Riforma del copyright: perché non è una link tax, ma riguarda il nostro futuro

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Qual è il senso della parola copyright nel mondo digitale? Non c’è dubbio che la legge attuale appaia inadeguata a difendere il diritto d’autore in un contesto dove tutti possono riprodurre tutto con estrema facilità. Di riforma del diritto d’autore si ritornerà a parlare il 12 settembre a Strasburgo, quando il Parlamento Europeo dovrà pronunciarsi in sessione plenaria sul progetto di legge già bloccato all’inizio di luglio. Il testo, allora proposto per la discussione, aveva infatti ottenuto 318 voti contrari, 278 a favore e 31 astensioni. Lo scontro sulla nuova direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale si consumò soprattutto sugli articoli 11 e 13 del progetto. In quella sede finirono per prevalere le voci critiche di chi ritiene che la riforma possa mettere a rischio la libertà di internet. Dall’altra parte si schierarono invece i rappresentanti dell’industria culturale (musica, film, libri, spettacoli, tv) e gli editori che, come sottolineato anche dal relatore del provvedimento, il popolare tedesco Alex Voss, sostengono come le nuove regole vadano a colpire solo chi “pubblica contenuti protetti da copyright facendo soldi con i clic senza dare il minimo contributo”.

Centro del contendere è, ovviamente, il tema del compenso di chi è titolare dei diritti delle opere intellettuali.

Negli ultimi venti anni l’industria dei media ha attraversato una pensatissima crisi che coincide, almeno in parte, con il passaggio dei lettori dai supporti di carta a quelli digitali. Un pubblico enorme, quest’ultimo, che però i giornali, o almeno la maggior parte di essi, non sono riusciti a tradurre in entrate economiche che rendessero le aziende sostenibili. Il risultato è stato un progressivo indebolimento delle testate costrette a ristrutturazioni pesanti con il sempre maggiore sacrificio di giornalisti, che poi sono coloro che producono la materia prima, le notizie, che sorregge tutta l’attività.

Contemporaneamente si è assistito a una crescita dei big del web, soprattutto Google e Facebook che si sono imposti come un vero duopolio in grado di attirare l’80 per cento della spesa pubblicitaria globale su Internet. Ora, tra le tante meritorie attività delle due piattaforme c’è quella dello “snippet”, come si chiama l’estratto, che comprende link, titolo, sommario e in alcuni casi la foto, pubblicato dai motori di ricerca e dagli aggregatori per anticipare agli utenti il contenuto di una pagina web. Non c’è dubbio che quel titolo, sommario e foto - per non parlare del contenuto di atterraggio, il vero e proprio articolo - siano opera intellettuale di un giornalista che ha speso parte del proprio lavoro per realizzarlo. I giornalisti producono i contenuti, gli editori pagano per questa attività, ma poi gran parte dei proventi di questo lavoro finiscono nelle casse delle grandi piattaforme senza che ai produttori venga riconosciuto alcun compenso. E’ questo l’oggetto dell’articolo 11 della riforma del copyright, che vorrebbe introdurre una norma che consenta un giusto compenso, riconoscendo agli editori parte dei proventi del lavoro che essi hanno finanziato. Per farla breve: l’articolo 11 stabilisce che chi riproduce, anche parzialmente, contenuti protetti da copyright debba ottenere un’autorizzazione da parte dell’editore al quale dovrà retrocedere una parte degli introiti economici così ottenuti.

Per capire come è cambiata la catena del valore nell’era di Internet possiamo ripercorrere quali erano i passaggi nel vecchio mondo analogico. Gli editori che pubblicavano i giornali sostenevano tutti i costi di produzione delle news, mentre il compito di diffondere i giornali era affidato ai distributori che, ovviamente, trattenevano un compenso per questa importante e fondamentale attività. Ma agli editori, attraverso vendite in edicola e pubblicità, rientravano i soldi investiti per l’attività di produzione delle news. Oggi gli editori continuano a sostenere i costi dell’informazione, mentre i distributori digitali, le grandi piattaforme, trattengono tutti i proventi per questa attività senza sostenere alcun costo di produzione. Questa è indubbiamente un’attività molto remunerativa. Nel 2017 Facebook ha registrato un fatturato record di 40 miliardi di dollari con profitti per 16 miliardi. Nello stesso anno, Google ha realizzato 110 miliardi di dollari di vendite con un profitto di 12,7 miliardi. In questi brillanti risultati finanziari c’è anche parte del lavoro prodotto dai giornalisti ma sostenuto solo dagli editori.

Così, negli ultimi venti anni, si è assistito a un indebolimento dei media tradizionali con un crollo dei ricavi pubblicitari in tutta Europa e conseguentemente il licenziamento di migliaia di giornalisti e la chiusura di numerose testate, anche storiche. Negli Stati Uniti le cose non sono andate meglio: negli ultimi 10 anni i media hanno perso oltre la metà dei loro introiti pubblicitari e il 45 per cento dei dipendenti.

La domanda che le grandi piattaforme dovrebbero porsi è anche questa: sarebbero ugualmente interessanti senza l’informazione che non producono ma che quotidianamente distribuiscono ai propri utenti? Non è solo un discorso di riequilibrio delle risorse: la questione investe temi anche più alti come la democrazia e una corretta formazione dell’opinione pubblica sulla quale queste si basano. Non è solo questione di libertà e di compensi: come abbiamo capito con le fake news, Brexit, l’elezione di Trump e lo scandalo Cambridge Analytica in gioco c’è il futuro.



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