche avenue o qualche istituzione culturale di New York e dintorni.

Ma il 2017 è stato molto altro.

E’ stato l’anno delle fake news ovunque, a partire dai dintorni della Casa Bianca, come se se prima di Internet vivessimo in una fantomatica “età della verità” (anche questa peraltro è una bufala), ma la percezione di massa è che i social siano una fabbrica di notizie false.

E’ stato l’anno delle morti in diretta su Facebook, esattamente come un periodo si moriva in diretta alla radio o in tv, ma adesso di più, o almeno sembra.

E’ stato l’anno dei video dell’ISIS su YouTube, delle minacce di chiunque su Twitter, del revenge porn su Whatsapp che ha indotto alcuni suicidi, l’anno di Google che per un problema dell’algoritmo quando cercavi Hitler ti diceva che in fondo era “buono” (ora lo hanno sistemato).

E ancora, l’anno dei furti di milioni di dati online, a volte con la richiesta di un riscatto (sì, anche i vostri dati probabilmente, se avevate un profilo su Yahoo! o se eravate clienti di Uber per esempio).

E poi della sfida fra Apple e FBI sulla possibilità o meno di “aprire” un iPhone per acquisire i dati di un terrorista, ma al prezzo di creare una falla in tutti gli iPhone: meglio la sicurezza o la libertà individuale? Il pendolo si spostato.

E’ stato l’anno in cui mentre i profitti dei giganti della Silicon Valley trasformavano i fondatori in arci-miliardari, sono emersi tutti i trucchi e le furbizie, a volte un po’ miserabili, per eludere il fisco; e il tema della web tax non è più stato appannaggio solo di qualche retrogrado passatista, ma è diventato un obiettivo per tanti, non per vendetta ma per un senso di equità (in questo senso l’annuncio fatto da Facebook a ridosso di Natale, di voler iniziare a pagare le tasse nei paesi dove si generano i profitti, va salutato come una svolta e allo stesso tempo come un tentativo di evitare uno scontro che li avrebbe visti sconfitti).

Infine, è stato l’anno in cui all’intelligenza artificiale molti personaggi influenti, come Elon Musk, hanno attribuito il potere addirittura di distruggere l’umanità. E nel frattempo si è diffuso il dubbio che questa rivoluzione industriale, al contrario di quanto accaduto in passato, distruggerà più posti di lavoro di quanti ne potrà creare, al punto che Bill Gates non si è sentito in fondo ridicolo nell’affermare che dovremmo tassare i robot che ci rubano il lavoro, come se fosse possibile, come se avesse senso, come se i suoi software per vent’anni, non avessero in un certo senso “rubato” il lavoro a migliaia di segretarie e commercialisti. Ma lo ha detto lo stesso, il fondatore di Microsoft, e ha potuto dirlo perché quella frase in fondo interpreta lo spirito del tempo, il senso comune.

E’ stato un anno di svolta, che probabilmente prelude ad un 2018 in cui negli Stati Uniti e in Europa avanzeranno norme e provvedimenti volti ad arginare lo strapotere della Silicon Valley sul resto del mondo. Del resto, se persino un paladino del digitale e delle libertà civili come Lawrence Lessig, alla fine del 2017, girava le università americane con un discorso intitolato “La democrazia è incompatibile con la rete”, vuol dire che qualcosa di profondo è cambiato.

Cosa dice il rapporto Censis Agi

Questo “Rapporto sulla cultura dell’innovazione degli italiani”, fotografa bene questo cambiamento in atto. E’ il quinto Rapporto di una serie iniziata nel 2009, proseguita fino al 2011 e poi rilanciato nel 2016 con il supporto scientifico del Censis. In tutti e cinque questi Rapporti ci sono stati due elementi di continuità: il primo è stato la Fondazione Cotec che si occupa di innovazione tecnologica sotto la guida “ad honorem” del capo dello Stato; il secondo elemento è chi vi scrive. Prima nei panni di direttore di Wired Italia, per tre anni; poi come direttore dei Chefuturo! nel 2016; e infine ora come direttore dell’Agenzia Italia, sono sempre stato affascinato dal lato umano della tecnologia. E quindi dalle motivazioni e dalle competenze di chi realizza innovazioni che migliorano il mondo, ma anche dalla capacità delle persone di recepire il nuovo, di farlo proprio.

Per questo con la Cotec nel 2009 è nato questo Rapporto che l’Agenzia Italia adesso ha preso l’impegno di portare avanti. Si tratta di uno strumento indispensabile per accompagnare la complicata, lentissima trasformazione digitale del nostro paese che pure è in corso: siamo nel mezzo di un passaggio chiave per avere una pubblica amministrazione efficiente e snella, ed un sistema produttivo di nuovo competitivo. Da questo punto di vista l’opera del Team per la Trasformazione digitale della PA guidato dal Commissario Diego Piacentini, e i potenti strumenti messi a disposizione dal ministro Calenda per le imprese che vogliano trasformare i propri prodotti in una logica digitale, ci dicono che siamo finalmente sulla strada giusta, anche se il ritardo da colmare resta rilevantissimo.

La risposta da dare

In questo contesto di eterna rimonta, gli italiani finora, a parte le generazioni più giovani, hanno avuto un atteggiamento distaccato dalla rivoluzione digitale; e adesso ne scoprono all’improvviso le contraddizioni, i problemi, i rischi e le ingiustizie. Il Rapporto tutto ciò lo mostra con molta evidenza: in tante risposte si nota una adesione convinta ma tutt’altro che acritica alle opportunità dell’innovazione.

Eppure la risposta da dare non è, non deve essere, una marcia indietro, che non è tecnicamente possibile e farebbe solo gravi danni. Si tratta però di andare avanti gestendo questa rivoluzione, ricordando di essere inclusivi, di non lasciare indietro nessuno (e qui c’è il tema delle competenze digitali di cui non solo gli anziani sono sprovvisti e di cui la scuola nel suo complesso e la tv pubblica devono occuparsi concretamente oltre gli annunci); di far sì che i nuovi lavori non nascano sotto l’egida della assenza di diritti per i lavoratori; di creare una equità fiscale oggi inesistente; di investire sulla cyber security di governo, imprese e cittadini perché senza sicurezza nulla è davvero possibile.

Insomma si tratta di vincere il panico tecnologico non negandolo, perché si otterrebbe l’effetto opposto; ma dando risposte concrete ai singoli problemi.

Questo Rapporto prova a indicare una strada possibile. . 



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