Se “Allah Akbar” lo gridano le vittime

“Ciao fratello”, dice il fedele allo straniero sulla porta della moschea. E lui lo fredda. Nel nome di chi?

strage moschea nuova zelanda

Io lo so cosa si prova. Svegliarsi la mattina e leggere le notizie di un massacro di innocenti. Compiuto dall’altra parte del globo eppure sentirlo così vicino da fare venire i brividi.

Questa volta però non mi si chiede di spiegare o giustificare nulla. Perché in Nuova Zelanda ad urlare “Allah Akbar” erano le vittime. Innocenti, tra loro donne e bambini, giustiziati in moschea. Durante un venerdì che doveva essere di festa e preghiera.

Una strage in un Paese tra i più sicuri al mondo. Solo ieri pensavamo di aver raccontato il più grave episodio di cronaca degli ultimi anni: un pugno in faccia al ministro del Clima. Invece oggi la Nuova Zelanda ci vomita addosso tutto l’orrore di questo mondo. Con la certezza più disarmante: se è successo lì, potrebbe succedere ovunque.

Anzi, è molto più probabile che succeda da altre parti.

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“Hello brother”, pare abbia detto la prima vittima della strage accogliendo il killer, Brenton Tarrant, che riprendeva tutto in diretta per condividere lo spettacolo dell’eccidio con i tanti telespettatori che si preparavano al momento di gloria. Seguono diversi minuti di esecuzioni a sangue freddo. Di persone che non si trovavano al posto sbagliato nel momento sbagliato. Non per il killer che aveva pianificato il luogo e l’ora.

Voleva colpire loro: i musulmani, gli stranieri. Quelli diversi, ritenuti invasori. E nel suo manifesto delirante lo ha scritto chiaramente: “Stiamo sperimentando una invasione mai vista prima nella Storia. È sostituzione etnica, sostituzione culturale e sostituzione razziale”.

Quante volte abbiamo sentito e letto queste parole? Scritte sui social, magari da amici che abbiamo, pronunciate da esponenti politici in qualche comizio per accarezzare le paure degli elettori e raccattare qualche voto in più.

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Afghanistan, un uomo alimenta i piccioni nel cortile della famosa Moschea Blu a Mazar-i-sharif (foto Afp) 

Quelle parole però vengono ascoltate e credute da qualcuno. Che arriva ad armarsi per rimediare con le proprie mani a quel torto che sembra insanabile.

Tarrant e i suoi compagni sono i soldati ‘utili idioti’ dei predicatori d’odio. Come lo sono stati i foreign fighter per il sedicente Stato islamico.

Anche oggi è stato versato il sangue di innocenti per mano di estremisti. Che si facciano chiamare jihadisti o suprematisti nulla cambia. Si continua a uccidere e morire, per odio e ignoranza.

“Sono un uomo bianco qualunque e vengo da una famiglia di lavoratori, gente che ha sempre guadagnato poco”, scrive Tarrant nel tentato di rimarcare il suo essere ‘uomo comune’, concetto poi esteso sul web in ‘la gente'.

“Non ho frequentato l’università, perché non avevo particolare interesse di quello che poteva offrire l’università”: in questo concetto si riassume la chiusura mentale di chi non è disposto ad accettare la diversità. Poco importa poi come la giustifichi. Se lo faccia per Allah o per la razza bianca.

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Di tutto questo io preferisco tenermi l’“hello brother” di quell’uomo alla porta. Perché vinceremo tutti solo quando ci rassegneremo a essere fratelli.



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